MISSIONE ALPHAVILLE – Saggio sulla città come archivio e matrice del nostro immaginario. Capitolo secondo, dove ti racconto di come la soluzione a un problema specifico di stoccaggio ha cambiato per sempre il nostro immaginario.
A quarant’anni suonati (stava ormai per compierne quatantuno) Elisha Graves Otis si ritrova davanti a un problema molto pratico. Siamo nella seconda metà del 1852 ed Elisha lavora, da circa sei mesi, come progettista e manutentore dei macchinari della Maize & Burns, una fabbrica di reti da letto con sede a Yonkers nello stato di New York. Il problema consiste nel fatto che, per motivi riorganizzativi, si è reso necessario trasportare le macchine per l’assemblaggio delle reti al piano superiore del vastissimo stabilimento. Questo comporta una forte dose di rischio, perché anche se è vero che – come ci racconta Vitruvio nel De architectura – i primi montacarichi furono progettati da Archimede già nel III secolo a.C. e se è altrettanto vero che nella Spagna del VIII secolo d.C. i conquistatori musulmani dotavano i loro palazzi di meccanismi destinati al trasporto verticale delle persone, tutti questi dispositivi avevano un difetto originale. Quando, e succedeva spesso, si rompeva la fune deputata al sollevamento della cabina, la caduta era violenta e il disastro era assicurato.
Ora, siamo negli anni Cinquanta dell’Ottocento, proprio il momento in cui nasce e si sviluppa quello che Marianen Debouzy ha definito come “capitalismo selvaggio”. Quindi è abbastanza improbabile che la preoccupazione di Joshia Maize (proprietario della fabbrica) sia rivolta all’incolumità dei suoi operai: in quegli anni il flusso immigratorio negli USA era aperto (tra la metà e la fine del XIX secolo) e arrivarono negli USA più di otto milioni di persone. La mano d’opera a disposizione era più dell’offerta e non sarebbe stato un problema per il cinismo imprenditoriale di un fabbricante di reti da letto, sostituire operai morti o resi invalidi a un costo addirittura minore. Condizione perfettamente descritta dalla storica frase di James Jerome Hill (il padrone delle ferrovie americane): «Perché dovrei pagare un macchinista sei dollari al giorno per fare un lavoro, che un cinese farebbe per cinquanta centesimi?»
Ciò di cui realmente si preoccupa Maize sono i macchinari. Il costo di una loro sostituzione per danneggiamento, unito al rallentamento della produzione, sarebbe una perdita troppo grossa per la sua impresa. Così incarica Otis, il suo meccanico migliore, di trovare la soluzione più adatta al problema. E Otis il problema lo risolve.

