Tu sei un pezzo di ardesia che si frantuma, che attraversa una fase di crisi e una dimensione di frammentazione.
Le cose vanno in pezzi quando il momento di spezzarsi diventa necessario. Si rompono perché devono, è arrivato il momento. Opporsi è inutile: più cerchi di tenerle insieme, più fai danni. L’universo, in questi casi, non ti è favorevole; anzi, sembra mettertisi tutto di traverso (la salute, il lavoro, la famiglia, la sfiga), come se avesse bisogno che le cose ti vadano male, ma proprio male, per poter continuare. Si sta bene solo finché le cose non vanno male, e quando vanno male si va in pezzi. E si resta spezzati. Si continua a vivere, ma con le crepe. Hai ricomposto i frammenti, bravo: hai vinto una crepa in più.
Come le pietre.
Le pietre sono materia attraversata dal tempo e dall’esperienza. Le crepe delle pietre non si correggono, non si cancellano, non si riempiono con qualcos’altro, perché qualcos’altro non ci sta dentro quella crepa, che è a misura di qualcosa che è successo, e solo di quella. Mostrano il passaggio, come le rughe mostrano l’età. La ruga non significa nulla, se non l’età. Non va appianata, va vista, va rispettata, non calpestata, bisogna avere l’accortezza di girarci intorno. E l’età è importante: significa che il tempo è trascorso, che qualcosa è stato capito, che si è passati attraverso qualcosa che doveva succedere.
Valerio Magrelli, che è un imbruttito – ed è per questo che lo adoro da quando sono vecchia dentro, cioè da sempre – dice che la giovinezza è la piccola borghesia dello spirito. Chi è più giovane non ha nulla in meno di chi è più vecchio, se non, forse, il fatto di essere andato in pezzi meno volte. Ha ancora tante crepe da cui essere solcato. Ha ancora spazio sulla pelle perché si formino le rughe. A volte qualcosa accade e ti ricompone, ma solo per un po’, e tu lo sai, tu lo sai che è passeggero, perché poi ti romperai di nuovo. In fondo, stare a pezzi è la dimensione prevalente della vita, che tu ne sia consapevole o no; quando poi ti ricomponi lo si sa già: non sarà permanente. È per questo che hai paura quando le cose sembrano delicatamente tenute insieme. La paura ti fa fare le cazzate, e le cazzate portano a nuove fratture e le fratture portano a nuovi frammenti, che poi tu ricomponi, e dopo che li hai ricomposti restano le crepe.
Fa male. Ma il tuo male è il tuo male, non è quello di qualcun altro, è il tuo e basta ed è prezioso, va custodito con rispetto. Esci da solo dal tuo male, facendo quell’operazione, laboriosa e irta di passi falsi, di rimettere insieme i frammenti.
La pietra perfettamente levigata è come la vita nella pancia della mamma: una vita che non è ancora sulla terraferma, che non ha ancora le gambe sulle quali la vita poi cammina per portarti a fare le cazzate. Quando dal fiume, pietra levigata, arrivi sulla terraferma, piano piano, ti riempi di crepe finché crepi.

È da qui che parte Lunario per sonnambuli di Zaelia Bishop.
L’esplorazione delle potenzialità dell’ardesia, una materia resistente e fragile insieme, friabile perché si forma attraverso l’escursione termica. La configurazione estetica parte dal gesto divinatorio del lancio delle schegge: la frantumazione come gesto, come manifestazione dell’artista. Da queste configurazioni nasce una figura che riporta Zaelia indietro nel tempo. Le voci diventano parole. Il dialogo non è lineare, ma procede per digressione. Un’eco che si trasfigura e, nello stesso tempo, si perde.
Lunario per sonnambuli non è un libro autobiografico in senso immediato. Parla piuttosto di un lungo arco di tempo, della ricerca di una bussola. È il risultato di conversazioni, attraversamenti, collaborazioni, di una vera e propria caccia a un leviatano. Mari attraversati, rotte perdute, e poi ritrovate. Il viaggio comincia proprio per poter fare questo libro.
È un volume di venti pagine che reca con sé un’eco che risuona di una storia che non si racconta ma si attraversa, che permette di entrare e perdersi. C’è il senso di un’epoca remota e, insieme, la difficoltà di recuperare un tempo già percorso e ormai perduto. Nelle frasi risuonano presenze, persone, tracce: si ripercorre un tracciato, si riattraversa una soglia. C’è dolcezza, malinconia, struggimento. L’attraversamento procede ora per regno, ora per soglia, in un continuo oscillare tra perdita, frammentazione e mutazione.

