Una pietra sopra

Pirata dell’immaginario

Originariamente uscito come prefazione al quindicesimo folume della collana “TuttoPratt” del “Corriere della Sera” nel 2014.

La vita di Hugo Pratt dura poco più di 68 anni. Il narratore nasce a Rimini il 15 giugno 1927; inizia a pubblicare fumetti, diciottenne, il 21 dicembre 1945 creando, con Alberto Ongaro, l’eroe mascherato Asso di Picche; si spegne a Losanna il 20 agosto 1995. Quando la morte interrompe il suo mezzo secolo di narrazioni, Pratt sta lavorando a Storia di uomini a sei zampe, commissionatagli da Agip per celebrare la compagnia petrolifera: di quel lavoro esistono solo sette pagine incomplete.

L’ultimo fumetto terminato da Pratt è Morgan. Con il segno sintetico conquistato in cinquant’anni di lavoro, l’autore realizza una storia che riesce a conciliare tutte le sue pulsioni. Sembra quasi che il fumettista abbia voluto offrire un lavoro definitivo, capace di essere, al contempo, una sintesi della sua arte e un commiato dai suoi lettori.

Morgan contiene molti elementi di autorialità che hanno reso Pratt inconfondibile non solo per il disegno, ma anche per i temi affrontati, la gestione dei personaggi e l’amore per il racconto.

Innanzitutto, mette in pagina i propri nodi tematici più tipici: la Seconda Guerra Mondiale, il fronte bellico italiano, la precise indicazioni geografiche, un soldato inglese mosso da senso di giustizia, una donna un po’ innamorata e un po’ fatale, il tema del traditore e dell’eroe, l’imbecillità militare, il volo, il mare…

In secondo luogo, in questo ambiente, Pratt muove un personaggio sognante e misterioso. La vena sarcastica che pervade i dialoghi del sottotenente Morgan avvicina l’eroe a due suoi predecessori: Corto Maltese e Koinsky. Al contrario dei due, Morgan ha convinzioni più ferree e un’aderenza più decisa ai valori della divisa. Un eroe che agisce tantissimo muovendosi molto poco. Non è un uomo del destino capace come Corto, di aspettare che le avventure gli piombino addosso e non è neanche uno scorpione del deserto, in grado di rimanere impassibile di fronte alle sconfinate distese di sabbia e di attesa. È sempre pronto a intervenire e a gettarsi nella missione affidatagli, senza troppo discutere gli ordini. Quelle di quest’ultimo Pratt sono tavole dinamicissime, in cui tutti sembrano muoversi, pur rimanendo completamente immobili: dialoghi lunghi e sequenze di primi piani vivacizzati dalla maestria del fumettista.

Infine, il racconto affonda le radici nella straordinaria voracità letteraria di Pratt. Il protagonista del suo ultimo fumetto ha un nome che non può lasciare indifferenti: si chiama come il pirata che, dopo una vita di saccheggi, fu promosso baronetto, combatté la pirateria, divenne, per un breve periodo, governatore della Giamaica e morì poco più che cinquantenne di cirrosi epatica. Pratt dà al proprio personaggio un nome che, in virtù della consapevolezza fornitagli dalla storia, deve essere svuotato del mito. Henry Morgan è un personaggio storico che tracima nell’immaginario: è il luogotenente del Corsaro Nero di Emilio Salgari; la sua vita è narrata nella Santa Rossa, romanzo storico che segna l’esordio di John Steinbeck; il suo tesoro è l’occasione per l’innesco di Vivi e lascia morire, la seconda avventura dell’agente 007 di Ian Fleming; è l’ispiratore di decine di pirati letterari; compare in racconti di fantascienza, serie di cartoni animati, videogiochi… Per Pratt, chiamare un personaggio con quel nome significa investire il proprio racconto di un’aura di mito, resa opaca da una realtà popolata da eroi e traditori.

Come Henry Morgan, Hugo Pratt è un pirata che depreda l’immaginario di frammenti, immagini, schegge, funzionali al suo racconto. Il suo non è un lavoro di intertestualità spicciola, alla luce di quel gioco di rimandi e citazioni che, dagli anni Ottanta del secolo scorso, sembra essere il modo perfetto per conquistare l’adesione totale del lettore, regalandogli un senso di appartenenza artefatto. Pratt non ammicca, esibendo riscritture alla maniera del Dylan Dog di Tiziano Sclavi o del Sandman di Neil Gaiman. Il suo racconto non è mai un patchwork che mostra, ben in evidenza, le cuciture, bensì esso è un amalgama di impulsi provenienti da letture bulimiche e irrefrenabili.

Pratt sa che deve rendere i propri personaggi riconoscibili, anche quando li ha tracciati con pochissimi segni e, magari, in secondo piano o addirittura sullo sfondo. Per far ciò deve affidarsi a stereotipi visuali. L’orecchino, il cappello, il sigaro e la divisa di Corto Maltese hanno la stessa funzione dell’abito immutabile dei personaggi Bonelli e della blusa da marinaio di Paperino. Per rendere Morgan assolutamente identificabile tra tutti i personaggi, Pratt ne carica i tratti somatici, costruendo un volto eccessivo e difficilmente assimilabile a quello di un eroe. Azzardando, si potrebbe addirittura riconoscere un omaggio disneyano.

Già anni prima, nel 1984, realizzando Cato Zulu, Pratt aveva donato a un proprio eroe una fisionomia grottesca: Cato aveva un muso prominente e sporgente, molto simile a un becco. Una caratteristica visuale così distintiva da far pensare che il fumettista stesse indicando l’assonanza con il nome con cui Paperino è noto in Argentina: Pato Donald.

Per il suo ultimo lavoro, Pratt sembra pescare le fattezze dell’altro gigantesco personaggio Disney: enormi orecchie sferiche e incisivi prominenti, come se Morgan volesse, in questo modo, segnare la propria decisa prossimità topesca con Mickey Mouse.

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