Metropolis: Da mito della macchina a corpo climatico

Lella Parmigiani | Interni |

Nel 2026 della finzione cinematografica di Fritz Lang e Thea von Harbou, Metropolis, la città del futuro si presentava come una gigantesca macchina verticale, la perfetta incarnazione di una nuova Torre di Babele, fallita per la frattura inconciliabile tra classi sociali. Gli industriali, in cima, ideavano la Torre in nome del profitto e del potere; nel sottosuolo le maestranze, ridotte a ingranaggi umani alienati e consumati dalla fatica.

Locandina  francese del 1927 di  Boris Bilinsky per l’uscita di Metropolis.

Ammetto che Metropolis, capolavoro muto dell’espressionismo tedesco nella versione riadattata e sonorizzata da Giorgio Moroder nei primi anni Ottanta, pur muovendosi al di fuori dei miei generi preferiti, riesce a inchiodarmi allo schermo.

L’estetica visiva, potenziata da tecniche di ripresa rivoluzionarie, e la monumentalità urbana, fortemente debitrice ai progetti avveniristici di Antonio Sant’Elia, mi restituiscono tutta l’immensa forza futuristica della sua architettura.

Antonio Sant’Elia, La Città Nuova: Stazione d’aeroplani e treni ferroviari con funicolari e ascensori su tre piani stradali, 1914. Matita e inchiostro su carta.  
 Antonio Sant’Elia, La Città Nuova: Casa a gradinata con ascensori esterni e galleria interna, 1914. Matita e inchiostro su carta.

L’urbanistica cessa di essere un semplice sfondo per trasformarsi nella protagonista della narrazione. Le scenografie traducono in materia cinematografica l’utopia della Città Nuova, teorizzata nel 1914 dall’architetto comasco avanguardista, riprendendo i punti cardine del Manifesto dell’Architettura Futurista, stilato con l’amico Filippo Tommaso Marinetti: la città-macchina, dove l’edificio dalle verticalità esasperate si fonde con le vie di comunicazione. Arterie sospese, ponti tra grattacieli, treni aerei, ascensori a vista e condotte industriali incarnano l’estetica della velocità e della potenza.

Ma è proprio in questa monumentalità che l’utopia urbana si trasforma nella matrice della distopia cinematografica: la città di sopra, luminosa ed elettrificata, esiste solo grazie alla città sotterranea, cupa e claustrofobica, in cui l’estetica futurista rivela un sistema spietato che consuma la forza lavoro.

Modellino della “città alta” tratto dal  film Metropolis (1927) esposto presso la Deutsche Kinemathek (Museo del Cinema e della Televisione) a Berlino. 
Dietro le quinte di Metropolis, montaggio della città alta.
Fotogramma da Metropolis, la  veduta della città futuristica.

Se l’opera seminale della fantascienza del primo Novecento individuava nella macchina urbana il motore dell’ingiustizia, la realtà odierna ci pone di fronte a nuove e drammatiche complessità. La città contemporanea non è solo teatro di conflitti sociali, ma un organismo innestato su un pianeta i cui equilibri termici e biologici sono stati profondamente alterati dall’impatto umano. 

La deforestazione, la cementificazione dei terreni, l’iper-sfruttamento delle risorse e la concentrazione di emissioni climalteranti sono tra i fattori chiave che hanno innescato la reazione dell’ecosistema globale, provocando il surriscaldamento del clima.

La responsabilità di questo stato di cose non può essere distribuita equamente. Per decenni l’obiettivo prioritario è stato la massimizzazione del profitto a breve termine, con le grandi corporazioni che hanno scientemente ignorato gli allarmi della comunità scientifica pur di non intaccare i propri margini di rendita, e i governi ne hanno sposato le logiche di mercato, consegnando la pianificazione urbana alla speculazione immobiliare più selvaggia.

Le città della cultura pop sono da sempre lo specchio dei nostri incubi urbani: la Gotham notturna e opprimente di Tim Burton, la Los Angeles perennemente bagnata da una pioggia acida in Blade Runner, la superficie stratificata di The Long Tomorrow non solo hanno nutrito l’immaginario collettivo con l’idea di metropoli cupe e segnate da profonde disuguaglianze, ma hanno anche anticipato il degrado ecologico e la desertificazione reale.

Oggi quel collasso bioclimatico ha smesso di essere una speculazione narrativa, stiamo correndo verso la destabilizzazione sistematica della biosfera in tempi più brevi di quanto la scienza avesse previsto. Gli eventi estremi di quest’estate ci hanno dato un assaggio di ciò che diventerà la nuova normalità. Abbiamo assistito a settimane ininterrotte con picchi fino a 50 °C, all’insorgenza di severe ondate di calore nei nostri mari e alla devastazione di decine di migliaia di ettari di patrimonio boschivo tra Grecia, Spagna, Francia e Italia meridionale, con la conseguente compromissione critica della qualità dell’aria negli ambiti urbani.

