Sono le 14 e 10 del 13 aprile 1957. La Aston Martin DB4 Mark 2 cabrio, rossa fiammante, corre a 160 km orari sulla Route National 448 in direzione di Corbeil, cittadina del dipartimento dell’Essonne, a circa 30 km da Parigi. È un’auto incredibile, il motore è un 6 cilindri Lagonda, meraviglia tecnologica progettata personalmente da Walter Owen Bentley, che sviluppa 140 CV di potenza permettendole di raggiungere senza sforzo (andava da 0 a 100 in 10 secondi, un miracolo per l’epoca!) i 190 Km orari. La carrozzeria montata su questo motore è un corazzata superleggera, disegnata e costruita in poco più di 700 esemplari dalle Carrozzerie Touring di Milano (le officine fondate alla fine degli anni 20 da Felice Bianchi Anderloni – dirigente della Isotta Fraschini – e Vittorio Ascari – fratello di un pioniere dell’automobilismo come il pilota Antonio Ascari – da cui uscirono tutti i gioielli estetici di Alfa Romeo e Ferrari dagli anni 30 ai 60).

La ragazza alla guida di questo bolide ha 21 anni. A bordo con lei ci sono suo fratello maggiore, e due suoi amici, più o meno coetanei. Le leggende costruite a posteriori da giornalisti scandalistici senza scrupoli, raccontano che stava guidando a piedi nudi. Non è vero. Indossava un paio delle stesse ballerine disegnate l’anno prima da Rose Repetto per Brigitte Bardot.

Così, per gioco, per spezzare la noia, stanno correndo incontro a due amici che dovevano raggiungerli per pranzo a Milly-la-Forêt ma che sono partiti da Parigi in ritardo. Alle 14 e 14 incrociano, in direzione contraria, la loro Gordini T24S (una Simca da pochissimo fuori produzione, ma ancora imbattuta per ripresa e velocità). Decidere di mettersi in gara è un attimo. La ragazza alla guida della Aston Martin inchioda, sterza a sinistra e poi preme a manetta sull’acceleratore. Il suo intento e raggiungere la Gordini e superarla.
Non è una pilota provetta, è solo una ragazza viziata che può permettersi automobili da 70.000 franchi. È la terza che cambia da quando ha la patente: ha avuto una Jaguar XK 140 e poi, anche lei, una Gordini T24S. La brusca sterzata ha trasferito tutto il peso dell’automobile sulla sola ruota anteriore sinistra. La vettura gira nella direzione della ruota che ha ricevuto tutto il peso dell’auto, va dritta per qualche metro ma poi gli pneumatici perdono aderenza. Lei non ha la forza o la prontezza di sovrasterzare per tenerla nella direzione desiderata, e l’automobile vola in direzione contraria, letteralmente fuori carreggiata. Salta al di là del guardrail, fa due giravolte e si schianta, rovesciata, nei campi.
All’epoca nessuno portava le cinture, non erano nemmeno in dotazione. I tre passeggeri vengono sbalzati fuori e se la caveranno con qualche escoriazione e un trauma cranico. La ragazza, invece resta bloccata tra il sedile e il volante.

Tutto è durato meno di un minuto. Quando l’auto atterra nei campi attorno alla Route National sono le 14 e 15. Quella che le cade addosso è una tonnellata e mezza di acciaio. Lei pesa poco più di 50 kili. La carrozzeria, per quanto leggera, le sfonda la cassa toracica e le frantuma le gambe in più parti. Quando i soccorritori la estraggono a fatica dal rottame, sono convinti sia morta. Ma non lo è. Per quanto flebili i segni vitali ci sono tutti. All’ospedale di Corbeil le danno l’estrema unzione (non è credente, ma non sono tempi in cui si presta attenzione a queste cose e viene data a tutti quelli che vengono portati in ospedale in pericolo di vita) e poi la ricoverano in terapia intensiva.

