Una vecchia e sporca storia: Sosta

Francesco Pelosi | Mappaterra del Mago |

Mano a mano che la percorriamo, la Mappaterra si forma intorno a noi. Cominciamo a farci un’idea del luogo e delle entità che lo abitano, gli dèi che solo qui sono reali in tutta la loro grandezza e mostruosità. Ma dobbiamo fermarci un attimo, fare una pausa nella nostra esplorazione. Comincia a piovere e fra poco farà buio, e qui c’è una bella locanda, legnosa e cadente, come piace a noi. Prima di proseguire, ci sediamo un po’ su questi tavoli usati, beviamo qualcosa e ascoltiamo una storia.

È una vecchia storia che ammanta il fumetto americano di supereroi fin dalla sua nascita. Una storia sporca e schifosa di furti di denaro e idee, e riguarda i maggiori successi del settore, dai suoi inizi fino a oggi: da Superman fino all’MCU, l’universo cinematografico della Marvel, passando ovviamente per Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons.
Possiamo cominciare a raccontarla dal 1976, anno in cui Jack Kirby si ritrovò nuovamente a lavorare per la Marvel, disegnando Capitan America, esattamente come 35 anni prima.
In tutti quegli anni, oltre ad aver inventato il Capitano insieme a Joe Simon, Kirby si era sposato, aveva fatto quattro figli, due anni di guerra, e aveva creato la maggior parte dei personaggi dei comics americani più famosi al mondo. Prima alla Marvel, in coppia con Stan Lee, dove dal 1961 al 1963 aveva tirato fuori dalla matita i Fantastici Quattro, Hulk, Ant-Man, Thor, Iron Man, Nick Fury, i Vendicatori – sì, gli Avengers – e gli X-Men (gli mancarono giusto l’Uomo Ragno/Spider-Man e Doctor Strange, ma per quelli ci si mise un altro protagonista di questa storia, Steve Ditko) e poi alla DC, in solitaria, dove creò un intero pantheon di eroi, dei e semidei con la saga del Quarto Mondo. Darkseid, per capirci, viene da lì.
Oltre ad aver fatto tutto questo (e molto molto altro – tutti quelli che l’hanno conosciuto, lo dipingono come un vulcano di idee in ebollizione, perennemente curvo sul tavolo da disegno, a buttare fuori pagine su pagine ad un ritmo impensabile), l’altra cosa in cui si era davvero impegnato, era stato il farsi fregare.
In realtà, se si pensa ad altri due autori suoi coetanei, Jerry Siegel e Joe Shuster, e pure al già citato Ditko, Jack non aveva il primato in questa particolare disciplina. E non dimentichiamo nemmeno Bill Finger, l’invisibile co-creatore di Batman. Nessuno di loro, artisti straordinari, è infatti stato in grado di proteggere il proprio lavoro e i diritti incontestabili che da esso potevano maturare.
Questo anche perché, alla fine degli anni Trenta, quando Siegel e Shuster crearono Superman, e allo stesso modo a inizio anni Sessanta, quando Kirby e Ditko, insieme a Stan Lee, idearono i supereroi Marvel, l’industria dei comics era in mano a personaggi ambigui e truffaldini, in certi casi persino collusi con la malavita. Gente che sapeva come raggirare gli ingenui e fare soldi sulle loro spalle. I contratti che venivano propinati a sceneggiatori e disegnatori infatti, prevedevano sempre che tutto il lavoro che avrebbero svolto, inclusa la creazione di personaggi nuovi, fosse proprietà dell’editore. Per cui, niente copyright né royalties, e in certi casi nemmeno assunzione fissa, né quindi assistenza sanitaria (Kirby rimarrà freelance per la maggior parte della sua vita).

