I Fantastici Quattro e la mostruosa fabbrica dell’identità

Paolo Valeri | Antropocomics |

I Fantastici Quattro, lo sappiamo, non sono mai stati dei supereroi come gli altri. Non indossano maschere per nascondere un’identità segreta; la loro maschera è la pelle che hanno addosso e per qualcuno è un involucro mostruoso. La centralità del personaggio di Ben Grimm ha attraversato sessant’anni di comics, a partire da classico Quest’uomo o questo mostro?, che ha messo a tema la mostruosità come elemento centrale dell’identità di queste storie. Una caratteristica ripresa più volte: da Grant Morrison in Fantastic Four: 1234 (2001) che fa del ritorno di Ben a forma umana l’incipit della sua rilettura, ad Alex Ross che in Full Circle (2022) prosegue direttamente quel plot, dando finalmente un nome allo scienziato della storia originale, Ricardo Jones, e facendone il protagonista di una nuova avventura nella Zona Negativa.

Se in 1234 tutto il problema del posizionamento culturale, e quindi della conseguente mostruosità, è giocato proprio sull’essere dentro o fuori dall’istituzione familiare; in Full Circle è la Zona Negativa l’elemento fantastico attorno al quale si gioca il concetto di alterità mostruosa.

Nel primo caso ciò che è fuori dalla cerchia affettiva dell’istituzione familiare ha fattezze mostruose, l’Uomo Talpa ma più ancora Namor, il Sub-Mariner, in quanto elemento di disturbo che mette in crisi la monogamia e la stabilità affettiva della coppia Reed-Sue. Ma il vero capolavoro di Morrison è il Dottor Destino che, nonostante una storia che lo lega in profondità a Reed e a Sue, rimane l’escluso per eccellenza; il parente antipatico che tutti si dimenticano il giorno di Natale.

In Full Circle, invece, l’antagonista è Janus. Ross lo disegna con le fattezze di Freddy Mercury, icona queer e simbolo liminale per eccellenza. Reed lo bolla subito con un’espressione tremenda: «Sei una cosa che pensa di essere un uomo, ma in realtà ne sei solo un eco». Janus non è più umano, è solo un’entità costretta a usare il corpo di un uomo per poter cambiare posizione, per tornare nel novero della realtà.

La Zona Negativa qui segna perfettamente lo spazio mostruoso, un antimondo. Ma Ross ribalta la prospettiva quando scopriamo che il nostro Ricardo Jones, come un astronauta disperso, è sopravvissuto al suo interno grazie al pianeta-oasi che ha contribuito a edificare. Laggiù, nella civiltà nata nel cuore dell’antimateria, vediamo all’opera l’intuizione di Maurizio Bettini, che analizzando i testi classici con prospettiva antropologica ha riconosciuto nel monstrum il prodigio che «segna il limite fra la cultura e ciò che viene prima della cultura». Per i Romani il mostruoso era un avvertimento divino che faceva parte di un ordine più grande di quello istituito dall’uomo. Ecco, il pianeta su cui si è rifugiato Ricardo è proprio questo: una civiltà, un ordine, un’oasi che si è sviluppata in mezzo al mostruoso assoluto della Zona Negativa.

La verità è che «gli uomini hanno avuto bisogno dei mostri per diventare umani»: ce lo dice José Gil, filosofo portoghese che in Mostri (2004) rivela quanto il mostruoso sia ciò che l’umano espelle da sé per definirsi. Uno strumento per tracciare il confine tra normale e patologico, lecito e illecito, tra chi merita di stare dentro e chi va lasciato fuori. Senza un “mostro” da additare, non esisteremmo nemmeno “noi”.

Le storie dei Fantastici Quattro che abbiamo incrociato qui dopotutto non sono altro che narrazioni utili a questo scopo. Definire, attraverso il mostruoso, le identità accettabili, giuste, buone ed eroiche.

