Il verbo leggere significa troppo e troppo poco.
Quel verbo si riferisce, con precisione, alla decodifica di un’infilata di sgorbietti scritti, scalpellati o stampati per trasformarli in suoni. Quegli disegnetti sono segni grafici che rappresentano convenzioni condivise tra chi li scrive e chi, appunto, li legge. Ognuno di quegli sgorbi rappresenta un suono e messi gli uni accanto agli altri – a meno che dall’altra parte non ci sia una scimmia che pesta su una tastiera, una divinità folle o una macchina che combina caratteri a caso – formano parole e frasi. Aggiunge Treccani, come seconda definizione: «In genere, oltre all’atto materiale del distinguere i segni, il verbo esprime anche l’atto intellettuale dell’intendere il significato delle parole; quindi, prendere conoscenza del contenuto di uno scritto».
Ecco, basta sfogliare il dizionario e superare la prima definizione – quella della decodifica degli sgorbi – e “leggere” diventa quella roba lì: un atto intellettuale. E, partendo da lì, ci sentiamo tutti in diritto di giudicare chi legge meno di noi. La lettura ci dona superiorità intellettuale e, di conseguenza, morale. «Sai quante persone leggono meno di tre libri l’anno?», «Quanta ignoranza, chissà se ha mai letto un libro?», «Meno televisione e meno tiktok… leggi un libro!», «Qualsiasi libro è meglio di non leggere niente!», «La lettura libera la mente!», «Siamo nati per leggere!»… e via delirando.
Ogni volta che sento qualcuno lodare l’infinita superiorità del libro rispetto a qualsiasi altro manufatto umano, e della lettura rispetto a qualsiasi altra azione, mi viene voglia di rispondere con lo stesso grado di idiozia. Prova un po’ a piantare un chiodo nel muro con un Oscar Mondadori, affetta una melanzana con un volume della Bibliothèque de la Pléiade, debella il colera con Don Chisciotte della Mancia…
È chiaro, sto dicendo sciocchezze. Però non riesco a capire perché la cultura debba essere misurata in numero di libri letti durante l’anno. Non riesco a capire per quale motivo chi – pur non leggendo nemmeno dieci pagine l’anno – conosce tutti i profumi e sa come la loro combinazione produce nuove fragranze dovrebbe essere meno colto di chi conosce a memoria tutti i libri di Omero e li ripete due volte la mattina.
Poi, però, mi fermo e lascio correre lo sguardo sulla parete qua davanti. Dannazione! Una distesa di libri di costa. E dietro. E accanto. E nelle altre stanze. E nelle scatole riposte in un paio di box che avrebbero potuto ospitare, con maggior profitto, delle automobili. Sono un uomo di carta, vivo tra le pagine dei miei libri, ho delegato loro la mia memoria e la mia autobiografia. Con il mio amichetto Boris, quando ci dobbiamo insultare vicendevolmente ci diciamo cose del tipo «Non capisci un cazzo di musica / cinema / vino / videogiochi / tecnologia…». È un insulto gravissimo: ci stiamo accusando di vicendevole ignoranza. Perché nel sistema culturale che abitiamo tutti i giorni, il libro è solo un manufatto che serve a veicolare narrazioni: proprio come un videogioco, un brano musicale, un film, una pietanza fatta come si deve, una bottiglia…
Eppure, siamo uomini di carta.

Alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso, un tipo, un argentino coltissimo, mentre cercava di raccontare che i fascismi nascono dalla paura e dall’ignoranza, spiegava che quando leggiamo un libro non possiamo capire tutto. Perché la vita che abbiamo vissuto ci rende diversi dalla persona che quel libro ha scritto. Perché quella persona ha vissuto un’altra vita. Ha letto altri libri, amato altre persone, assaggiato altri vini… E, allora dobbiamo muovere delle approssimazioni. Ogni lettura diventa una nuova traduzione, anche quando stiamo rileggendo lo stesso libro (abbiamo accumulato altra vita: abbiamo letto quel libro, per esempio). E alcune cose, che erano nelle intenzioni di chi quel libro ha scritto, non le capiremo mai. Questo argentino, che di lì a poco avrebbe smesso di leggere, qualche anno prima, aveva raccontato di una biblioteca infinita, in cui potevano essere collocati infiniti libri, generati con logica combinatoria, in bilico tra caso e necessità. Molti di quei libri non significavano nulla in nessuna lingua. Tanto quelli incomprensibili quanto quelli densi di senso meritavano di essere letti e, quindi, tradotti.
Facci caso: l’idea fantastica dell’argentino anticipa di un paio di decenni l’architettura teorica di Umberto Eco, fatta di cooperazione interpretative, opere aperte, lettori modello e traduzioni che dicono quasi la stessa cosa.
Il verbo leggere, ti dicevo, significa troppo e troppo poco. Perché dentro ogni lettore – che è anche, per forza di cose, un traduttore – c’è un’intera biblioteca. Magari anche nelle stanze in cui vive ce n’è una, ma quella dentro di lui è decisamente più vasta. Un sistema di scaffali invisibili su cui sono disposti tutti i libri letti, certo, ma anche tutti i film visti, le canzoni sentite, le conversazioni interrotte, i sogni dimenticati a metà, le umiliazioni patite alle medie, la coppa del terzo posto del torneo provinciale, il profumo di un posto che non c’è più, il corpo tenuto tra le braccia solo per cinque minuti, il sapore sul palato di un vino ottimo e il sentore acre nel naso di un farmaco schifoso. E mentre legge (mentre ascolta, gioca, guarda, tocca, assapora…), tutta quella vita appoggiata nella sua memoria entra nel testo. E a quel punto chi ha scritto e chi legge si incontrano a metà strada, in un punto che i due non immaginavano neanche che esistesse.
Lo stesso argentino, sempre lui, ha scritto anche che il libro è lo strumento più straordinario che l’uomo abbia mai prodotto. Non perché contiene la verità. Ma per una ragione più pratica e meno romantica: mentre il martello prolunga il braccio, il libro prolunga la memoria e l’intelligenza. È una protesi cognitiva. È il modo in cui l’umanità ha deciso di non dimenticare, di non ricominciare ogni volta da capo, di appoggiarsi sulle spalle di chi è venuto prima.
Ora però torniamo al punto. Dopo la rivoluzione di Gutenberg ce ne sono state un bel po’ di altre. La biblioteca che ciascuno di noi porta dentro e fuori di sé non è fatta solo di libri. Non lo è mai stata, a dire il vero: ci sono sempre state le storie raccontate a voce, le immagini dipinte sulle pareti, le canzoni tramandate senza che nessuno le scrivesse, le danze, i baccanali, addirittura l’Iliade e l’Odissea. Però oggi – innumerevoli rivoluzioni dopo quella della stampa – nella biblioteca ci sono i film, le serie, i podcast, le registrazioni, gli archivi storici, le canzoni, i videogiochi, i meme, i reel su TikTok, le conversazioni su WhatsApp, i thread infiniti su Reddit, le chiacchierate infinite con l’AI che ha smesso da un pezzo di usare l’ultimo modello perché avresti dovuto pagarlo. E proprio come nella biblioteca di Babele – quella inventata dall’argentino – è tutto conservato, archiviato, indicizzato, ritrovabile. E quasi tutto privo di senso.
(JLB, 24 agosto 1899 – 14 giugno 1986)


Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).
Una risposta su “Troppo e troppo poco”
R good
era Messi, giusto ?
un caro saluto
R. Good