Boris: Stavo cercando di ricordarmi, un po’ per celia un po’ per non morire di noia in questa grigia mattinata d’ottobre, quando “Dylan Dog” ha cominciato a rompermi i coglioni. Le prime avvisaglie credo di averle avute nel settembre del 1988, con il ridicolo I conigli rosa uccidono, scritto da Mignacco. Però il mese dopo esce Morgana, e allora no, non è stato quello il momento della mia rottura con “Dylan Dog”. Probabilmente dopo, nell’estate del 89, con l’arrivo ai testi di Chiaverotti.
Paolo: So che ti sembrerò snob come al solito… A me la grande delusione è arrivata quasi subito. Quel primo numero disegnato da Angelo Stano mi è parso sconvolgente. Le mezzetinte, le tette di fuori, la visione dall’alto del paesotto zombie mentre loro arrivano in bici… Era tutto quello che non mi aspettavo da un albo Bonelli. Da ragazzo ho letto pochissimi “Zagor” e “Mister No”. Avevo frequentato “Ken Parker” con gioia ma quel personaggio era già approdato alle riviste del fumetto d’autore di cui ero ghiotto lettore. E “Martin Mystére” mi pareva noioso quasi quanto “Tex”. E qui, in formato ultrapop e senza troppe pretese fin dalla copertina, arriva un fumetto messo in pagina benissimo da Stano. E il numero dopo non mi delude, perché c’è un Gustavo Trigo in stato di grazia (e lo amavo tanto su “Lanciostory” quanto su “Comic Art”).
Ecco… la delusione è arrivata con il terzo numero con Montanari e Grassani. Terribili! E da lì in avanti quella coppia di disegnatori probabilmente velocissimi ha iniziato a sfornare quattro o cinque numeri l’anno.
Però c’era un sacco di roba che mi piaceva guardare. Per esempio, dei Conigli ho un ricordo piacevole. Sono andato a controllare e probabilmente è legato al fatto che era disegnato da Luigi Piccatto che mi pare portasse questa ventata di segno francese su quelle pagine stampate su cartaccia porosa.

Boris: Non credo sia snobberia, capisco bene che a un simile stupefatto entusiasmo suscitato dal primo numero, potesse seguire una più veloce delusione, dato che la normalizzazione… non sullo standard Bonelli, ma sullo standard sclaviano arriva già dal secondo numero, Jack lo squartatore, proprio quello disegnato da Trigo… il fatto è che a me L’alba dei morti viventi, non suscitò stupore. Io, Dylan Dog, lo avevo già incontrato. Una manciata di anni prima, sulle pagine di “Mister No”. Quelle storie fighissime scritte da Sclavi… La prima, Ananga! disegnata da un Civitelli in stato di grazie. Credo che allora… cazzo sarà stato? Il 1982… sulla testata di “Mister No” non si accreditassero sceneggiatori diversi da Nolitta, ma era evidente che quella storia l’aveva scritta un altro, uno fottutamente bravo, che condivideva il mio immaginario… credo che Bonelli se ne rendesse conto, che Sclavi era più bravo di lui a scrivere “Mister No”, ma quello era il personaggio suo per eccellenza (secondo me lo amava anche più di Zagor) e Sclavi rischiava di fregarglilo e cambiarglielo, quindi se lo è tolto dalle scatole facendogli fare una testata tutta sua. Che quel Mister No fosse già Dylan Dog lo dimostra il fatto che nell’ottobre del 1997 Sclavi riprende Ananga sulla testata dedicata all’indagatore dell’incubo. Insomma, quando “Dylan Dog” arrivò nelle edicole, il me diciottenne era già pronto, e questo mi ha dato una tolleranza più lunga della tua… almeno finché non sono arrivati gli sclaviani.
Paolo: Ananga! l’ho recuperato dopo. Sono andato proprio a cercarmi gli albi sui tavolacci dell’usato. E credo sia stata la prima volta che andavo a cercare un fumetto per lo sceneggiatore. Ecco… Mi pare che la nascita di “Dylan Dog” abbia consentito la nascita della figura di quello che lo scriveva. Qualche tempo prima, Alfredo Castelli aveva pubblicato quel librino allegato a “Eureka!” in cui spiegava “Come si diventa autori di fumetto”. In quel fascicolo sottile parlava chiaramente del processo industriale che separava i mestieri della scrittura – idea, soggetto e sceneggiatura – da quelli del disegno. Però Castelli si faceva vedere, scriveva un sacco, teorizzava scherzava e rideva molto. Sclavi era un musone invisibile, che costruiva attorno a sé il mito della maledizione, Con studiato approccio manipolatorio, lasciava trapelare indizi su un passato (e forse un presente) di depressione, alcolismo, autolesionismo eccetera. Insomma, con l’idiozia che caratterizzava i miei diciotto / vent’anni, mi sono convinto che Sclavi fosse Dylan Dog. È costata dura fatica capire che gli sceneggiatori non è gente.

