A cadenza annuale, a Bologna la IWonderPictures di Andrea Romeo organizza il Biografilm, festival cinematografico dedicato ai documentari e alle storie vere, dunque anche con spazio per storie biografiche e autobiografiche. Quella che segue è la prima recensione di una selezione di titoli scelti dal nostro collaboratore Vincenzo Paolo Santelia.
We are in trouble just now because we don’t have a good story. We are between stories. The old story, the account of how the world came to be and how we fit into it, is no longer effective. Yet we have not learned the new story.
Thomas Berry, The dream of the earth, San Francisco: Sierra Club, 1988, cit. p. 123
Poniamo un presupposto: uscire dalla visione di un documentario con la netta impressione che non si sappia nulla di più rispetto a prima di averlo visto è un pessimo segnale. Certo, non è un indicatore universale: chi conosce vita morte e miracoli degli Stooges non dovrebbe stupirsi se dopo aver visto Gimme Danger di Jim Jarmusch non ne sa più di prima. E tuttavia il punto rimane, soprattutto quando il tema, oltreché di scottante (sic) attualità, è anche discusso (spesso e volentieri male, se non malissimo) ad nauseam.

Cambiamento climatico e riscaldamento globale sono temi che riguardano tutto e tutti – e questo è un fatto. E Hungry, documentario diretto da Susanne Brandstätter, sembrerebbe apparentemente partire da tale innegabile premessa. Immaginando un ente tecnologico semovente e apparentemente autocosciente che atterra su un pianeta Terra oramai desolato e disabitato in un futuro che non viene esplicitamente definito se prossimo o lontano, attraverso la finzione narrativa della captazione da parte di questo di alcune frequenze radio vengono presentate alcune brevi, se non brevissime, interviste a svariate figure con competenze in ambito scientifico e, verso la conclusione, economico e legale. Il nesso che unisce le interviste e costituisce l’argomento portante del film sono gli effetti del cambiamento climatico sulla catena alimentare, e dunque anche sull’alimentazione umana e dunque sull’industria alimentare.
Ora, non si direbbe il falso se ci si limitasse a dire che le interviste sono in larga parte insoddisfacenti – e non di certo per la caratura delle figure intervistate, fra cui si contano anche collaboratori di organi delle Nazioni Unite: se a livello contenutistico anche chi non è ferrato su materie scientifiche, come il sottoscritto, può seguire e quantomeno apprezzare la linearità con cui i concetti della prima parte del documentario vengono esposti, nella seconda metà – dedicata alle proposte politiche per interfacciarsi con la crisi climatica – la semplicità dell’esposizione degenera in alcuni punti in una vera e propria faciloneria degna di una narrazione ‘un-tanto-al-chilo’. Lo spettatore qui non è assolutamente esposto a menzogne o cose false di per sè, bensì a considerazioni talmente generali e vacue che nel mio caso mi hanno portato a chiedermi se non avessi fatto meglio a leggermi un libro o un articolo di giornale. Non deve aver aiutato senz’altro l’apporto alla produzione dell’emittente pubblico televisivo austriaco, perché durante tutto il film questa linearità espositiva capitola in fondo di fronte al peggior difetto che un documentario possa avere: l’intenzione di assomigliare il più possibile a un servizio giornalistico.

E probabilmente risulta questa la carenza più grave del film: la carenza di una visione d’insieme – una Weltanschauung – esplicitamente documentaristica. E questa mancanza si risolve in un’occasione sprecata, poiché le conclusioni che pure ci sono nel film avrebbero pure fornito terreno fertile a una discussione cinematografica ed ecologista insieme della questione. Le battute finali del film difficilmente non possono non ricordare allo spettatore quelle battute di Capitalismo e schizofrenia in cui Gilles Deleuze e Felix Guattari parlano di come «il problema fondamentale della filosofìa politica resta quello che Spinoza seppe porre» e cioè «perché gli uomini combattono per la loro servitù come se si trattasse della loro salvezza?». Ma anche allontanandoci dai francesi, Gabriele Lolli, ex professore di filosofia della matematica alla Normale di Pisa, evidenziava giusto pochi anni fa questa stessa identica contraddizione, contestualizzata oramai in piena crisi climatica: «Ora la pubblicistica relativa è diventata enorme, ma questo non è un segno che la consapevolezza delle persone si sia radicata, al contrario. (…) Non basta la paura: perché diventi una guida per le scelte politiche occorre che il problema sia interiorizzato con convinzione e questo può succedere solo sulla base di conoscenze, non informazioni, salde e precise». [“Ma perché abbiamo aspettato tanto?”, in “L’Indice dei libri del mese”, n.7-8 anno XXXIX, luglio-agosto 2022, p.10, cit. ibid.]

Ciò non vuol dire che la questione sia trita e ritrita, ma che deve essere cinematograficamente sviluppata verso nuovi orizzonti. C’è chi vi aveva pensato decenni or sono, all’inizio della propria carriera. In un’intervista rilasciata nel 1994, parlando del suo esordio alla regia – e cioè Nausicaä della Valle del vento – Hayao Myiazaki disse: «Verso la conclusione del Macbeth c’è una scena in cui la foresta si muove. A Macbeth è stato detto che finché la foresta non si muove, sarà lui a prevalere, ma alla fine la foresta inizia a muoversi. (…) Ho pensato che sarebbe stato interessate ribaltare il concetto di piante come esseri indifesi che stanno venendo distrutti e creare invece una foresta sull’offensiva. In altre parole, non è il picco dell’arroganza continuare a mostrare la natura come bisognosa di aiuto per non scomparire? (…) Tutti dipingono la natura come affascinante. E tuttavia, c’è qualcosa di ben più spaventoso. Questo è il motivo per cui credo ci sia qualcosa che manca alla nostra attuale visione della natura».