James Graham Ballard pubblicherà Crash nel 1973, ma l’idea dell’incidente stradale come qualcosa di esteticamente e sessualmente eccitante comincia a farsi strada nell’immaginario popolare proprio tra la fine degli anni 50 e l’inizio dei 60. Sono attori, pittori, cantanti e scrittori, che fondono i loro corpi desiderabili con le lamiere della contemporaneità in incidenti epocali.
Comicia James Dean, nel settembre del 1955, quando si schianta a un incrocio con la sua Porche 550 Spyder; poi ci pensa Jackson Pollock, ubriaco fradicio, a spalmarsi contro un albero a bordo della sua Oldsmobile Super 88 ammazzando anche la sua compagna Ruth Kligman; a gennaio del 1960 Albert Camus si ammazza a bordo della sua Facel Vega e il mese dopo Fred Buscaglione muore accartocciato nella sua Ford Thunderbird; nel settembre 1962 Roger Nimier, giovane promessa letteraria, vola giù dal raccordo ovest di Parigi con una Aston Martin DB4, lo stesso modello che abbiamo appena visto cappottato lungo la Route National 448; e per finire la serie, nel marzo 1963 Jean Bruce, il creatore di OS117, si sfracella slittando sul bagnato con la sua Jaguar 3.8L.
L’estetica dell’incidente stradale si forma in questi anni di transizione dal dopoguerra alle rivoluzioni degli anni 60. Estetica che ha una costante: la figure attorno a cui viene edificata sono tutte caratterizzate da tre elementi: guidano quelle auto perché possono permettersele, per guadagni professionali o, più spesso, per appartenenza di classe; non hanno particolari competenze come piloti, anzi, sono sostanzialmente incompetenti; e sono tutti maschi. Tutti tranne una. La ragazza che è volata fuoristrada capottandosi il 13 aprile 1957. Lei ha gli stessi privilegi e la stessa incompetenza degli altri, ma appartiene a un genere di cui difficilmente si legge nelle cronache degli incidenti se non come passeggera. È una donna.
A questo punto punto mi fermo. Sto raccontando di una ragazza che alla fine degli anni 50 faceva (e se andrò avanti nel racconto vedrai quanto con più consapevolezza dei suoi colleghi maschi), quello che facevano i maschietti più anticonformisti della sua classe sociale. Voglio essere sicuro di non stare prendendo una piega accondiscendente e paternalista (sai, sono abbastanza vecchio da correre questo questo rischio quasi senza accorgermene), e allora chiedo a mia moglie di leggere quello che ho scritto e di indicarmi se da qualche parte traspare ciò che voglio evitare. Tutto quello che mi dice è che sono noioso. Che le passa la voglia di leggere alla seconda riga, appena comincio a parlare della carrozzeria della Aston Martin. Va bene dico: non so come altrimenti spiegare la passione di questa ragazza per le auto, se non elencando le caratteristiche tecniche del mezzo che usava, ma quello che mi preme è di non sembrare un vecchio che fa la lezione paternalista. Vecchio sei vecchio, mi dice, mica lo sembri. Paternalista non mi pare. Ma è la tua cifra stilistica che è insopportabile. Per arrivare a raccontarmi di questa ragazza che si schianta in auto sulla statale devi partire da chi ha progettato il motore della sua auto. Snoccioli conoscenze inutili solo per pavoneggiarti.
No. Respingo fermamente l’accusa. Non mi faccio bello con nozionismo alla Alberto Angela, io racconto tutte le storie che stanno dentro alla storia che sto raccontando. Come posso far capire la meraviglia di un oggetto meccanico come l’automobile che quella ragazza stava guidando lungo la Route National 448 se non raccontandoti la storia di chi quell’auto l’ha creata? Che poi, personalmente la trovo pure una storia bellissima.
Sarà, insiste mia moglie, ma alla fine sono una serie di quegli spiegoni che detesti tanto se li fanno gli altri, infilati uno nell’altro. Spiegoni che, tra l’altro riguardano cose che interessano solo a te. A chi legge non gliene frega niente di sapere che quella Aston Martin con cui la ragazza si schianta, è il modello precedente a quello che userà nel 1963 James Bond in Missione Goldfinger.
Ecco, che a chi legge (sempre ci sia qualcuno che lo fa) queste righe non interessi quello che interessa a me è un dato di fatto. Me lo ha detto anche un editore francese rifiutando due miei progetti di saggi, che i miei interessi non sono di nicchia, sono proprio cose che interessano solo a me. Di questo me ne sono fatto una ragione. Quello che voglio capire è se corro pure il rischio di essere un vecchio maschilista, in particolare quando racconto di personaggi appartenenti a un genere che non è il mio.
Boh. Alla fine conveniamo che il fatto che non le piaccia il mio insistere sui dettagli meccanici non dipenda da una questione di genere ma solo da un suo disinteresse specifico. O da un mio interesse troppo specifico. Questo mi solleva.
Poi però le chiedo di dirmi cosa pensa di come ho descritto l’incidente. E qui mi stende, dicendomi che per come lo descrivo, lei non lo vede proprio. Non se lo immagina. Ci resto male, ma incasso.

E rilancio. Va bene. Ma quando la estraggono dai rottami, lo rendo il contrasto tra il fatto che tutti la danno per morta, ma invece ancora non lo è? Anche perché poi la ragazza si salva e diventa una vera e propria icona pop che gliene darà di birra ai suoi colleghi maschietti.
Davvero? Bene, allora un po’ mi interessa. Ma scusa, lei chi è?

Ah già. Non l’ho ancora chiamata per nome. Quella ragazza che il 13 aprile 1957 esce in coma dai rottami della sua Aston Martin DB4 e che, a 21 anni ha già all’attivo due romanzi di incredibile successo, è Françoise Sagan. E questa che ho cominciato a raccontare, e che probabilmente interessa solo a me, è (non solo) la sua storia.
(continua)
Non fa un cazzo da anni, ma è invecchiato lo stesso. Vive a Milano, e non potrebbe farlo in nessun’altra città italiana. Legge e parla di fumetti dal 1972 (anno in cui ancora non sapeva leggere). Ha una cattiva reputazione, ma non per merito suo. Ama e praticava la boxe, poi si è rotto. Beve tanto in compagnia di gente poco raccomandabile, tipo Paolo con il quale – per colpa di una di quelle bevute – si è ritrovato a curare QUASI.