Boris: Ahahah… Goscinny lo sosteneva dei disegnatori. Aveva un cartello appeso nel suo ufficio, quando dirigeva “Pilote”, dopo i fatti del maggio 68… probabilmente i fumettisti in generale non è gente.
Paolo: Il primo sintomo dello sclavismo è stato far credere – a noi lettori e, soprattutto, a loro sceneggiatori – che in un fumetto ci sia una storia disegnata. Un’anima narrativa resa tangibile da un corpo di disegni. A me piacevano molto le storie di “Dylan Dog”. E credevo che Sclavi fosse il responsabile di quella bellezza. Ora – a parte L’alba dei morti viventi che gode della bellezza di un oggetto che definisce un canone – quando rileggo i “Dylan Dog” della fondazione mi annoio a morte. Le pagine di Stano, Roi, Casertano sono ancora spesso bellissime. Funzionano come mappe di una narrazione su cui far viaggiare lo sguardo. E funzionano in quel modo nonostante quella struttura stantia da macchina da scrivere.
Vignetta, vignetta, a capo, vignetta, vignetta, a capo, vignetta, vignetta, salto pagina… per un centinaio di volte.
Le sceneggiature di Sclavi sono invecchiate malissimo: si incastrano nelle citazioni, nei rimandi, nelle esitazioni perché ha troppo spazio, nelle menate tardoadolescenziali, nei doppi e tripli finali perché cento pagine sono tante…

Boris: Vero. A rileggerle oggi appare con forza l’inattualità della struttura narrativa, e risulta evidente come essa sia il frutto di un’ideologia paternalistica e (finto)progressista. Mica è un caso che Sclavi abbia trovato casa presso un editore conservatore come Bonelli. Dylan Dog non è e non è mai stato Sclavi, ma come Sclavi è un rottame ideologico del secolo scorso, un sistema narrativo in cui, con trucchi retorici neanche tanti ben nascosti, la diversità e la divergenza vengono normalizzate rendendole degne di compassione. Una cosa che aveva ingannato il me diciottenne, ma che adesso… no, adesso quella retorica la trovo insopportabile. Basta rileggersi storie come Memorie dall’invisibile, Dopo Mezzanotte, la stessa Morgana (probabilmente il testamento teorico di Sclavi, una storia che mette in scena la sua idea di fumetto… non solo sbagliata, ma anche profondamente reazionaria), Johnny Freak…
Paolo: E stai citando i momenti migliori della serie. Eppure, c’è stato quel primo numero. E quello, accidenti!, funziona benissimo ancora oggi.

