L’uomo di Tsushima di Bonvi esce nel gennaio del 1978 come tredicesimo numero della collana “Un uomo un’avventura” edita dalle edizioni Cepim, una delle tante formule fiscali assunte dalla casa editrice di Tex e Zagor prima di diventare la Sergio Bonelli editore. Il segreto di Tristam Bantam, l’avventura con cui Hugo Pratt farà di Corto Maltese un eroe seriale, era stata pubblicata, per la prima volta, sul numero 58 di “Pif Gadget” uscito nei chioschi di Francia il primo aprile 1970, mentre Appuntamento a Bahia esce sullo stesso giornale la settimana dopo. In Italia si potranno leggere per la prima volta nel luglio del 1972, raccolte in un volume cartonato della collana “Intrepida” di Mondadori.

A dividere le due esperienze editoriali sono poco meno di otto anni. A separare invece le due ambientazioni storico-narrative sono più di dieci anni.
Tu dirai: ma a me che me ne frega della cronologia editoriale di queste storie a fumetti? Non hai torto a chiedertelo, ma aspetta, dammi un minimo di fiducia. Non sono un critico di fumetti professionista, non sto usando un noioso escamotage per riempire la prefa o la postfazione di un collaterale da edicola del numero sufficiente di battute per fatturare. Sono un critico dilettante, quello che faccio lo faccio quasi sempre nella totale gratuità e solo per il piacere che mi da farlo. Sto cercando di scrivere la prima e unica sistemazione critica di Bonvi, uno tra i più grandi autori del fumetto italiano.
Adesso però metto da parte la mia esagerata autostima e torno a raccontarti i fatti.
Ti ho snocciolato quelle date per un motivo preciso: dimostrare come il fumetto di Bonvi sia un sottile gioco a rimpiattino con il marinaio prattiano. Ora, come ben sai… scusa, hai ragione: do per scontate troppe cose e magari non lo sai perché tu L’uomo di Tsushima non lo hai letto. Spero che non sia così, ma se lo è chiudi tutto e corri a prenderti l’ultima edizione in circolazione (credo sia quella di Cosmo uscita nel 2021) e leggitela e poi torna a queste righe. Così potrò dirlo a ragione: come ben sai il vero protagonista di L’uomo di Tsushima è proprio Jack London. Cioè, l’idea che Bonvi ha di Jack London, un’idea talmente personale che gli da addirittura il proprio volto. E soprattutto il proprio carattere.

Proprio quando la guerra russo-giapponese entra nel vivo, cioè tra la fine di maggio e l’inizio di giugno del 1904, con la battaglia di Nanshan (vinta a costo di ingenti perdite dai giapponesi) e l’assedio di Port Arthur da parte della flotta nipponica al comando dell’ammiraglio Togo, Jack london – quello vero – è obbligato a lasciare la Corea e a tornarsene negli Stati Uniti. Invece il Jack London di Hugo Pratt, vero protagonista – insieme a Rasputin – della Giovinezza pubblicata nel maggio del 1981 a puntate sulle pagine di “Le Matin de Paris” (quindi quasi tre anni e cinque mesi dopo la pubblicazione di L’uomo di Tsushima), nel settembre del 1905, quando incontra Corto Maltese proprio alla fine delle ostilità, si trova ancora al fronte in Manciuria. Il motivo per cui Pratt si prende questa libertà cronologica non è certo legato alla biografia di Corto. Spulciando le fatiche di zelanti compilatori come Luca Boschi (Biografia ragionata di Corto Maltese, contenuta nel volume della Ballata uscito come collaterale dell’”Espresso” nel 2006), Gianni Brunoro (Corto come un romanzo, l’edizione più recente credo sia quella Lizard del 2008) e Michel Pierre (Corto Maltese memorie, Milano libri, 1989) – e chissà quanti ne dimentico di questi volenterosi infilatori di nozioni (spesso non verificate) impropriamente considerati critici – non si trova nessun accadimento vincolante (perché raccontato da Pratt in qualche storia) della vita di Corto che non potesse fargli incontrare London quando questi era realmente sui luoghi del conflitto. Quindi il motivo è un altro. Potrebbe essere che Pratt non sapesse che London in Manciuria non ci era mai arrivato e che era stato obbligato a lasciare la Corea nel giugno del 1904, però mi sembra improbabile che da appassionato lettore di London quale era, non conoscesse il fondamentale volume Jack London reports. War correspondence, sports articles and miscellaneous writing pubblicato da Doubleday inc. nel 1970 e nel quale King Hendricks e Irving Shepard avevano raccolto tutti i suoi reportage corredandoli di un fondamentale apparato critico-biografico. Quello che penso io, come ti ho accennato nel capitolo precedente, è che Pratt avesse letto L’uomo di Tsushima e dato che il London interpretato da Bonvi tra la fine del dicembre del 1904 e l’inizio del 1905 non si era ancora mosso da Nossi Bè in Madagascar, (e possiamo escludere che sia stato in Manciuria prima, visto che Vanderfeller lo licenzia proprio per la sua immobilità), lo ha fatto arrivare sul confine tra Manciuria e Corea in quell’interstizio temporale in cui, sollevato dall’incarico da Mister Vanderfeller e sostituito dall’inviato speciale Peppington, il London /Bonvi non sappiamo dove sia stato, prima di ritrovarlo a Bahia, in Brasile, sul finire del dicembre del 1908.

