Questo mese festeggiamo un compleanno, inventato ma vero: nel giugno del 1966 il supplemento di “Linus” portava in Italia i Fantastici Quattro di Stan Lee e Jack Kirby. Negli Stati Uniti correvano già da un lustro, ma per noi era la prima volta che quella “famiglia disfunzionale” varcava l’oceano. Sessant’anni fa quelle storie ci raggiungevano e portavano nuova linfa al millenario uso della categoria del mostruoso. Perché se c’è una cosa che i Quattro di Lee e Kirby sanno fare meglio di chiunque altro, è usare il mostruoso per parlare di ciò che non osiamo dire della famiglia, della scienza e della pelle in cui viviamo.
Partiamo da una studiosa, Denise Barone, che nel suo L’arcano e il Monstrum: Tra Folklore e Psicopatologia (2022), un saggio che punta i riflettori nello spazio buio tra mito e diagnosi, sostiene una cosa semplice e dirompente: vampiri, licantropi e demoni non sono mai stati solo creature da caminetto. Sono chiavi di lettura che le comunità hanno sempre usato per dare un nome alla violenza collettiva, peste o guerra che sia, e alle psicopatologie individuali, dalla depressione mangia-uomini alla rabbia che ti trasforma. Il mostro, insomma, è un traduttore culturale del dolore che non sappiamo ancora nominare in altro modo.
Ecco, i Fantastici Quattro funzionano esattamente così. Quando Lee e Kirby li inventano, nel 1961, lo fanno dentro l’America della Guerra Fredda, della corsa allo spazio e dello scientismo trionfante. Ma il vero colpo di genio è stato sporcare quel trionfo: il volo cosmico che dà loro i poteri non è una benedizione, ma un incidente. E soprattutto ogni loro storia diventa un case study di patologia familiare. Reed Richards è il padre assente, distratto dal laboratorio; Sue è madre eccessivamente protettiva e moglie subalterna: infatti sparisce; Johnny è il figlio ribelle che brucia tutto; Ben Grimm lo zio che non cresce mai, non è un caso i suoi poteri lo abbiano pietrificato. E il mostruoso – nelle vesti di Cosa, Namor, Dottor Destino – non fa che mettere in scena le crepe di quell’istituzione che la società vorrebbe stabilmente positiva: la famiglia.
Per capire cosa sia davvero il mostruoso, bisogna fare un passo indietro e farsi aiutare dal genio antropologico di Mary Douglas, studiosa inglese nata per caso a Sanremo. Nel suo classico, Purezza e Pericolo, ha riscritto le regole dell’impuro e del sacro. Per lei lo sporco, l’impuro, è solo materia fuori posto. Mi spiego: le scarpe non sono intrinsecamente immonde; lo diventano perché violano un confine simbolico quando le appoggi sul tavolo da pranzo. Il mostruoso, allora, è ciò che viola i confini eretti da una cultura per dare ordine al mondo. Lo è il maiale per l’ebraismo, un animale che ha lo zoccolo ma non rumina. Oppure il gambero nel Levitico, perché vive in acqua ma non ha pinne.

Ora torniamo a Ben Grimm, il personaggio della Cosa. È un uomo che pensa e soffre anche se la sua pelle è un ciottolo unico: questo lo rende allo stesso tempo materia inerte e materia vivente, due stati inconciliabili nel medesimo corpo. Dov’è il confine tra il minerale e il cardiaco? Non c’è. E questa assenza di confine è esattamente ciò che lo rende mostruoso agli occhi del mondo e – cosa più importante – ai suoi stessi occhi. La Cosa è impura perché è un paradosso ambulante: respira, ma sembra una statua; parla, ma le sue mani potrebbero ridurti in polvere. Proprio come il maiale e il gambero, Ben Grimm è un’anomalia tassonomican che incute un sacro terrore.

