Divergenti visioni e interpretazioni di Metropolis segnano la storia culturale del film di Fritz Lang. Siegfried Kracauer nel suo storico Da Caligari a Hitler del 1947, ne evidenzia la funzione di apripista al nazismo: «Mi disse che molti anni prima lui e il Führer avevano visto il mio film Metropolis in una cittadina di provincia e Hitler aveva deciso di volermi affidare i film nazisti». Sono parole del regista, rilasciate al New York World-Telegram nel giugno del 1941. “Lui” è Joseph Goebbels, Herr Doktor, ministro della propaganda del nazismo. Su questa linea Metropolis «con il suo inventore mistico, la sua imponente città-macchina e la sua tecnologia seducente, riflette il pensiero modernista conservatore della Germania di Weimar e ricorda la nozione nazista di romanticismo d’acciaio», come puntualizza Barbara Hales (1992).

La danza simmetrica e ordinata dell’operaio macchina sotto la guida del capitalista industriale, previsione dell’ideologia nazista della pacificazione sociale nel dispositivo totalitario, è anche tra le suggestioni che determinano la celebre versione sonora del film di Giorgio Moroder (1984) o quella techno di Jeff Mills (2000). In questo rapporto tra vita e macchina, tra classe e capitale, tra cibernetica e luddismo, al rogo delle streghe finisce il robot realizzato con le sembianze di Maria, la protagonista. Una macchina che trasferisce in sé l’umano che è il focus del film: la sua distruzione è il momento archetipico che tornerà innumerevoli volte in tante opere successive, in molti media diversi, con altrettante distruzioni fatte con ogni mezzo necessario.
Certo è che il film nasce dall’impressionante visione dello skyline di Manhattan osservata da Lang nel 1924 dal ponte della “SS Deutschland”, mentre si risolvevano i problemi legati al suo visto per gli USA. Una città scintillante che immagina a sviluppo verticale dai bassifondi all’empireo. Più di recente, come nota Chiara Rizzarda su Shelidon.it, «Thomas Elsaesser, nella sua opera monografica su Metropolis, osserva che la città di Lang è organizzata secondo una separazione radicale tra produzione e consumo, una separazione che è spaziale, sociale e simbolica. Il risultato di questa separazione […] è l’astrazione: il lavoro è una funzione, piuttosto che un’attività”. Questa città a livelli traduce da subito lo spazio in dispositivo, di volta in volta terreno di relazioni o di dinamiche di potere, come rende esemplare Michel Foucault. Questa complessità si è tradotta direttamente o indirettamente in fumetti. Alla fine ogni fumetto risponde a una idea di città e anche quando sparisce, come in Krazy Kat, gli elementi del dispositivo sono sempre presenti. La prigione c’è anche nel nulla.

E così per parlare di metropoli, di spazi urbani trasfigurati vorrei raccontare un autore che osserva da un punto di vista molto personale queste dinamiche e pratiche dello spazio. È il franco-laotiano Guillaume Singelin. Un autore che ha un seguito di lettori molto incoraggiante: il kickstarter appena concluso dedicato a Loba Loca, spinoff di Mutafukaz, creato con Run ha realizzato più di 14 volte la cifra richiesta dai creatori per avviare il progetto. In Italia le sue opere sono conosciute grazie alla collana Cherry Bomb, voluta da Zerocalcare per Bao Publishing. La prima a essere pubblicata è stata The Grocery, scritto con Aurélien Ducoudray, romanzo mondo in un ambiente suburbano statunitense alla deriva. Un racconto che è un pugno nello stomaco tirato da un pupazzo di peluche. Di Frontier, l’ultima pubblicata, tradotta da Francesco Savino, invece è autore unico. Il mondo di Frontier è visto di lato, dalla parte delle persone che vivono in uno spazio dominato da corporazioni e polizie private nelle più remote stazioni orbitanti. E tonnellate di spazzatura cosmica ovunque. I personaggi che disegna Singelin hanno una strana fisicità. Hanno proporzioni storte in un mondo dove anche le storie sono più piccole delle abituali saghe eroiche, dove la propria alternativa di vita va strappata poco a poco, ognuno a suo modo, ma resta possibile, fattibile. Ne abbiamo parlato a lungo, con calma.