Progetta un meccanismo frenante a molla dentata (non so dirti altro, non ho la più pallida idea di come funzionasse) che, in caso di rottura della fune di trazione, blocca immediatamente l’elevatore. Il meccanismo funziona così bene che l’anno dopo Otis si convince a metetrlo in produzione: lascia la Maize & Burns e fonda una ditta sua, la Otis Elevator Company. Piccolo spoiler: Otis morirà presto, a cinquant’anni nel 1861 (per una difterite) ma la sua ditta esiste ancora ed è una delle più importanti produttrici di ascensori del mondo: li trovi installati dall’Empire State Building alla torre Atakule, passando per la Torre Eiffel.
Dal 14 luglio al 14 novembre 1853 si tenne al Crystal Palace di New York la Exhibition of the Industry of All Nations che voleva essere la risposta americana all’Esposiziona Universale di Londra del 1851. A differenza però dell’Expo, l’Exhibition fu un disatro finanziario (nemmeno l’ingaggio di P. T. Barnum per risollevarne le sorti con i suoi spettacoli, sortì un effetto positivo) e non la organizzarono più. Se viene ancora ricordata è solo perché Otis vi fece una dimostrazione pratica e pubblica del suo sistema di sicurezza per elevatori. Dopo aver installato un montacarichi (dotato di motore a vapore per il sollevamento) nel centro di quello che oggi è il Bryant Park, vi montò sopra e quando fu quasi arrivato in cima, davanti alla solita folla incuriosita che si raduna per questi eventi, fece tagliare improvvisamnete il cavo di trazione. Il freno a molla entrò in funzione immediatamente bloccando con un lieve contraccolpo, tra lo stupore collettivo, la caduta del montacarichi. Non sto nememno a dirtelo: gli ordini fioccarono numerosi alla Otis Elevator Company.
Figlio di un geometra irlandese, quando John P. Gaynor sbarca a un molo privato di Manhattan, nel 1849 (il primo centro di raccolta per gli immigrati, Castle garden, sarà aperto solo nel 1855 e quello più famoso di Ellis Island nel 1892), ha 23 anni ed è già un architetto diplomato alla Royal Dublin Society. Dal 1835 New York è la città più popolosa d’America, in continua espansione demografica e urbanistica. Per un bravo architetto affermarsi in quel gigantesco cantiere urbano non è difficile. Qualche anno dopo il suo arrivo già lavora per Walter Langdon, uno degli imprenditori edili più potenti della città.
Non sappiamo se Gaynor fu presente alla dimostrazione di Otis, ma quello che è certo è che, mentre progetta il palazzo che la E. V. Haughwout Company (il fornitore ufficiale di cristallerie e porcellane della Casa Bianca) ha commissionato a Langdon per aprirci il proprio negozio, si rivolge a lui per capire se sia possibile installare all’interno del palazzo un ascensore dedicato alle persone invece che alle merci. Otis gli risponde di sì, che si può fare.
Il 23 marzo 1857 quando l’E. V. Haughwout Building viene inaugurato, all’angolo tra Broome Street e Broadway c’è una folla numerosissima. Probabilmenete qualcuno sarà lì per visitare l’emporio delle cristallerie Haughwout, altri saranno lì per la particolare architettura del palazzo, ricalcata sulla Biblioteca Marciana di Venezia, ma con le facciate di ghisa, ma la maggioranza è lì per provare il primo ascensore idraulico per uso civile al mondo.
Il palazzo non è particolarmente alto, sono 5 piani per 24 mt totali. Perfettamente in linea con le altezze degli edifici dell’epoca: massimo 4 o 5 piani per un totale di massimo 20 mt. La linea dell’orizzonte (lo skyline) di New York è simile a quella di qualsiasi città europea, dominata da tetti spioventi con i campanili delle chiese come punti più alti. Arrivando dal porto nulla supera in altezza gli alberi delle barche ormeggiate lungo l’Hudson, forse solo il campanile della Trinity Church di Lower Manhattan.
Il limite dell’altezza degli edifici è di natura fisica. Salire a piedi oltre il quinto piano non è una pratica che può essere sostenuta da chiunque con frequenza ravvicinata e poi voglio vederti a portare per le scale, oltre il quinto piano, arredi e altro amteriale pesante! Ma adesso che si possono dotare i palazzi di ascensore, l’altezza non è più un limite. Anzi, diventa un’opportunità.

Nel 1889 al civico 50 di Broadway viene eretto un palazzo di 11 piani, alto 39 mt, il Tower Building che può essere considerato il primo vero e proprio grattacielo. Seguirà, nel 1890, il World Building. 20 piani per 106 mt: il primo edificio più altro della guglia della Trinity Church. Ormai si punta sempre più in alto. Nel 1902 il Flatiron Building raggiunge i 22 piani. Da questo momento, in una decina d’anni l’orizzonte di New York viene completamente stravolto. Non è un caso, per esempio, che un fumetto come Little Nemo in cui lo scenario urbano verticale è elemento fondamentale dell’architettura delle tavole di vede la luce nel 1905 su un quotidiano newyorkese (il “New York Herald”). L’invenzione dell’ascensore sta modificando l’immaginario e lo farà sempre più velocemente, perché la crescita dei grattacieli è senza eguali, e a metà degli anni Dieci del secolo scorso i palazzi più alti superano i 200 mt; all’inizio degli anni Venti l’orizzonte di Manhattan è una vera e propria foresta verticale.
Arrivare a New York dal mare è un’esperienza visiva che lascia il segno.