Se, con ogni probabilità Pratt aveva letto Bonvi, sicuramente Bonvi aveva letto le storie di Corto uscite su “Pif Gadget”. Infatti, che Bonvi conoscesse il settimaanle a fumetti del Partito Comunista francese è fuori di dubbio: non solo tra il 1973 e il 1980 passa lunghi periodi a Parigi (dove nel 1975 prenderà la residenza al 36 di rue Pavée) città che ama visceralmente, ma nel ’74 collabora direttamente con “Pif Gadget” realizzando, su testi di Mario Gomboli un personaggio che sarà molto amato dai francesi: il detective Milo Marat – al quale, tanto per cambiare, presterà il proprio volto. Quando realizza L’uomo di Tsushima, Bonvi struttura la storia su due precisi rimandi alla Suite Caribeana, al cui centro posiziona la cronaca della battaglia navale in cui la flotta baltica dell Zar viene annientata. Te lo ricordi come inizia Il segreto di Tristan Bantam? Corto che si riposa sulla veranda della pensione di madame Java a Paramaribo, Guyana olandese, quando improvisamente o suoi pensieri vengono interroti dal trambusto del professor Jeremiah Steiner che viene messo alla porta della oocanda perché non ha più i soldi per pagare quello che beve. E come inizia L’uomo di Tsushima? Con Jack London e il Dottore (alcolizzato come Steiner) che giocano a scacchi sulla veranda della locanda di mister Shashtra a Nossi Bè, in Madagascar. La partita è interrotta dal trambusto di un ragazzino che porta un telegramma a London. È il telegramma del suo licenziamento. Invece di andare sui luoghi del conflitto, London è rimasto in Madagascar ad aspettare che arrivasse la flotta russa presentando alla contabilità del “New York World” solo i conti dell’hotel e del bar e nemmeno un reportage. Finiti i soldi, finito il bere, con mister Shashtra che batte cassa. Entrambe le situazioni, sia quella di Corto che quella di London vengono risolte da un fatto esterno. Per Corto lo scontro con Occhio di rospo in difesa di Steiner, per London l’ingresso dell’intera flotta del Baltico nel porto di Nossi Bè. Tieni presente che per Corto, l’incontro con Tristan Bantam è fondamentale, perché, svolgendo il ruolo proppiano del mandante, Tristan gli affida l’avventura raccontandogli del suo progetto di trovare la leggendaria Mu. In tutte le sue storie Pratt applica la narratologia proppiana quasi con rigore; Bonvi invece, e questo è uno dei motivi della sua grandezza, Propp lo mette alla porta. Non ci sono eroi che compiono azioni decisive, ma solo personaggi che aspettano o che si trovano travolti dagli eventi; non c’è lo schema classico dell’avventura, ma uno schema che funziona solo grazie alla scrittura e al segno di Bonvi: una lunga introduzione, seguita dalla cronaca collettiva di una sconfitta (generazionale, dopo vediamo come), una chiusura che più prosaica e senza possibilità di seguito non si può. La critica fumettistica, viziata da pigrizia intellettuale, ha sempre considerato questa storia un unicum nella collana “Un uomo un’avventura” per il segno umoristico di Bonvi. In realtà ciò che rende questo volume unico non è tanto il segno (anche, un po’, sì) ma è il fatto che non c’è nessun uomo che viva l’avventura a cui la collana è dedicata, nessuno dei personaggi – a differenza di tutti gli altri 29 fumetti di “Un uomo un’avventura”- di questa storia è l’uomo di Tsushima. Un fumetto senza protagonisti che racconta una battaglia in cui nessuno spicca per coraggio o eroismo non possiamo classificarlo come “avventura”; è ideologicamente e strutturalmente molto più vicino a una versione originale (nel senso di strana… nel senso di bonviana) di un saggio storico come Pickett’s Charge: A Microhistory of the Final Attack on Gettysburg in cui George R. Steward racconta, dalla parte delle masse che l’hanno combattuta e con attenzione alla quotidianità delle truppe, l’ultima giornata della battaglia di Gettysburg. Non voglio dire che Bonvi avesse l’intenzione di realizzare un’opera di microstoria, perché troppe sono le balle che ci infila dentro; ma sono convinto che, anche se non aveva letto il saggio fondativo di Steward (è del 1950 e non ne esite un’edizione italiana), conoscesse sicuramente la corrente storica italiana che, dalla metà degli anni Settanta, vi si è ispirata raccogliendosi attorno alla rivista (guarda caso: bolognese) “Quaderni Storici”. Carlo Ginzburg, uno dei miei storici preferiti (di cui dovresti leggerti tutto, ma in particolare Il formaggio e i vermi pubblicato da Einaudi nel 1976), sostiene di aver sentito per la prima volta l’utilizzo del termine “microstoria” nel 1977, quando entrò in Einaudi. Guarda caso: il 1977 è l’anno in cui Bonvi realizza L’uomo di Tsushima.