La storia che meglio incarna questa tensione è il classico di Lee/Kirby, Quest’uomo o questo mostro? (“Fantastic Four” 51, 1966, in Italia arrivata nel gennaio del 1973 con il n. 47 della collana Editoriale Corno). Il plot è una macchina perfetta: uno scienziato mediocre è invidioso del prestigio di Reed Richards. Per fargliela pagare attira in trappola Ben Grimm e, attraverso una macchina, trasferisce la propria coscienza nel corpo della Cosa ridando a Ben Grimm la sua precedente forma umana. Poi si presenta al Baxter Building, fingendo di essere la vera Cosa, con l’intenzione di uccidere Mr. Fantastic. Ma quando Reed, ignaro dell’inganno, si affida proprio a lui durante un pericoloso esperimento di esplorazione della Zona Negativa e l’impostore avrebbe l’occasione perfetta per disfarsi del rivale; questi, all’ultimo momento, resosi conto del reale valore di Richards, decide di sacrificarsi per salvargli la vita. Nel frattempo la storia ci mostra il tormento del vero Ben Grimm, tornato umano ma allontanato dagli amici e incapace di proteggerli, che alla fine si dovrà rassegnare a riprendere le sue sembianze rocciose proprio quando bussa alla porta della donna che ama.

Cosa succede qui? Succede che l’impostore diventa eroe proprio perché cambia il suo posto nell’ordine culturale. Da topo di laboratorio invisibile, mediocre e acido, si ritrova improvvisamente nel corpo dell’Altro per eccellenza, del Mostro che tutti temono e nessuno vuole davvero capire. E quella mostruosità pesante, la stessa che Ben Grimm maledice ogni giorno, si trasforma invece nella sua occasione di eroismo e di riscatto.
Questa storia è talmente seminale da essere stata ripresa, riletta, aggiornata e riadattata in numerosissime storie successive del fantastico quartetto. Ne cito qui solo un paio, perché ci aiuteranno a proseguire il nostro ragionamento.

La prima ha il tratto nervoso e ombroso di Jae Lee e porta la firma di Grant Morrison, lo sceneggiatore scozzese che ha smontato il supereroe come se fosse un’illusione: nessun io, nessun eroe, solo maschere che indossano altre maschere. Con il nostro quartetto ha fatto lo stesso, in Fantastic Four: 1234 (2001). Qui il ritorno di Ben a una forma umana è solo un sipario: l’incipit da cui prende avvio la storia. Ed è una trasformazione che avviene ad opera del Dr. Destino, acerrimo nemico del quartetto.

L’altra è un piccolo gioiellino di Alex Ross, il pittore che ha ridato ai supereroi la gravità dei dipinti rinascimentali, che in Fantastic Four: Full Circle (2022) riscrive il mito della prima famiglia Marvel. Questa storia è una vera e propria prosecuzione di Quest’uomo o questo mostro?: ritroviamo lo scienziato di quella storia che ritorna. Prima il suo corpo riemerge come ricettacolo di mostriciattoli provenienti dalla Zona Negativa. Poi, una volta che i quattro vi si avventurano, ritroveranno anche ciò che resta della coscienza di quell’uomo, al quale Ross da finalmente un nome: Ricardo Jones.

Ma allora, ecco la domanda che questi sessant’anni di storie ci lasciano sul comodino: e se il mostro fossimo noi? La Cosa ci racconta di quanto il mostruoso ci guardi dallo specchio e si sieda nel salotto con noi. I Fantastici Quattro, in fondo, più che salvare il mondo dai mostri hanno fatto qualcosa di più sottile e più crudele: ci hanno mostrato che i mostri vivono in salotto, mangiano a tavola con noi e spesso hanno il nostro stesso cognome. Sessant’anni fa quelle pagine a fumetti hanno varcato l’oceano, allora oggi è il caso di dire: Buon compleanno, Famiglia Richards! E grazie per averci insegnato che la prima frontiera da esplorare non è la Zona Negativa, ma il soggiorno di casa nostra.

è scrittore di mezza tacca, disegnatore a tempo perso e suonatore di citofoni (in cui fa le pernacchie prima di scappare) ma nella sua carriera vanta anche esperienze teatrali e cinematografiche poco riuscite, alcune brevi incursioni nel mimo e nel porno ne fanno un artista completo.
In preda ad una crisi di mezza età, senza i soldi per comprarsi la spider e troppo apatico per intraprendere la classica relazione con una ventenne, sceglie di prendersi una laurea in antropologia. Ma siccome a lezione si annoia infila le graphic novel dentro le sovracopertine dei libri di testo e alla fine, facendo confusione tra gli argomenti delle lezioni e quello che legge, inizia a scrivere cose strane che ancor più stranamente vengono pubblicate.