Delineare il futuro è, come sempre nella fantascienza, una decodifica del presente, delle sue contraddizioni e delle speranze che abbiamo per il tempo che arriva. Questi piccoli esseri in grandi navi possono ancora immaginare un futuro dove cercare cose positive, speranze.
«La fantascienza in genere ci mostra come si possa andare davvero in una direzione sbagliata. Anche in Frontier è così, perché è un mondo duro comunque. La Terra è più di quanto sia mai stata. La condizione umana è complicata e anche i lavori lo sono. Io volevo avere a che fare con personaggi che cercano di intravedere qualcos’altro: non cambiano da soli il destino del mondo. Per combattere contro queste cose ci deve essere un movimento di fondo in cui tutti devono poter fare qualcosa, non sarà un unico salvatore a trasformare l’intero universo. Penso che i cambiamenti sociali, le rivoluzioni, passino attraverso le persone, tra virgolette, normali in senso positivo. È questa energia di massa che farà una rivoluzione. Questi personaggi sono dei classici lavoratori, si sente che ci vorrà tempo per cambiare davvero le cose e arrivare a qualcosa di positivo. Fanno piccole cose giorno dopo giorno. Creano amicizie, gruppi, è una micro-rivoluzione su scala molto locale, molto intima e molto quotidiana. Sono persone che, come me, si sentono così. Oggi io non posso cambiare la politica in Francia, anche se ci sono molte cose che non vanno bene. Trovare qualcosa di positivo con le quattro, cinque persone che frequento regolarmente, è già qualcosa. Sperando che tutti lo facciano un po’ a loro modo: dirai forse che è molto ingenuo, ma è un po’ così che percepisco il cambiamento.»

Sono persone normali che fanno il loro lavoro, ma tutte hanno un passato. Una è ex-mercenaria che ora raccoglie rifiuti nello spazio.
«Produciamo rifiuti che non scompaiono. Rimangono lì. Questi personaggi capiscono che se non li distruggiamo dobbiamo farne qualcosa. Sono cose presenti nello spazio. È un po’ come ricostruire sulle rovine riciclare gli oggetti. È un messaggio anticapitalista molto classico, ma trovo che sia importante mostrare com’è questo mondo che non se ne occupa. Producono scarti e poi li lanciano via. Anzi sono super felici perché nello spazio possono mettere tutti i rifiuti che vogliono. È l’estremo. Ma in futuro, possono fare ancora peggio, buttare davvero tutto nello spazio. In contrasto con chi dice che, se siamo un po’ intelligenti e se stiamo un po’ attenti, possiamo invece trasformare i rifiuti in qualcos’altro. Questo scenario è una piccola visione di speranza per questi tre personaggi.»

C’è poi un animale che viene sottratto a esperimenti che non hanno un motivo particolare per essere compiuti. Sembra quasi che sia solo normale sperimentare su altri esseri, come anche sugli umani più poveri.
«Nei racconti di fantascienza in genere spiegano queste cose con un qualche esperimento segreto, mentre io non volevo entrare troppo nel merito del perché e del come questi animali siano in un laboratorio. Volevo invece parlare di qualcuno che entra in contatto con un animale e lo tratta con rispetto. Sapevo già da subito chi era destinato a liberarlo dalla sua condizione: doveva essere una persona in ascolto, perché sente che sono nella stessa situazione. Non c’era una ipotesi fantastica creata attorno alla storia delle cavie. Quella era l’ultima cosa che mi interessava. Non si tratta di tre salvatori, ma di tre persone che vogliono innanzitutto cambiare a livello personale. Perché non si sentono bene con sé stessi e con la loro vita e vogliono solo capire come stare meglio, cosa fare. E il fatto che le loro strade si incrocino, crea una comunità di tre, quattro persone con l’animale.»


Si sottraggono, disertano, e Il viaggio che intraprendono li porta anche a trovare un grappolo di container alla deriva nello spazio, con dei migranti nascosti.
«Proprio il vagabondaggio, il viaggio, è molto importante. Io ho dei parenti, persone emigrate in Francia: sono meticcio. Tutta la questione delle popolazioni che devono lasciare il proprio paese per tanti motivi diversi è un argomento che mi sta molto a cuore perché è tragico, e importante perché è così che si crea un melting pot culturale. Volevo integrarlo in modo anche molto leggero, è in una piccola scena e non se ne parla troppo. Anche questo era per me l’obiettivo di Frontier: affrontare tanti argomenti che mi interessano senza per forza entrare troppo nei dettagli, permettere al lettore di agganciarsi e proiettarsi a suo modo anche in questi piccoli momenti nelle scene.»