Comunque. Guardiamo la struttura della storia. Una lunga e pigra attesa sotto la veranda di uno scassato hotel malgascio; l’arrivo della flotta russa e una chiacchierata tra due vecchi amici (London e un ufficiale russo); la notizia – letta su un quotidiano – della caduta di Port Arthur descritta in due bellissime tavole collettive, senza eroismi individuali; la ripartenza della flotta. Uno stacco temporale di 4 anni in cui ritroviamo London e un suo amico (dannatamente uguale ad Alfredo Castelli) a Bahia dove assistono al racconto spiritico di cui è tramite una bruxa identica a quella che istruisce Morgana (la sorella di Tristan) sui modi di svelare la verità. Il racconto, che esce dalla bocca della bruxa in trance, è un lungo flashback, in cui l’ufficiale russo con cui London si era intrattenuto a Nossi Bè, racconta il disastro navale di Tsushima.




Prima però di affrontare questa lunga analessi, che è il vero nodo tematico di tutta la storia, ti devo dire chi è quell’ufficiale russo che si intrattiene con London sulla veranda della locanda di mister Shashtra, e che Bonvi chiama Bogdanov.
(continua)
Non fa un cazzo da anni, ma è invecchiato lo stesso. Vive a Milano, e non potrebbe farlo in nessun’altra città italiana. Legge e parla di fumetti dal 1972 (anno in cui ancora non sapeva leggere). Ha una cattiva reputazione, ma non per merito suo. Ama e praticava la boxe, poi si è rotto. Beve tanto in compagnia di gente poco raccomandabile, tipo Paolo con il quale – per colpa di una di quelle bevute – si è ritrovato a curare QUASI.