L’impatto sulla tessitura urbana è profondamente asimmetrico: se i quartieri benestanti godono di viali piantumati e giardini, gli ambiti ad alta densità, compressi in spazi abitativi ridotti e sovraccarichi di cemento, si trasformano in trappole termiche, soffocati dal calore espulso dai condizionatori direttamente verso la strada.

In questo scenario, la bioarchitettura cessa di essere una scelta stilistica e diventa un imperativo politico. È ormai prioritario concepire le metropoli come organismi bioclimatici: un nodo centrale nel dibattito architettonico contemporaneo, a cui corrispondono risposte concrete già attuate.

Tra le soluzioni primarie da adottare figura il reinserimento strutturale del verde e la piantumazione capillare di alberi, individuata dalla ricerca scientifica come la strategia più efficace in assoluto per abbattere la temperatura urbana. Come afferma Brian Stone Jr., direttore dell’Urban Climate Lab del Georgia Institute of Technology: «Se si volesse inventare il tipo più efficace di tecnologia per la gestione del clima, si potrebbe passare molto tempo nel tentativo di farlo. Di fatto, però, basterebbe progettare un albero».

A questa misura fondamentale si affiancano altri interventi concreti già sperimentati nel mondo.

A Singapore, per esempio, dal 2006 è attiva nel sottosuolo di Marina Bay la più grande rete al mondo di teleraffreddamento centralizzato, in cui l’acqua refrigerata viene pompata direttamente negli edifici, eliminando le migliaia di condizionatori esterni che altrimenti surriscalderebbero i marciapiedi.

Marina Bay, Singapore 
Marina Bay Sand, Singapore.

A Shanghai, la Shanghai Tower firmata dallo studio Gensler mostra come un grattacielo di oltre seicento metri possa respirare grazie a una doppia facciata in vetro sfalsata che funziona come intercapedine termica passiva: questo effetto thermos isola la struttura dalle temperature estreme e ospita ventuno giardini capaci di rinfrescare gli spazi interni in modo naturale.

La climatizzazione urbana passa attraverso la grande pianificazione territoriale anche in Europa. Stoccarda è diventata un modello mondiale con il piano Klimaatlas, avviato dall’Ufficio di Protezione Ambientale nel 2008, che vieta la costruzione sui versanti collinari per proteggere i corridoi di ventilazione naturale e consentire alle correnti fredde delle foreste di scendere a rinfrescare il centro cittadino durante la notte.

Colline di Rotenberg  e corridoi di ventilazione nel piano urbanistico, Stoccarda 

A Stoccolma, il masterplan del quartiere Hammarby Sjöstad, ha riconvertito un’ex area industriale in un quartiere modello attraverso un sistema ingegneristico a ciclo chiuso basato su una rete pneumatica sotterranea per la raccolta dei rifiuti, tetti verdi, canali aperti per il riciclo delle acque piovane, e un teleriscaldamento alimentato dal recupero termico delle acque reflue e degli scarti. L’intervento ha ridotto del 50% l’impatto ambientale rispetto agli standard degli anni Novanta ed è tra i più celebri esempi di rigenerazione urbana sostenibile.

Quartiere Hammarby Sjöstad, ex zona portuale, Stoccolma 1993-2015
Canale d’acqua piovana e parco lineare nel eco-quartiere Hammarby Sjöstad, Stoccolma.

Persino negli Stati Uniti, metropoli riarse come Los Angeles e Phoenix dal 2017 stanno trasformando l’infrastruttura stradale installando tetti ad alta riflettanza solare e stendendo asfalti chiari ad azione evaporativa, capaci di abbassare la temperatura della superficie viaria di diversi gradi.

Guardando ai prossimi decenni, l’urbanistica non potrà limitarsi a correzioni puntuali. Poiché si prevede che entro il 2050 due terzi della popolazione mondiale vivrà in aree urbane, sono state identificate alcune linee guida da adottare per integrare nelle metropoli la logica dell’architettura “Spugna”, con bacini di ritenzione, pavimentazioni permeabili e zone umide urbane per trattenere l’acqua piovana e riutilizzarla nei periodi di siccità per la refrigerazione evaporativa. Si prevede inoltre l’adozione di materiali a variazione di fase, ossia intonaci e rivestimenti capaci di assorbire il calore di giorno fondendosi a livello molecolare e di rilasciarlo di notte tramite solidificazione, stabilizzando i picchi termici, e l’impiego dei Gemelli Digitali Microclimatici, modelli predittivi sostenuti da sensori in grado di gestire in tempo reale l’attivazione di nebulizzatori, schermi solari orientabili e ventilazione forzata nei quartieri più critici.

La vera riconciliazione tra il cervello e le mani di cui parlava Metropolis non passa romanticamente per una stretta di mano simbolica davanti a una cattedrale, ma attraverso un nuovo patto biologico e costruttivo.

Come architetti, critici e cittadini siamo chiamati a rifondare la nostra idea di architettura, di infrastruttura e di ambiente. La città del futuro o sarà una macchina termicamente integrata con la natura o non sarà affatto.

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