Così, Siegel e Shuster, nel 1938, a poco più di vent’anni, inventarono Superman, uno dei più grandi successi commerciali dell’industria dell’immaginario e, firmando quello che oggi chiameremmo un contratto capestro, lo cedettero immediatamente. National Periodical Pubblication (che poi sarebbe diventata DC Comics), nelle persone di Harry Donenfeld e Jack Liebowitz, divenne così proprietaria assoluta dell’uomo del domani.
Donenfeld e Liebowitz erano due che sapevano bene come fare i soldi, e ne fecero a palate, mentre Siegel e Shuster non videro un centesimo. E nemmeno videro il loro nome accreditato nei fumetti. Superman non era loro, era proprietà di National e dei suoi rappresentanti.
Per un po’ i due continuarono a lavorare lì, scrivendo le storie della loro creatura rossoblu, ma poi, man mano che la popolarità del personaggio aumentava e gli incassi per Donendfeld e Liebowitz si gonfiavano, cominciarono gli screzi, la rabbia, le lotte in tribunale e, ovviamente, la cessazione del rapporto. Shuster, in particolare, condurrà per molti anni una vita di miseria, afflitto anche da problemi di vista che non gli permetteranno più di disegnare.
Altri, come Bob Kane, l’altro co-creatore di Batman, avevano saputo gestire meglio la cosa. Quando Kane capì che anche l’uomo pipistrello era una property di valore, andò da Liebowitz e disse di aver firmato il contratto con National che ancora era minorenne. Grazie a questo bluff, il contratto fu riscritto e gli furono riconosciute paternità del personaggio e royalties. Lo stesso però, non accadde per Bill Finger, l’altro creatore di Batman, che Kane si guardò bene dall’inserire nel nuovo accordo e che rimase quasi uno sconosciuto, fino a pochi anni dalla morte.
Il mondo si divide in due categorie, recita la celebre battuta di Sergio Leone in bocca a Clint Eastwood, ne Il buono, il brutto e il cattivo: chi ha la pistola carica e chi scava. Chi sa sorridere e chi sa far le cose. Chi sa fregare gli altri e lo fa, e chi si fa fregare. A volte per tutta la vita. 

Jack Kirby, quando approdò alla Atlas – che sarebbe diventata Marvel di lì a poco – non era più un ragazzino: era l’inizio degli anni Sessanta, e Jack aveva già alle spalle più di vent’anni di fumetti (Capitan America risaliva al 1941). I contratti però erano ancora gli stessi dei tempi di Siegel e Shuster, ma soprattutto, Kirby si trovò a lavorare in coppia con qualcuno che, prima che uno scrittore, era un uomo di spettacolo: Stan Lee. Lo stesso Stanley Martin Lieber che anni prima fu il suo garzone di bottega. Uno che sapeva sorridere.
I due crearono insieme quelle che ancora oggi sono le icone di una delle aziende più ricche al mondo, ma per qualche strana ragione, per moltissimi anni, solo Lee fu considerato il genio dietro quei personaggi. Lui dirà sempre di non avere colpa in questo: furono i giornalisti a pubblicizzare sempre e solo il sorridente Stan e, alla fine, a imporre il suo nome. Ma Jack la pensava e la viveva diversamente, sentendosi defraudato del suo lavoro. In più, durante i vari cambi di proprietà, la Marvel continuò a portare in palmo di mano Lee, non considerando per nulla Kirby, né a livello creativo, né soprattutto a livello economico. Per il mondo aveva inventato tutto Stan.
Ma il modo in cui si facevano i fumetti allora, il famoso “Marvel method”, prevedeva che lo sceneggiatore (Lee) desse ai disegnatori (Kirby o Ditko) un’idea di base della trama, che poi loro sviluppavano nel dettaglio, disegnando l’intera storia, e che alla fine lo scrittore aggiungesse i dialoghi. Per questo il risultato finale era spesso molto diverso dall’idea iniziale di Lee. E per questo la maggior parte del lavoro la fecero Kirby e Ditko.
Famoso è il caso di Silver Surfer, che Lee si ritrovò inaspettatamente sulla pagina, come araldo di Galactus e che da quel momento divenne molto importante nelle storie dei Fantastici Quattro, nonché uno dei suoi personaggi preferiti. Ma non lo aveva inventato lui: Surfer era puro Kirby al cento per cento. Il parto di una mente-fornace di idee folli, strampalate e geniali, come appunto quella di un uomo d’argento che fa surf nel cosmo.
A causa di tutta questa situazione, Jack, perennemente alla ricerca di un guadagno adeguato all’importanza e alla mole del suo lavoro, e sempre più frustrato per i mancati riconoscimenti, se ne andò da Marvel. Per un po’ lavorò in DC, creando personaggi come i Nuovi Dei, Kamandi, Mister Miracle e i Forever People, ma poi le condizioni economiche lo costrinsero, a metà degli anni Settanta, e non senza amarezza, a dover ritornare in Marvel, dove lo abbiamo trovato all’inizio di questa storia. E dove regalò ancora personaggi e idee senza che gli fossero riconosciute royalties o copyright (fu qui, ad esempio, che creò Gli Eterni, attuali protagonisti dell’ennesimo blockbuster Marvel/Disney, o Devil Dinosaur, tornato recentemente alla ribalta insieme a Squirrel Girl, creata invece da Ditko).
Nel frattempo, la generazione cresciuta leggendo i suoi fumetti, occupava posti importanti nel settore, e così il mondo cominciò finalmente a riconoscere Jack Kirby, il Re. Quando pochi anni dopo fu chiamato dagli studios Hannah e Barbera e lasciò l’industria dei comics a cui aveva dedicato l’intera sua vita, non gli sembrò vero di essere tenuto in così alta considerazione al di fuori del fumetto.
Fu poi una disputa legata alla riconsegna delle tavole originali ai disegnatori – fino ad allora rimaste ad ammuffire nei magazzini di Marvel e DC, quando non perse o distrutte – a far sì che gli fosse finalmente riconosciuta la paternità di tutto il pantheon che aveva creato e pure qualche soldo. Anche se mai quanti veramente gliene sarebbero spettati. Gli ultimi anni della sua vita, li trascorse comunque osannato come il Re che era (in quel periodo alcuni fan e giornalisti presero a soprannominare la Marvel, “The house that Jack built”…).