C’è anche spazio per attraversare la natura che resta e goderne in questo libro.
«Volevo che fosse anche abbastanza contemplativo. Ci si può fermare un momento, ci si può immergere nelle immagini e sentire quel tempo che a volte sembra sospeso. L’universo è duro, ma i personaggi, tra di loro, in quello che vivono, cercano qualcosa di più dolce. Sono stanchi della vita e hanno bisogno di una tregua. Tutti abbiamo vissuto un po’ di questi piccoli momenti e quando li guardiamo, sono interessanti, non sono eroici, non sono incredibili, ma ci sentiamo coinvolti.»

E questo viene marcato anche dalla struttura delle pagine, dove la geometria delle vignette segue la storia con un andamento musicale, una ritmica che ricorda le variazioni nel jazz.
«C’è questo aspetto musicale, ogni racconto viene affrontato con un ritmo particolare. In Grocery vedevo questo ritmo con i tanti personaggi ed era molto intenso. In Frontier sono solo tre quelli che seguiamo tutto il tempo, c’è più fluidità, è più scorrevole. Ma è vero che questo è qualcosa che io faccio in modo più istintivo che riflettendo e soppesando. È abbastanza difficile da concettualizzare, Il ritmo è una faccenda molto astratta.»

Il titolo Frontier è più un tema che un oggetto: parliamo di diversi tipi di frontiera.
«Non si tratta del confine come elemento della trama. Si parla di chi non può tornare sui pianeti perché il proprio corpo è cambiato, e quello diventa il proprio confine fisico. Ma sono anche i confini di come evolvono le popolazioni, il confine di quanto ci si spingerà in questo lato capitalista dello sviluppo. C’è un confine? No, continua. Non è il titolo che avevo all’inizio del progetto. All’inizio non c’era alcun titolo, poi verso la fine mi è apparso chiaro. Mi piacciono i titoli a tema che riescono a racchiudere un po’ tutto: è sul confine, ma anche su come si superano questi confini.»

La storia continuerà?
«In Francia il libro ha avuto molto successo. Ha ricevuto ottimi riscontri e ha avuto molti lettori. Me lo sono chiesto se vada scritto un seguito. Di sicuro non voglio scrivere un secondo libro solo per capitalizzare il successo, ho bisogno di aspettare di avere un’idea davvero buona per ampliare l’universo.Penso di rimanere nella tematica generale con nuovi personaggi, nuovi punti di vista. Ora, dopo quasi tre anni, sto iniziando ad avere un’idea un po’ più interessante che potrebbe diventare una sorta di sequel molto scollegato. Lascio che le idee arrivino con calma. So che quando saranno davvero buone, mi metterò al lavoro.»

Il tempo che ti prendi per le tue idee è dettato solo da te?
«Frontier nasce nel 2013 e esordisce nel 2023. Sono stati 10 anni in cui ho lavorato con lentezza, una volta al mese, una volta ogni due mesi. E ci sono stati momenti in cui abbiamo disegnato molto. Sono anche 10 anni in cui non c’era una vera e propria storia, erano più temi, idee. A me piace avere tante idee in testa. E poi lascio che il tempo mi dica se stanno evolvendo bene. Ci sono idee che ti rimangono in testa anno dopo anno. E ci sono altre idee, fantastiche, ma che non durano e le dimentico. Avere tempo a disposizione mi permette di selezionare e conservare solo le cose buone, quelle che mi colpiscono e che ho voglia di disegnare. Perché quando per 10 anni continua a piacermi disegnare piccoli personaggi come questi piccoli astronauti e tutto il resto, so che potrò passare due anni su un fumetto senza stancarmi. Nel disegno è importante provare piacere nel disegnare. Bisogna essere sicuri di ciò che ti metti a fare. È per questo che mi concedo del tempo.»

E in questo tempo metti a punto, sperimenti, trovi forme per raccontare.
«È proprio questo che mi piace, è questo lato in cui si sente che funziona, ed è sempre difficile. Ho sempre cercato di capire perché una certa soluzione grafica o narrativa funziona, ma in fondo è anche il piacere di accettare che c’è un lato un po’ magico. Se avessimo una ricetta, se avessi scritto nero su bianco come realizzare un buon fumetto, non sarebbe molto interessante. A me piace questo lato un po’ vago, ancora un po’ naturale della creazione di fumetti.»
