«Che ne dite, vi piace com’è venuto?»

Sergio Rossi | Memorie e cuccioli |

«Riassunto: John Difool sta per essere fatto a pezzi dal tecno-papa…»

Il primo incontro con la saga dell’Incal ma soprattutto con Moebius avviene in estate, la prima delle tre estati che hanno segnato la mia dipendenza dai fumetti, e precisamente nel luglio del 1982, a ridosso della finale del Mundial in Spagna, proprio quella di Pablito Rossi e di «Campioni del mondo!», e a Riccione, dove quell’anno per vari motivi che non sto a raccontare i miei genitori hanno deciso di parcheggiare la roulotte invece di addentrarsi come al solito in Puglia, e sempre in un campeggio che, dettaglio che si rivelerà importante, non è in riva al mare e quindi è dotato di una grande piscina dove mio fratello e io spesso andiamo per evitare il chilometro e passa che ci separa dalla spiaggia. Ed è proprio a bordo piscina che mio fratello trova una copia della rivista “Metal Hurlant”, quella che vedete nella foto, che, insieme alla gemella “Totem”, ripubblicava i fumetti della rivista omonima francese nata nel gennaio 1975 da un gruppo formato da Philippe Druillet, anche disegnatore della copertina del numero che leggo quell’estate, Jean-Pierre Dionnet, Bernard Farkas e appunto Moebius, al secolo Jean Giraud, dividendoseli anche con altre riviste come “Linus” e “AlterLinus” le quali, in realtà come scoprirò anni dopo, sono le prime a portare quelle storie in Italia, grazie a Oreste del Buono, da qui in poi OdB, allora direttore di entrambe le riviste, permettendo così a Moebius e soci di avere i soldi per continuare in Francia: grazie ancora e sempre OdB, scusaci se non ti celebriamo abbastanza.

Io, all’epoca lettore di Disney, “Corriere dei Ragazzi” e “dei Piccoli”, “Zagor”, supereroi, “Lanciostory”, “Skorpio”, “Monello” e “Intrepido” ho un sussulto solo a vedere quel disegno in copertina mai visto o immaginato, poi apro la rivista e all’interno scopro la pubblicità di un sacco di albi che appena li vedo penso che li vorrei leggere tutti e subito, anche se sono scritti e disegnati da autori completamente sconosciuti al me lettore di allora che compirà i dodici anni solo a dicembre, ma questo non è un problema perché all’epoca i nomi degli autori delle storie che mi piacciono spesso non sono segnati e quindi sono anch’essi degli sconosciuti, un po’ perché quando leggo una storia mi ci butto dentro e basta se attratto dal titolo e dal disegno e leggo dopo chi l’ha realizzata, e qui di titoli e disegni evocativi ne è pieno: Fort Wheeling, Beselek, Passeggeri del Vento, Mississippi River, Sterminatore 17, Champakou, Blueberry. Mio fratello me la passa dicendomi, «Occhio che i nostri genitori non te la becchino ché dentro ci sono delle donne nude». «Finalmente!», pensa l’undicenne-e-mezzo che comunque prende la rivista con un gesto spavaldo come a dire, «Guarda che lo so come sono le “donne nude”», il che non era del tutto falso dato che tra le storie di “Lanciostory” e “Skorpio” un po’ di sesso c’era sempre, anche se quando la sfogliai ci rimasi un po’ male dato che tutte ste donne nude alla fine non c’erano, giusto qualcosa nella non memorabile Pinky e il gran Phallix di Alain Voss, autore che all’epoca mi sembrava bravo ma poi ho perso di vista (ah, l’omonimia con il personaggio di Massimo Mattioli è casuale). Le belle signorine mi occhieggiavano invece dalle copertine dei numeri arretrati di “Metal”, sfiga, e in quelle di un’altra rivista, “Totem”, su cui pubblicava un tale Milo Manara (poi di Manara mi rifarò abbondantemente, ovvio). Archiviato il tema “donne nude”, apro la rivista e cerco i fumetti da leggere saltando a piè pari gli articoli che avrei recuperato dopo e che sono scritti da persone come Luca Raffaelli, Thomas Martinelli e Luca Boschi, nomi che in quel momento non conosco, ma che negli anni successivi diventeranno delle firme che leggerò regolarmente e poi degli amici. La prima storia che mi colpisce è Arkhé di un certo Caza, una specie di storia del diluvio che mi lascia stordito resa con un misto di fantascienza ed esoterismo piena di mostri e parole della metà delle quali non conosco il significato, poi tutte le altre: una storia drammatica di Loustal/Paringaux, resa con un tratto nero mai visto prima, la fantascienza visionaria di Claude Renard e un François Schuiten non ancora costruttore di città oscure con Benoît Peeters, quindi gli svizzeri Vepy e Daniel Ceppi con, appunto, una storia sul mostro di Frankenstein, i cupi Rodolphe e Eberoni, il divertentissimo Frank Margerin, la coppia Dodo&Ben Radis, e infine Panico sull’interno-esterno, il secondo episodio de L’Incal luce di Moebius e Alejandro Jodorowski.