Non è un libro leggero: è un traguardo. Un’isola che ha a che fare con una memoria infantile, con un tempo dell’assoluto, insieme dolce e crudele, ingenuo e sapiente. Regno e sogno si alternano in segmenti brevi. È una ricerca che ha compiuto una traiettoria netta, lasciando indietro intere regioni della precedente pratica artistica votata alla scultura.
Lunario rappresenta così la ricerca di Zaelia Bishop: una piccola opera numerata, un autoritratto obliquo. Un racconto frammentato fatto di apparizioni e sparizioni. Il nero non è una scelta estetica, ma un momento di buio: non necessariamente negativo, ma carico di indizi, dubbi, domande, possibilità.
Chi è il sonnambulo? È colui che si muove tra veglia e sogno, che cammina in bilico senza una mappa definita. Una figura che risponde al percorso scultoreo dell’artista, ma che ora si muove in un contesto di possibilità aperte. Tra queste, il recupero della maschera del Zanni, figura legata al folklore del Nord Italia, un’antropizzazione del barbagianni. Un fantasma notturno, sinistro e affascinante che vegliava sulle culle: una sostituzione del genitore, un angelo custode pagano, uno psicopompo verso il sonno.
Il sonnambulo diventa così una figura sciamanica, divinatoria, che interroga a partire da uno stato sospeso.
La lavorazione del libro dura un anno e mezzo e pone una domanda: come confrontarsi con il libro d’artista? Che tipo di sfida è per uno scultore? Alcune crepe fa sarebbe stato per Zaelia un ingaggio, un obiettivo da raggiungere. Oggi no. L’artista è cambiato, non del tutto, ma abbastanza da porsi una domanda diversa: dove sono ora? Come mi avvicino a qualcosa che non ho mai fatto, come scrivere?

Il processo è conflittuale. Le parole vanno messe in fila finché non trovano un senso: una soluzione, in senso alchemico. Il taccuino diventa luogo preparatorio: disegni, parole, ritagli, stralci. Le pietre disegnate si abbinano alle frasi. Qui si vede il metodo di lavoro, il passaggio tra opera, scultura e disegno.
Lunario è un libro di ossessioni. Assedio e ossessione condividono la stessa radice, dice Zaelia: viviamo in una dimensione di assedio continuo, nella ferocia delle cose e nella furia dei sentimenti. La pietra ci riconduce alla dimensione materiale, perché reca con sé qualcosa che è accaduto.
Il libro mette in tensione due forme di memoria: il ricordo, che si plasma nel tempo come una tavoletta di cera, e la memoria-archivio, ciò che resta saldo, che è stato fissato. Due voci ci sono in questa operazione, com’è sempre quando si scrive: il coro e l’io. Il conflitto tra queste parti produce rottura, e dalla frammentazione si risveglia l’inconscio. Quando l’ardesia cade e si rompe, si apre il cassetto del ricordo.
C’è anche la questione della mistificazione, una potenza tipica dell’artista. Ma qui Zaelia non riesce a mentire del tutto: sarebbe come mentire a una madre archetipa, spiega. Resta allora la domanda sulla conciliazione tra pietra e carta, tra scultura e parola. È un trauma? Forse no. È più una crepa: qualcosa che riporta i margini vicino, senza chiuderli.
Fare l’artista significa anche tradire. Tradire non come abbandono, ma come spostamento. Portare qualcosa altrove. Forse alla scultura non si torna. O forse sì, ma cambiati. Restano le schegge. E il lavoro consiste nel bordarle. Bordare il vuoto, ricamare intorno alla mancanza. Accettare che non si riempiono. Fare il giro.

Lunario per sonnambuli funziona così: come un portale, come una soglia. Un sistema di sparizioni e apparizioni, di evocazioni e allontanamenti. Ogni scheggia ha un peso diverso. E insieme compongono una forma fragile, resistente, solcata dal tempo.