Boris: Stavo per dire: probabilmente merito di Stano, ma poi mi è venuto in mente l’illeggibile numero 315, La legione degli scheletri, di cui Stano è anche soggettista e sceneggiatore, e allora no. Nessuna consapevolezza in lui. Probabilmente quel primo numero funziona ancora per una serie fortuita di circostanze (per quanto mi riguarda, forse perché non lo rileggo da decenni).
Paolo: Guardo al lavoro fatto su Dylan Dog da Alessandro Bilotta. A me quello sceneggiatore sembra molto interessante proprio per la sua riscrittura dei generi. Mi pare abbia un approccio ottocentesco alla serialità. Recupera le forme del feuilleton, guarda più a Dickens (o a Dumas, a Sue, a Invernizio) che a Nolitta o a Max Bunker. Nel Pianeta dei morti, il suo ciclo dedicato a un Dylan Dog invecchiato (maluccio) in un pianeta di zombi, gli episodi che riescono sono sempre riscritture di quel primo numero. Ecco… mi pare proprio che Dylan Dog al suo meglio sia la riscrittura di quell’episodio meraviglioso. Mi vengono in mente altri personaggi canonizzati nel fumetto seriale che funzionano benissimo quando si riracconta la loro storia di origini. Il più evidente è Batman. Ecco… Dylan Dog, con quel suo formato italianissimo (il bonellide), è il solo personaggio nazionale che funziona quando cerchi di dipanarne le Secret Origins.

Boris: Io, il tuo interesse per Bilotta, non lo condivido e non lo capisco: è uno sclaviano un po’ più dotato di Chiaverotti (non che ci voglia molto) e decisamente più furbo o più geniale di Sclavi (che comunque, almeno agli inizi, era davvero bravo in questo) nell’utilizzare e piegare i temi derivativi del proprio immaginario… penso a quella a tratti geniale paraculata di “Mercurio Loi”.
Paolo: È che a me non sembra così irrilevante fare cose geniali, anche quando sono derivative o paracule.
Boris: Stiamo parlando di fumetti, dopo la letteratura la cosa più irrilevante che ci sia…
Paolo: Spiegami un po’. Stavamo facendo un discorso che pareva pure interessante! Eravamo tutti presi dalle nostre pose da intellettuali… ho nascosto due citazioni di Manganelli… tu hai fatto un vago accenno ai tuoi francesi… stavo perfino mordendo un sigaro (spento, ché di fumarlo non sono buono)… Come cazzo è possibile che la dobbiamo sempre mandare in vacca?
Boris: Perché, come dichiarato fin dal titolo della rubrica, siamo due cazzoni. E ne abbiamo facoltà.
Paolo: Però di solito chiacchieriamo un po’ prima di esplodere in stupidate. Sta’ buonino e recupera il filo! Sennò quello che ci dobbiamo dire lo scriviamo su un post-it e poi ti tocca scrivere uno dei tuoi papielli infiniti per raccontare tutto quello che avevi da dire su “Dylan Dog” e sugli indagatori dell’incubo…

Boris: Uffa! sono sobrio da troppo tempo per essere pure serio. Comunque… dicevi che Dylan Dog è l’unico personaggio bonellide per il quale funziona la riscrittura delle origini, nello specifico il primo numero. È vero. E c’è un motivo preciso. Dylan Dog è il primo, e forse unico personaggio bonelliano a essere figlio del postmoderno. Il postmoderno non è, come credono in troppi, la pratica di inserire citazioni a cazzo in ogni storia (Recchioni, per esempio, è stato maestro in questo), ma la consapevolezza che autore e fruitore condividono lo stesso sapere. Che la storia funziona solo se il lettore collabora con quello che sa, che deve essere esattamente quello che sa l’autore. Bilotta questo concetto ce lo ha presente eccome, per questo riesce a usare bene un personaggio ontologicamente postmoderno, votato quindi alla perenne riscrittura. Le poche volte che, dopo Sclavi, Dylan è finito nelle mani di autori consapevoli di questo, ha funzionato. Ma nella maggior parte dei casi, ha fallito, sepolto sotto inutili macerie citazioniste.
Paolo: Evvai! È arrivata l’ontologia!Te la ricordi “L’Eprouvette”, la rivista di critica del fumetto, fatta da Jean-Christophe Menu dopo Plates-Bandes, per L’Association? Tre numeri a foliazione crescente – il primo 200 pagine, il secondo 400 e il terzo 600 – usciti in un anno. Il primo si apriva proprio con questa composizione tipografica fichissima che diceva che il fumetto è vivo perché irrilevante. E proprio perché irrilevante non è mai diventato merda, perché non ha avuto il postmoderno. Il pezzo si chiudeva con l’affermazione “E ora vai a pettinarti!”.
Credo che l’unico personaggio nato consapevolmente postmoderno sia “Nathan Never”, perché, di tutta quella gente, secondo me Antonio Serra è l’unico che ha letto e capito Lyotard, Jameson e forse pure Baudrillard (gli altri due sardi, quelli che lo accompagnavano manco fosse Pinocchio, direi proprio di no, ché ogni volta che parlano sembrano i carabinieri delle barzellette). Tanto è vero che nel primo periodo di “Nathan Never” c’era Nicola Mari, un disegnatore incredibile (oggi scomparso sotto un osceno processo di normalizzazione del segno e della pagina), che per un po’ ha fatto anche dei bei “Dylan Dog” (parlo sempre di roba da guardare e non da leggere).

