Dichiarazione di omertà
Ti racconto una storia senza fare i nomi. È una cosa che non mi piace, ma, del resto, non mi piacciono neppure le querele.
Una dozzina d’anni fa, stavo lavorando a un libro sulla storia della rivista “Linus”. Mi consideravo, in quel momento della mia vita, molto disciplinato: avevo compulsato tutte le annate del mensile, sfogliavo tonnellate di riviste uscite nello stesso periodo, leggevo centinaia di libri su questioni toccate anche solo di striscio da quel periodico, intervistavo un sacco di gente coinvolta o anche solo informata dei fatti. Cercare di capire “Linus” delle origini, di aprirlo, senza farlo brillare, richiedeva le qualità del miglior artificiere e io sembravo più il tipo che, alla fine dell’episodio, deve scegliere a casaccio se tagliare il filo giallo o quello blu. Oh… ti faccio uno spoiler: quello della serie, tutto sudato e con il terrore negli occhi, fa sempre – SEMPRE – la scelta giusta e il timer si ferma a due secondi dal grande botto. A me quella roba pericolosa esplodeva sempre tra le mani.

“Linus”, nell’idea di Giovanni Gandini, lo straordinario cialtrone devoto alle più evolute forme di cazzeggio che lo aveva inventato, era la più potente delle lenti attraverso cui guardare la società che lo circondava. Gandini era un intellettuale, un uomo dei suoi tempi e, soprattutto, un milanese. Da vero provinciale, figlio di migranti, sono convinto che la piena consapevolezza della propria appartenenza a una città permetta a un individuo di sentirsi radicato e di capire meglio il mondo. Gandini non capiva un cazzo – proprio come ognuno di noi – eppure era il più consapevole tra i suoi contemporanei. “Linus”, per lui, era una lente – a volte correttiva a volte deformante – attraverso la quale guardare il mondo. Negli anni successivi, avrebbe detto, in più di un’occasione, che avere una rivista era il modo migliore per vedere (e dire) prima di tutti cosa succede in città. (E, te lo confesso, è probabilmente questa la speranza che mi spinge a fare – con un po’ di ostinazione presuntuosa – (Quasi), la rivista che non legge nessunǝ.)
Per scrivere di “Linus”, tra gli anni Sessanta e Settante a Milano, mi sono ritrovato a cercare di capire il fumetto e l’editoria, certo, ma anche i giochi, la carta, le narrazioni brevi e i racconti, i giovani e i loro desideri, le avanguardie, l’erotismo, la rappresentazione delle donne, il teatro, il lavoro, la scuola, l’industria, i consumi culturali, le posizioni sociali, lo scontro, le origini della strategia della tensione, l’inizio della fine dell’idea di sinistra…
Troppa roba per farcela stare tutta in una testa, figuriamoci in un libro. In particolare, un mio libro.
Il mio libro

Il mio libro su “Linus” è uscito il 2 aprile 2015 (i distributori consegnavano i libri ai punti vendita il giovedì), in occasione dei cinquant’anni della rivista. Avrei voluto presentarlo in “Milano Libri”, la storica libreria sotto La Scala in cui era nato il mensile. Purtroppo, la libreria aveva chiuso qualche giorno prima. Nel corso del lustro precedente, la storia di quella rivista era stata per me un’ossessione. Chi ha avuto la sventura di frequentarmi in quel periodo lo sa: non parlavo d’altro. Un amico, all’uscita del libro, mi ha confessato che chi mi conosceva iniziava a bisbigliarsi un segreto: quel lavoro di cui cianciavo e sproloquiavo di continuo era la mia “balena bianca”, una creatura monumentale e mostruosa che mi accendeva di furore orgasmico e mi riempiva gli occhi di fuoco e la bocca di lava, ma che nessuno, oltre me, aveva mai visto, perché forse non era mai esistita al di fuori della mia follia.
In quei cinque anni di lavoro ossessivo, ho parlato con tanta gente, davvero tanta. Per darmi un tono, chiamavo quelle chiacchierate informali interviste: mi presentavo a ogni appuntamento con questo faccione, un sacco di domande, un quadernetto e una penna. Durante la chiacchierata prendevo qualche appunto, ma davvero poca roba, e assecondavo la mia curiosità. E, come mi succede sempre, poi, quei quadernetti li perdevo. Ti ho visto: hai levato gli occhi al cielo, ma ti capisco. Se mi raccontassero che uno studioso lavora così, smetterei subito di considerarlo attendibile. Andasse a fare i compiti quel maledetto cialtrone devoto al cazzeggio!