In Quest’uomo o questo mostro?, il vero mostro che guida le azioni dello scienziato pazzo è Reed Richards. Lo scienziato anonimo guarda Mr. Fantastic e vede qualcuno che possiede tutto ciò che a lui è stato negato: genio, rispetto, una famiglia e una torre piena di riconoscimenti. È questa percezione, Reed come mostro freddo e inumano, che gli permette di compiere tutte le nefandezze che lo portano nel Baxter Building. Ma ecco il colpo di scena: quando, nel momento decisivo, vede Reed non più come un mostro ma come un uomo fragile che rischia la vita, qualcosa si rompe anche nella propria identità. All’improvviso può cambiarla senza tornare a essere lo scienziato mediocre di prima, quello che aveva bisogno di un mostro da odiare per esistere. È così che diventa un eroe.

Full Circle porta a compimento questo scarto identitario che ha il sapore di una redenzione. Sarà proprio Reed a donare a Ricardo Jones una tuta elastica che gli permette di abbandonare la pesante armatura in cui era costretto a essere imprigionato per poter sopravvivere nella Zona Negativa. Non è un gesto tecnico: è un gesto simbolico. Il mostro che, una volta compreso, lo ha reso un eroe, ora gli permette di liberarsi di una zavorra; proprio come lui aveva, involontariamente, liberato Ben Grimm dalla prigione di roccia del suo corpo. Ross segna un parallelo identitario potentissimo: Ricardo e Ben sono due facce della stessa medaglia, due uomini intrappolati in un’identità fondata sull’opposizione ad una mostruosità. Due uomini che per ritrovarsi devono a tutti costi fare i conti coi mostri che si sono costruiti.

Infine, 1234 di Morrison ci dà la stoccata più amara. Il vero mostro, in agguato per tutta la storia, è il modello dello scienziato distratto che rischia di amare le equazioni più delle persone. Morrison confonde Victor Von Doom e Reed Richards fino a mostrarceli come due facce della stessa medaglia: entrambi scienziati, entrambi razionalisti, entrambi potenzialmente mostri. La differenza, lo abbiamo già visto, sta nella partecipazione agli affetti.

Ma la domanda che Gil ci costringe a fare è un’altra: perché queste storie ci raccontano la razionalità totalizzante e autistica degli scienziati come la vera origine del mostruoso? Perché in fondo oggi, come quattromila anni fa, è di fronte al mostro della nostra «hýbris» che necessitiamo di definire moralmente le nostre identità. Proprio oggi, in un mondo dominato dalla ragione tecnica che ha spinto le lancette dell’orologio dell’apocalisse a soli 85 secondi dalla mezzanotte, abbiamo bisogno di narrazioni capaci di ricordarci come essere umani. Che significa, almeno per un po’, smetterla con quel dannato ottimismo verso il progresso e la presunta neutralità della scienza.

Non credo sia un caso che tutte queste storie mettano in scena vecchi amici di scuola: Reed, Von Doom, Janus e persino Ben Grimm sono tutti ex compagni di college. Il tempo della scuola nella nostra società è il tempo dell’identità in potenza. Il momento prima delle decisioni, lo spazio che abitiamo prima di quella scelta morale che ci posiziona tra uomini e mostri. Il momento in cui bisogna decidere da che parte stare arriva dopo. E siccome siamo costretti a farlo in un’epoca in cui la scienza promette di risolvere tutto ma non chiarisce nulla, in un mondo in cui vendiamo affetti e identità attraverso la tecnologia, è bello avere storie come questa in grado di ricordarci che la mostruosa landa che abitiamo è piena di sopravvissuti ravveduti come Ricardo Jones, che costruiscono oasi in mezzo al nulla.

Lo so, sono solo stupidi disegni ma ci rammentano quanto senza mostri non si possa essere eroi. Attraverso quelle strisce possiamo ancora emozionarci, perché alla fine aveva ragione Ian Curtis quando cantava: «Love, love will tear us apart again». L’amore ci fa a pezzi, sì. Ci strappa via dalla sicurezza delle nostre corazze, ci butta in mezzo al caos degli affetti e ci costringe a scegliere. Ma, quando il mostro bussa alla porta, è anche l’unica cosa che ci ricorda chi siamo stati prima di diventare quello che siamo. L’unica cosa che ci costringe ad essere umani. Dovremmo ringraziarli, i Fantastici Quattro – ma anche i Joy Division, dai – perché continuano a tenerci dalla parte sbagliata del confine.

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