Certo, al di là del mondo dei comics, visti gli infiniti cameo in cui si è speso in tutti i film dell’MCU, è ancora Stan Lee “l’uomo Marvel”. Ma chiunque abbia amato e ami i fumetti, sa bene chi era Jack Kirby e tutto ciò che ha fatto per quest’arte. Una volta guardate le sue tavole, é impossibile togliersi dagli occhi quell’esplosione di meraviglia.

Spesso, nelle interviste, Alan Moore si è ritrovato a parlare con molto trasporto di questa storia. E come potrebbe non essere così? Questo è il racconto fondante su cui si basa tutto il settore a cui anche Moore ha dedicato moltissimi anni della sua vita e della sua creatività.

«L’industria anglo-americana dei comics è sempre stata e sempre sarà una cleptocrazia, un sistema che si regge sullo sfruttamento di proprietà intellettuali sistematicamente rubate ai suoi autori di maggior talento, i vari Siegel, Shuster, Kirby e Ditko. Il fatto che fossero tutti artisti che provenivano dalla classe operaia e forse non avevano ricevuto la giusta istruzione per capire appieno i contratti che gli venivano sottoposti deve essere, probabilmente, una coincidenza».

Moore sa bene di cosa sta parlando. Perché anche lui, proprio con i suoi maggiori successi, Watchmen e V for Vendetta, ha subito lo stesso trattamento.

[continua]

Arnesi del cartografo

La storia della vita di Jack Kirby la si può trovare, insieme a un sacco di suoi stupendi disegni, in Kirby, King of Comics di Mark Evanier (Edizioni BD, 2009).

Per quanto riguarda Siegel e Shuster invece, in lingua inglese esiste una vera e propria letteratura sull’argomento, mentre da noi si può trovare soltanto il fumetto di Julian Voloj e Thomas Campi, Joe Shuster: La storia degli uomini che crearono Superman (Bao Publishing, 2018), molto accurato storicamente, e da cui ho preso le informazioni per questo pezzo.
Nella bibliografia del volume, si trovano un po’ dei titoli editi negli Stati Uniti sull’argomento: mi sento di consigliare Men of Tomorrow: Geeks, Gangsters, and the Birth of Comic Book di Gerard Jones (Basic Books, 2004), senza averlo mai letto, perché è lo stesso titolo che cita Rick Veitch nella postfazione al suo Maximortal (Cosmo, 2021), fumetto straordinario e ficcante sulle vicende – romanzate- dei due creatori di Superman.

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