Le parole non scritte
Quando fai un’intervista senza registratore, il tuo interlocutore non sente il dovere della correttezza. Si rilassa, si appoggia allo schienale della sedia, ordina un altro bicchiere di quello che sta bevendo e inizia a vuotare il sacco.
Se sei a caccia di storie, capisci subito che tutti quegli asini recalcitranti, guidati da circensi col megafono, ti stanno portando nel paese dei balocchi. E lì, come sai, cominciano i guai.
Se dovessi fare una classificazione tassonomica della fauna umana seduta dall’altro lato del tavolo, la mappa dei miei quadernetti perduti identificherebbe quattro grandi territori, uno per ciascuna delle categorie in cui mi sono imbattuto, circondati da aree oscure contraddistinte dalla dicitura “Hic Sunt Leones”.

Ci sono i custodi del fango, che parlano malissimo di figure storiche importanti, raccontandoti le loro bassezze e piccolezze con una profusione di dettagli minutissimi. Il quantitativo di informazioni è così preciso, l’aneddotica così sfumata, che non puoi avere dubbi circa la veridicità di quello che ti stanno dicendo. Eppure, quelle storie di tradimenti, bigamie, pedofilia, incesti, bassezze morali, stronzaggine e coglioneria non le puoi scrivere. Non solo perché ti ritroveresti invischiato nel pettegolezzo più torbido (ma, sai, la storia è fatta anche di quello), ma perché dietro l’angolo c’è sempre un avvocato pronto a recapitarti una querela per diffamazione, anche se il soggetto in questione è defunto da diversi decenni. Diventi così il custode di segreti difficili da gestire e impossibili da riusare: un confessore carico di rimorsi privo di potere di assoluzione.
Ci sono i sarti della memoria, che trovano il momento giusto per aggiustare la storia. La loro specialità è il ricollocamento retroattivo: si prendono e si mettono al centro della scena, proprio sotto l’occhio del riflettore principale. Magari lo hanno già fatto scrivendo libri di memorie cui già tutti hanno tributato grande attendibilità, ma l’intervista orale è meglio, è più calda. Sanno che se riescono a convincere l’intervistatore della loro verità, qualcun altro farà il lavoro sporco per loro, trasformando l’autoproclamazione in saggio storico. Tu chiedi di un dettaglio editoriale del 1983 e quelli ti spiegano che le avanguardie le hanno inventate loro. E, facendolo, chiamano tutti gli autori più importanti al mondo per nome, imponendoti la prossimità affettiva che hanno appena inventato. Le loro interviste (ma, anche, le loro esternazioni, i loro commenti, i loro corsi YouTube) potrebbero essere tutte intitolate “I grandi uomini che mi hanno conosciuto”.
Poi ci sono i deragliatori presuntuosi, gli stronzi che iniziano a parlare di cose completamente diverse da quelle che gli hai chiesto. “Linus” è un argomento vastissimo, una prateria in cui è facile perdersi, e loro ne approfittano per liberare i cavalli della loro fantasia e lasciarli scorrazzare ovunque. Siccome non hanno avuto un ruolo attivo in quella storia – e non si sono nemmeno presi la briga di studiarla – inanellano una serie di imprecisioni storiche imbarazzanti e sparano giudizi trancianti senza avere il minimo dato a supporto. Il problema è che se provi, anche solo timidamente, a farglielo notare, si irrigidiscono: «Caro mio, questo non è un dibattito, è un’intervista. Tu domandi e io rispondo. Stai al tuo posto.»
E infine ci sono i reticenti per interposta persona, quelli che ricordano tutto e lo ricordano benissimo, hanno anche prove documentali a supporto di quello che dicono (custodite in un cassetto, ché non si sa mai), ma hanno paura dell’ombra della propria memoria. Sono terrorizzati dall’idea che una parola di troppo possa incrinare un equilibrio consolidato, offendere gli eredi di un grande intellettuale, indispettire un editore ancora in attività o rompere un patto di silenzio siglato in qualche salotto milanese negli anni Settanta. Sono spessi vecchi, a un passo dal feretro, ma potrebbero avere ancora bisogno di un ultimo favore. E poi non si è mai così tanto vecchi da non poter vivere almeno ancora un altro giorno. E, allora, ti guardano con occhi pieni di aneddoti meravigliosi, aprono la bocca, poi ci ripensano, sospirano e dicono: «Ma sì, dài, alla fine erano solo fumetti». Che è il modo più elegante per dirti che la verità preferiscono portarsela con sé.

Vienimi a trovare, senza microfono. Ho un sacco di storie da raccontarti.

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).