Nel 1922 esce nelle sale di tutta Europa, un film ispirato al villain letterario creato dallo scrittore lussemburghese Norbert Jacques: Il Dottor Mabuse. È diretto da Fritz Lang e scritto da Thea von Harbou, ed èil secondo film – dopo Destino – con cui la coppia torna tra le braccia della Decla di Erich Pommer. Il successo di pubblico è tale che ne nascerà un vero e proprio franchise (in 50 anni usciranno 9 film – tanti quanti i romanzi di Jacques- dedicati al personaggio, di cui i primi tre firmati dallo stesso Lang) e farà del suo regista uno dei due più famosi d’Europa. Visto che Ernst Lubitsch se ne era andato a Hollywood proprio lo stesso anno di uscita del film, Lang se la giocava praticamente solo con F. W. Murnau. Grazie a una capillare rete di amicizie (in particolare Kurt Pinthus che curava le pagine culturali del settimanale “Das Tagebuch”, Siegfried Kracauer che scriveva su un quotidiano influente come “Frankfurther Zeitung” e Lotte Eisner, redattrice del diffusissimo “Film-Kurier”) Fritz e Thea divennero la coppia più glamour del momento. Dalle apparizioni pubbliche alla vita privata, tutto era costruito con attenzione maniacale perché agli sguardi esterni il loro matrimonio apparisse perfetto e armonioso. In realtà i due erano agli antipodi: tanto generosa e prodiga era von Harbou quanto tirchio era Lang; tanto Lang era mondano e amante della vita notturna, tanto von Harbou era riservata e amante della vita casalinga. Dopo il matrimonio, l’ardore sessuale che li aveva uniti nel tempo della loro relazione clandestina cominciò a smorzarsi e Lang prese a collezionare avventure con ballerine e aspiranti attrici.
«Siamo rimasti sposati per undici anni – raccontò Thea von Harbou – perché negli ultimi dieci non abbiamo mai trovato il tempo per divorziare.» Sembra una battuta, ma c’è molta verità. Dal 1922 al 1933 (con Il testamento del dottor Mabuse terminano la loro collaborazione e la loro vita coniugale) Lang/von Harbou più che moglie e marito, furono una prolifica e fortunata società realizzatrice di film di grande successo. La loro attività produttiva era senza sosta.
Dopo Mabuse i due mettono in cantiere, sempre con la produzione di Pommer e della governativa Universum-Film AG (UFA), un kolossal epico ispirato a La canzone dei nibelunghi, poema eroico del XIII secolo. Non starò a tediarti con la storia produttiva del film (complessa e problematica), in fondo questo non è un saggio su Fritz Lang, ma ti racconto solo che il lancio pubblicitario, studiato dalla UFA, con uno slogan che definiva i personaggi del film, tutti eroi mitologici fondativi dell’identità germanica, come “una banda di efferati assassini” (slogan che, a guardare la storia tedesca da lì ai due decenni successivi potremmo definire come preveggente ), fu motivo di scandalo e feroci polemiche.

Fino a quel momento, pur essendo uno dei registi più famosi in Europa, Lang era praticamente sconosciuto negli Stati Uniti. Douglas Fairbanks aveva acquistato , tramite la United Artist, i diritti di distribuzione di Destino ma, dato che ne aveva plagiato alcune soluzioni registiche e alcuni trucchi scenici per il suo Il Ladro di Bagdad, pensò bene di non farlo uscire nelle sale. Il dottor Mabuse invece, nonostante il successo europeo, arriverà nelle sale americane solo nel 1928 sulla scia di altri successi di Lang.
Alle volte però succedono cose strane. La polemica tedesca per il lancio di I Nibelunghi arrivò negli USA grazie a T. R. Ybarra, corrispondente da Berlino per il “New York Times”, e amplificata su altre testate, suscitò un vivissimo interesse, al punto che ne fu organizzata, per la fine di ottobre 1924, una premiere al Century Theatre di New York. Il regista fu invitato a presenziarla.
Così, il 2 ottobre Lang e Pommer salparono da Amburgo a bordo della S.S. Deutschland con destinazione New York.
In ottemperanza al The Aliens Restriction Act del 1919, in quanto cittadini di un paese che era stato in guerra con gli Stati Uniti, quando la S.S. Deutschland attraccò a New York Lan e Pommer dovettero trascorrere la notte a bordo in attesa dell’autorizzazione a sbarcare. Il primo impatto di Lang con lo skyline di New York fu quindi dal ponte della nave nel buio della sera.
Racconterà così quella sua esperienza visiva a Peter Bogdanovich, in quel gioiello che è Fritz Lang in America (Praeger,1967 – trad. mia): «È in quel momento che ho concepito Metropolis. Vedevo strade illuminate a giorno dalle luci al neon e insegne enormi e luminose sospese ovunque. Si muovevano, lampeggiavano, alcune si avvitavano a spirale. Non avevo mai visto nulla di simile, era una cosa inaudita, fiabesca, per un europeo come me… Gli edifici sembravano vele altissime, scintillanti e senza peso: stoffe lussuose che scendevano dal cielo per abbagliarmi, distrarmi e ipnotizzarmi. Era notte e la citta non dava l’impressione di essere viva, sembrava l’illusione della vita. Ho pensato che dovevo fare un film per raccontare quelle sensazioni».

Appena tornato a Berlino, alla fine di novembre, coinvolgerà subito Thea nel progetto di quel film. Una gestazione che durerà più di due anni. Dopo l’uscita di Metropolis, il 10 gennaio 1927, il nostro immaginario non è stato più lo stesso.
Non fa un cazzo da anni, ma è invecchiato lo stesso. Vive a Milano, e non potrebbe farlo in nessun’altra città italiana. Legge e parla di fumetti dal 1972 (anno in cui ancora non sapeva leggere). Ha una cattiva reputazione, ma non per merito suo. Ama e praticava la boxe, poi si è rotto. Beve tanto in compagnia di gente poco raccomandabile, tipo Paolo con il quale – per colpa di una di quelle bevute – si è ritrovato a curare QUASI.