Boris: Eccerto che ce l’ho presente “L’Eprouvette”! Non ricordo l’editoriale del primo numero, andrò a rileggermelo. Perché se Menu sosteneva seriosamente che il fumetto non ha avuto il postmoderno, probabilmente stava cominciando il regolamento di conti con Trondheim e Killoffer, quello che poi ha portato alla fine dell’Association che ormai è uno zombi degno del fumetto di “Dylan Dog”. Antonio Serra, è uno che mi annoia anche solo a sentirlo su “Cult” a Radio Popolare, figurati a leggere i suoi fumetti, però probabilmente hai ragione, è sicuramente un postmodernista consapevole, lo dimostrano anche sue cose brutte ma teoricamente rigorose come “Odessa” e “Greystorm”. Strano che sia finito a curare “Zagor” e non “Dylan Dog”.
Paolo: Probabilmente perché è troppo onesto intellettualmente. Dopo Sclavi, la deriva sclaviana sotto Marcheselli, Giovanni Gualdoni (il puvarillo che Sclavi ha giustiziato in piazza con un editto pubblico) e il trattamento Recchioni, assegnare la cura editoriale di quella testata deve essere stato un esercizio di bilancini che manuale Cencelli scansate proprio.
Ecco, forse potremmo guardare anche come si è mosso il personaggio in accordo alla cura editoriale che gli è stata imposta. Però a me interessa un’altra cosa. Se cerco con Google “indagatori dell’incubo”, mica mi restituisce l’elenco dei nomi letterari che mi aspetterei: Van Helsing, Gabriel John Utterson, John Silence, Thomas Carnacki, Randolph Carter… Compare solo Dylan Dog. Come ha fatto il personaggio sclaviano a mangiarsi tutti gli altri.

Boris: Potere del postmoderno. Di riscrittura in riscrittura, di lotto in lotto, Dylan Dog ha monopolizzato il territorio. A proposito, c’è gia stato un crossover Dylan Dog con John Constantine?
Paolo: Mi pare fossero entrambi troppo impegnati a farsi prendere per il culo per la bruttezza che riescono a esprimere quando incontrano Batman.
Boris: Mi chiedo sempre se l’insensatezza di certe operazioni è voluta e studiata o è frutto di pressapochismo e cialtronaggine.
Paolo: Gran cazzaro! Hai cambiato di nuovo discorso e non mi hai detto come ha fatto Dylan Dog a mangiarsi tutti gli indagatori dell’incubo.
Boris: Non è vero! Abbiamo stabilito con chiarezza che è colpa del postmoderno.
Paolo: Abbiamo? Davvero?
Boris: Certo!
Paolo: E se non è colpa del postmoderno?
Boris: Allora è colpa della cialtronaggine.
Paolo: Vedi che non siamo arrivati a un punto fermo?
Boris: Come no? Guarda che il postmoderno è ontologicamente una forma colta di cialtronaggine.
Paolo: Ah!