Ora: all’epoca si entrava al cinema a spettacolo già iniziato e si stava dentro a guardare il film finché si tornava a dove si era partiti, ci si passava i giornaletti dove le storie erano già iniziate e quindi ti dovevi immaginare l’inizio e a volte la fine, quindi iniziare dal secondo episodio di una storia non mi preoccupava per niente, anzi, l’entusiasmo esplode non appena mi ritrovo a leggere di un detective di classe R, qualunque cosa volesse dire, chiamato John Difool che volava su una piastra trasparente, un tecno-papa aveva un uovo nero sospeso sopra la testa che gli dava strani poteri, uno strano gabbiano parlante che sembrava fatto di cemento, dei cattivi cattivissimi che volevano fare a pezzi il citato John Difool, un misterioso Metabarone che vagava tra le nevi e si scontrava con gli alieni Berg che parlavano come degli impiegati scazzati, un’entità chiamata Incal, e poi infine l’interno-esterno, una sfera sigillata che conteneva una specie di pianeta in cui viveva una gigantesca aragosta meccanica incazzatissima chiamata “cardiogrifo”. Altro? Sì, c’era il disegno. Un disegno mai visto prima che rendeva tutto credibile: tecnopapi, alieni berg, metabaroni, incal e cardiogrifi vari. Facile dire oggi «E grazie, era Moebius», ma all’epoca ero un dodicenne ignorante, le notizie viaggiavano solo all’interno del mondo editoriale tra riviste, fanzine e librerie pioneristiche a me escluse, e l’opera di quello che era il più grande disegnatore del mondo la avrei scoperto davvero solo dopo, come avrei scoperto che tutti quelli che in quegli anni avevano incontrato la sua opera ne era rimasti abbacinati. Soprattutto dal Garage ermetico, un fumetto disegnato con quella penna Rotring dura come l’acciaio che lo componeva e che io, al pari del resto del mondo, usavo per ripassare le tavole di disegno tecnico, il mio massimo livello artistico raggiunto nel disegno, mentre Moebius, al secolo Jean Giraud, era l’unico al mondo che era riuscito a trasformarlo in un morbido pennello con cui creare universi straordinari.

