La direzione dello strano anello

Boris e Paolo | Strani anelli |

Abbiamo visto per la prima volta lo strano anello che deve il suo nome al matematico tedesco August Ferdinand Möbius su un fascicolo della “Grande Enciclopedia della Fantascienza”, pubblicata a cadenza settimanale da Editoriale Del Drago tra il 1980 e il 1981. Ricordiamo soprattutto, di quell’incontro, che la descrizione (sicuramente sbagliata, perché ignorava lo spessore del foglio) parlava di una figura tridimensionale con una sola faccia. E ricordiamo che erano riportate chiare istruzioni su come costruirne uno con un foglio, un paio di forbici e un pezzo di nastro adesivo. A quel punto si poteva percorrere col dito l’intera superficie dell’anello per tutto il tempo che la preadolescenza ci aveva donato in abbondanza: anche due o tre giri, prima che la noia avesse il sopravvento. Abbiamo scoperto allora che la cosa bella dello strano anello è che, per arrivare da un punto a un altro, lo si percorre sempre nella stessa direzione: non servono inversioni a U. Eppure…

Nel 1997, Oliver Stone dirige U Turn – Inversione di marcia. L’auto in panne blocca Bobby Cooper / Sean Penn a Superior, un paesotto sperduto in mezzo al deserto. Avrebbe fatto meglio a fare inversione a U prima di entrare in quel dannato covo di pazzi. Spoiler: non tornerà più indietro.

Solo un anno prima, Walter Hill aveva riservato un trattamento analogo a John Smith / Bruce Willis in Last Man Standing. L’uomo senza nome, entrato a Jericho, una città fantasma sul confine tra Stati Uniti e Messico, distrugge le due bande che rivaleggiano per il controllo del territorio. Il titolo con cui il film è stato distribuito in Italia, Ancora vivo, volge in italiano la promessa contenuta nell’originale inglese, smussandone però la potenza: moriranno tutti. Tranne uno.

L’inversione di marcia è la negazione dell’avventura. Le vicende possono svilupparsi solo perché l’eroe ha deciso di abbandonare le mura della città, e di .avventurarsi nella foresta, alla ricerca di qualcosa che soddisfi il suo bisogno. Se l’eroe – o la compagnia di eroi – facesse dietrofront, l’avventura non avrebbe mai luogo. Lo sa bene il commissario Matthäi, protagonista de La promessa (1958) di Friedrich Dürrenmatt. Per mantenere fede alla promessa fatta ai genitori di Gritli Moser, una bambina di sette anni massacrata nel bosco da un mostro, il poliziotto rinuncia a un importante incarico internazionale, acquista un distributore di benzina vicino al luogo in cui è stata trovata la vittima e, consapevole che l’assassino seriale, a bordo della sua autovettura straniera nera, passerà sicuramente da lì, lo aspetta. Lo aspetta. Lo aspetta.

L’eufemismo più articolato per dichiarare un’inversione a U è opera di un fumettista. Jean Giraud, nel 1973 sta firmando con la sigla Gir, le meravigliose pagine di Blueberry. Indossa con classe e disinvoltura tanto le ambientazioni western quanto le sceneggiature strutturatissime di Jean-Michel Charlier, ma sente che quell’abito lo impaccia terribilmente, impedendogli i passi di danza più sfrenati e innovativi. Sul numero 688 della rivista “Pilote” sfodera uno pseudonimo che, fino a quel momento, ha usato per storielle minori e dichiara esplicitamente un cambio di rotta radicale. Forse è proprio il timore di sembrare eccessivo che fa sì che quell’inversione a U sia intitolata La Déviation. Non è un caso che, per firmare le sue storie più personali, Giraud scelga un nome rubato al matematico che aveva teorizzato lo strano anello per antonomasia: Moebius.

Fermiamoci un attimo. Contravveniamo le regole dello strano anello e invertiamo la rotta. Forse, tornando indietro, noteremo elementi che, all’andata, ci erano sfuggiti.

Eccone qui uno e parte da due tappe del nostro percorso fino a qui. Last Man Standing è il remake di un film di Akira Kurosawa: La sfida del samurai del 1961. Un giapponese non avrebbe mai usato la parola samurai per definire il ronin interpretato da Toshirō Mifune. Infatti il film, in originale, si chiama Yojimbo, parola che, da quando abbiamo letto per la prima volta “Usagi Yojimbo” di Stan Sakai, traduciamo impropriamente come “guardia del corpo” o “mercenario”. U Turn ha una colonna sonora di Ennio Morricone.
Una delle dispute legali per plagio più famose della storia del cinema si sviluppa intorno a una pellicola che sfiora proprio questi elementi. Nel 1964 Sergio Leone gira Per un pugno di dollari, il primo dei film interpretati da Clint Eastwood che comporranno la trilogia del dollaro. Nessuno si aspetta una distribuzione internazionale e, quando arriva, come si usava in quel momento, gli italiani si danno un nome che sente di America. Leone è accreditato come Bob Robertson, Gian Maria Volonté come John Wells e Morricone come Dan Savio. La distribuzione internazionale rende evidente che quel film bellissimo, realizzato con un budget decisamente contenuto, è un remake non dichiarato di Yojimbo di Kurosawa. I legali della produzione italiana cercano di convincere i giudici che tanto loro quanto Kurosawa si sono inspirati a un predecessore comune, Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni. Non gli va tanto bene e, alla fine, le parti si accordano, garantendo a Kurosawa il 15% degli incassi del film in tutto il mondo e i diritti di distribuzione del film in Giappone, a Taiwan e in Corea del Sud.
Leone, un po’ stizzito, dichiarerà: «Kurosawa ha fatto più soldi con questa operazione che con tutti i suoi film messi insieme».

Oh… Siamo ritornati all’inizio. Ma, in un anello di Möbius, era davvero l’inizio?

Questo strano anello si compone di:

  • U Turn – Inversione di marcia, Oliver Stone, 1997.
  • Ancora vivo – Last Man Standing, Walter Hill, 1996.
  • Friedrich Dürrenmatt, La promessa, Adelphi, 2019.
  • Moebius, La deviazione, in Absolute Moebius # 6 – Arzach, Panini Comics, 2013.
  • La sfida del samurai (Yojimbo), Akira Kurosawa, 1961.
  • Per un pungo di dollari, Sergio Leone, 1964.

Nonostante non sia la stagione più adatta, abbiamo bevuto spritz, nella variante bresciana. Da quelle parti lo chiamano pirlo perché il Campari, cadendo nel vino bianco fermo, inizia a “pirlare”, fa un giro su se stesso, diventa una virgola rossa che tende a chiudersi. Uno strano anello, insomma.

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