Gli anni Novanta, i primi anni Novanta, gli anni delle medie, delle leggende urbane tipo Ultimate Warrior è morto perché aveva i lacci troppo stretti e gli sono esplose le vene delle braccia, gli anni delle vesciche sul pollice che schiantavo con la cadenza di una mitragliatrice sui bottoni dei cabinati in sala giochi, gli anni di Zio Tibia e di Notte Horror la sera tardi su Italia 1, e dei film horror pezzotti trasmessi sulle TV locali, ancora ricordo il pupazzo di gommapiuma, stunt double del protagonista di Incubo sulla città contaminata di Umberto Lenzi, volare giù da una ruota panoramica e colpirla attorcigliandosi intorno ai montanti di ferro in quella maniera tanto innaturale per un corpo umano ma che ti devo dire, è gommapiuma. Gli anni di tanto intrattenimento che ha formato la persona che sono (e questo spiega molto di me), di cui vado a raccontare due aspetti particolarmente significativi: la narrativa dell’orrore e i prodotti pezzotti.

Erano i tempi d’oro di “Splatter”, di Paolo di Orazio che si beccava un’interrogazione parlamentare e di un “Dylan Dog” tanto popolare che facevano pure la festa, la Dylan Dog Horror Fest, a cui riuscii a partecipare per circa dieci minuti prima che i genitori che accompagnavano me e i miei amici, cannando clamorosamente il calcolo delle tempistiche, si resero conto che l’evento iniziava troppo tardi e che dopo l’inizio della prima proiezione ce ne saremmo dovuti tornare a casa con nostra somma delusione. E con quale tensione elettrica mi riguardavo le VHS con i vari Nightmare registrati dalla televisione con tanto di spot pubblicitari e l’istinto di premere pausa sulle scene delle morti delle vittime di Freddie Krueger. Insomma, l’horror piaceva e non solo a me. Andava di moda, di brutto, e qui entra in gioco il pezzotto, l’imitazione da pochi soldi, la scopiazzatura.

“Splatter” e “Mostri” vendevano, “Dylan” faceva numeri stellari e nelle edicole non si sono fatte aspettare altre iniziative nate per sfruttare l’onda rosso sangue. Riviste come “Blob” e “Gore Scanners” o bonellidi come “Demon Hunter” e “Gordon Link” e, una delle pubblicazioni più fritto misto, “Profondo Rosso”. Erano anni diversi, con una sorta di energia anarchica e un po’ furfante in cui c’era spazio per i fratelli Frattasio di Mixed By Erry per la musica e per la Armati nel mondo dei videogiochi, veri e propri pirati professionisti che ci mettevano il brand, nientemeno, aziende che copiavano e non lo nascondevano, anzi, lo rivendicavano con una certa baldanza. Ma d’altronde lo spirito dell’imitazione non risparmiava nemmeno il mainstream, “Dylan Dog” in primis (mai letto, per dire, Killer? Il numero 12, quello che sì sei un golem ma ti abbiamo fatto tutti tana, Terminator), era un po’ lo spirito dei tempi ma anche di una certa cultura, la nostra.

Ed è qui che salta fuori un personaggio che tutti questi fili li mette insieme in un sol nodo: Stella Holmes. Abbiamo già citato “Profondo Rosso”, no? La rivista curata da Luigi Cozzi che faceva il paio con i negozi che lui e Dario Argento aprirono a Roma e, inizialmente, a Milano (ci andai per farmi prendere qualche regalo di natale, con il treno da Brescia, un casino arrivarci che non vi dico. Via Giambellino, se non vado errato). Il magazine conteneva articoli, foto di scena di vari film dell’orrore e fumetti, tonnellate di fumetti, alcuni tradotti e qualcosina di originale. Tra cui Stella Holmes, un personaggio, pensa un po’, riciclato da Contamination, un film dello stesso Cozzi. Stella era una giornalista specializzata in astrologia e occultismo che s’infilava in situazioni invero piuttosto sconclusionate, seguendo sceneggiature non proprio impeccabili illustrate con qualità altrettanto altalenante (alcune storie niente male, ci hanno lavorato personaggi come Giancarlo Olivares, per dire). Un’indagatrice dell’incubo pezzotta, messa insieme un po’ alla buona con materiali di recupero e idee altrettanto riciclate, una fra tutte questo suo angelo custode, Hal, che compariva per difenderla nelle situazioni più pericolose nei panni di un sosia di Freddie Krueger con due guanti artigliati al posto di uno. Non credo che le vicende di Stella Holmes abbiano mai visto una conclusione, “Profondo Rosso” durò una dozzina abbondante di numeri, ma qualcuna delle sue storie si può trovare ancora su Youtube, leggibile in streaming.
Cosa ha messo fine a quegli anni è difficile dirlo, certo mi rendo conto che la tendenza a idealizzarli è dovuta in parte al resto di una gioventù che ormai non ho più (cit.), e alla leggerezza un po’ cazzona che ha lasciato posto a tutte quelle menate che rendono il crescere una trappola, ma sta di fatto che un po’ mi manca non vedere più gli occhiali a raggi X e il teledominio dell’uomo ultrapsichico venduto sulle pagine di “Cronaca Vera”. Oggi l’horror è pulito, è quasi roba da fighetti e il pezzotto come brand, addirittura come progetto continuativo non esiste più. La pirateria magari sì, l’imitazione poveraccia pure, ma il tarocco che se la crede, che porta in giro il proprio esser la versione del discount con una punta di seriosa credibilità sembra aver fatto il suo tempo, forse in concomitanza con la contrazione di tutta una serie di spazi di libertà.

Stefano Tevini e l’Onorevole Beniamino Malacarne sono un reboot del classico Dottor Jekyll e Mister Hyde ma, invece di seguire il trend contemporaneo dell’inclusività, deviano dal canone nel fatto di essere ambedue dei fetenti. Nati entrambi nel 1981, uno è una specie di scrittore (romanzi, fumetti, articoli, quella roba lì), l’altro è un lottatore di wrestling. Tevini ti parlerà di fumetti, fantastico e simili, Malacarne di Wrestling (oltre a occuparsi della gestione operativa dei reclami e soprattutto di chi li esprime).