Dato che il mondo del fumetto è piccolo, anni dopo ho avuto la fortuna di incontrare più volte Moebius, una delle quali anche a Perugia dove lo invitammo nel 1993 per la prima edizione di Umbriafumetto per la quale ci fece anche il poster (per questa storia nella storia andate qui[i]). La prima sera io e Claudio lo portammo a cena con gli altri amici che ci aiutavano a montare le mostre e Moebius, che già aveva collaborato/ispirato film come Tron, Alien e Blade Runner e quindi se voleva avrebbe potuto tirarsela e con ragione, si dimostrò la persona più umile e disponibile di tutto il tavolo, come anche di molti altri tavoli a cui siederò in futuro, e continuerà a dimostrarlo anche nei giorni successivi quando disegna per tutti con gioia e senza mai tirare via, mentre nelle discussioni resta sempre un passo indietro rispetto agli altri autori ospiti che lo guardano con venerazione mentre lui fa mille elogi per il loro lavoro, che è un po’ come vedere Zeus che si complimenta con i semidei per la qualità dei fulmini che scagliano. Loro, non lui . Il bello è che non era una posa, come constatai a una mostra a Roma insieme a Marcello Toninelli, dove, circondato da camerieri vestiti come Rugantino nel noto musical, infatti stornellavano assai, Moebius si esibì in una serie di omaggi disegnati a Miguel Angel Martìn, seduto al tavolo accanto a lui, e infine ad Angoulême, nel 2011, dove andai con l’amico disegnatore Francesco Biagini. Era un periodo in cui Moebius stava vivendo un brutto momento dal punto di vista economico dato che i suoi agenti lo avevano lasciato sul lastrico. Per fortuna sua moglie aveva creato una casa editrice per gestire la sua opera. Io rimasi di sasso nel sapere che qualcuno potesse approfittarsi non solo di un uomo buono, ma di un autore che l’UNESCO avrebbe dovuto stipendiare per disegnare sempre e comunque per regalare al mondo gioia e bellezza come aveva sempre fatto. Incontrammo Moebius per caso, in giro per gli stand. Da bravi italiani cialtroni gli chiediamo se può farci un disegno su un suo libro. Lui si scusa dicendo che era un po’ stanco, aveva disegnato per ore dato che aveva sempre la solita fila chilometrica da soddisfare, ma che il giorno dopo ce lo avrebbe fatto, bastava passare al suo stand ché ci avrebbe riconosciuto. Il giorno dopo andiamo, ci riconosce davvero e ci fa il disegno scusandosi con le persone in fila le quali, solo perché è Moebius, non ci sezionano in pacchetti da un etto. Finito il disegno si alza, si toglie il cappello per ringraziarci e ci dice che era sempre contento che i lettori lo pensassero perché lui, senza i lettori, non sarebbe esistito. Aveva gli occhi umidi, poi riprese a disegnare e a ringraziare ogni lettore che guardava stupito il disegno ricevuto. L’anno successivo un cancro lo ha portato via, perché si sa che gli dei superni e superbi sono invidiosi dei talenti che regalano e finisce che se li riprendono. Ma ancora oggi, anche se sono passati quel po’ di anni, quando vedo quelle sei pagine de l’Incal decollo e non torno più giù, se mai sono tornato poi. (Non entro nelle scarse doti del Moebius scrittore, mai all’altezza neppure del me medesimo disegnatore, se non in rari casi, e delle sue affermazioni sulle storie «a forma di elefante» che tanti lutti narrativi addussero ai lettori, e anche a Moebius stesso, perché tutto è perdonato Maestro. Tutto è perdonato.)


[i] Se fate una mostra del fumetto e il più grande disegnatore del mondo accetta di fare il vostro poster, dopo che siete riatterrati al suolo va da sé che pensiate di farlo almeno 70×50 cm, così da farlo apparire in ogni dove. L’originale di Moebius arriva però in una busta formato A5, ossia 21×15 cm, che contiene un disegno bello, bellissimo MA ancora più piccolo della busta, la metà o poco più, e appena lo vediamo tutti pensiamo che il poster che abbiamo in mente misurerà sì 70×50, ma in millimetri, se va bene. Con la fede ormai dispersa e declamando simpatiche invettive tipo «ma quello si è bevuto il cervello», portiamo la busta e il suo contenuto dal tipografo che scuote la testa e dice «Boh, proviamo», quindi inforna il disegno e lo stampa. E qui accade il miracolo: dalla tipografia esce fuori proprio un poster 70×50 cm, perfetto, senza una sgranatura. Mai visto una cosa simile, commenta basito il tipografo. Noi, maledetti cifonai, guardiamo il poster e ci fustighiamo come neanche san Tommaso: come abbiamo potuto dubitare di Egli, il cui disegno è infinito? Poi, come ho già detto, la prima sera che arriva Perugia, Moebius fa disegni a tutti finché finisce la carta. Panico. Ci mettiamo tutti in cerca di un qualsiasi materiale da disegno finché Andrea Calisi trova in una tasca il biglietto di un concerto di Sting, poco più grande di un omologo dell’autobus. Va benissimo dice il Sommo, che lo gira e comincia a disegnarci il suo personaggio più emblematico, Arzach, in una posa che lo vede bloccato da una luce improvvisa. Come siamo noi in quel momento. Perché stiamo assistendo in diretta al miracolo del disegno che passa dal cervello alla carta senza incontrare il minimo ostacolo, dritto e puro come un raggio di luce. Moebius chiede un pennarello che si materializza all’istante accanto a lui, lo prende, disegna le ombre e poi con la massima tranquillità ci mostra il risultato finale e dice «Sapete, ultimamente mi piace disegnare in piccolo, tipo miniature, ma poi in stampa viene tutto e comunque, insomma, è bello provare cose nuove e ci provo!» E ride. E poi ci domanda, «Che ne dite, vi piace com’è venuto?»

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