Cerebus vol. 15: “Latter days” (maggio 2001 – marzo 2003)

Omar Martini | La corsa dell’oritteropo |

Penultimo volume e prima parte del dittico finale, per certi aspetti Latter days unisce le tre anime della serie: una storia solida con un approccio satirico alla politica e (in parte) alla religione (quello dei tre volumi di High Society e Church & State, per intendersi), la “nuova” visione sul genere femminile accompagnata da un approccio religioso che appare un po’ ondivago (la serietà è indubbia, sebbene a volte sia presente anche un certo sarcasmo) e l’interesse per le biografie di personaggi realmente esistiti, che vengono inglobate nella narrazione. Dopo la letteratura (con Oscar Wilde, Francis Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway), si passa al cinema e alla televisione, con una personale visione dei Three Stooges (letteralmente “Le tre spalle”, in senso di “compagno comico”, e che in Italia sono stati tradotti come I tre marmittoni), che qui diventano i “Three Wise Fellows” (cioè “I tre saggi”), e di Woody Allen (chiamato Konigsberg). Quest’ultimo viene usato per una personale rilettura della Bibbia e della Torah, nonché per una parodia della psicanalisi di scuola freudiana.

Per confermare questo “ritorno alle origini”, c’è anche la parodia del mondo del fumetto. Manca la figura di Roach, che nei primi libri era servito a incarnare diversi personaggi famosi, con cui Dave Sim esprimeva la sua critica a un certo tipo di fumetto intrinsecamente commerciale e interessato a perpetuarsi all’infinito, ma questo taglio viene realizzato attraverso trovate diverse: c’è la parodia vera e propria di Todd McFarlane (qui diventa Todd “Far Lane” Mc Sphan, con una maglia da hockey che ha il logo di Miracleman, il personaggio oggetto di una lunga causa tra lui e Neil Gaiman), c’è la presenza del fumetto “Rabbi” (citazione di Preacher che, negli anni in cui usciva questa storia, era all’apice del successo) e c’è l’attacco al “Comics Journal” e a Gary Groth (viene riprodotta un’“intervista” tra Growth e Garth Inniscent, in cui il giornalista viene rappresentato come un intervistatore spocchioso, non interessato a quello che ha da dire il suo intervistato, ma solo a citare e parlare di un gruppo di autori alternativi che, con nomi fittizi, non sono altro che i fratelli Hernandez [Los Bros DeCarlo], Daniel Clowes [Dan Zwigoff], Chris Ware [Jimmy Ware], Joe Sacco [Joe Palestine] e Peter Bagge [Peter Bradleys]): le faide feroci che Sim portava avanti nella realtà (un esempio è riportato da Jeff Smith nell’intervista del “Comics Journal”, pubblicata in Italia su “Autronia” n. 1) adesso si insinuano anche nelle pagine del fumetto.

È un volume dal ritmo bizzarro e dallo sviluppo narrativo sghembo. Introduce la fine di Cerebus, ma la trasformazione, anche fisica, del personaggio avviene esclusivamente in queste poche centinaia di pagine. Non sembra esserci un filo narrativo perché si passa attraverso varie situazioni che, apparentemente, non hanno nessuna evoluzione o collegamento l’una con l’altra, ma servono solo a far fare delle cose a Cerebus o a renderlo spettatore di quello che avviene ad altri personaggi. In certi momenti viene indicato il passaggio deli anni ma, appunto, essendo scritto e non rappresentato, si ha quasi l’impressione che l’autore usi questi espedienti per far invecchiare il personaggio più “velocemente” e farlo giungere alla fine, che verrà descritta nel ciclo successivo. Fino al volume precedente, graficamente Cerebus non era tanto diverso da come appariva all’inizio (a parte l’inevitabile e stupefacente evoluzione del disegno), ora invece, soprattutto nella seconda parte, quando lo si riesce a vedere (in realtà, non viene rappresentato molto), c’è un graduale degrado fisico. Come in una sorta di Ritratto di Dorian Gray, a ogni apparizione appare sempre più grasso e sfatto, come se gli anni l’avessero improvvisamente raggiunto.

L’impostazione della tavola torna a essere varia, sebbene a volte riprenda soluzioni che aveva già utilizzato in passato (come la morte di uno dei “wise fellows”, che riecheggia certe pagine del libro precedente, nella sezione africana della vita di Hemingway/Ernestway). Ci sono ancora delle “zampate”, come nella sequenza “ nera” in cui Cerebus, con una gamba rotta, cerca di salire al buio una scalinata che sembra non finire mai e in cui le forme delle vignette, dei balloon e di altri elementi grafici riescono a trasmettere movimento ed energia, ma le pagine di testo (quelle con caratteri gotici in stile Bibbia, i dialoghi tra Cerebus e Konigsberg nell’esegesi dei testi religiosi, la simulazione delle pagine di un’intervista del “Comics Journal” o di quelle di un diario) aumentano in maniera esponenziale, soffocando le poche (e rare) vignette (o illustrazioni) che sono presenti. Non è chiaro se questo sia dovuto all’incapacità di rappresentare certe situazioni usando il fumetto, cosa che avrebbe allungato enormemente la serie e che non avrebbe potuto far rispettare l’obiettivo di chiudere al n. 300, oppure, molto più semplicemente, se si tratta del desiderio di usare la parola scritta (la parola di Dio?) invece del “disegno & testo”. In ogni caso, il risultato finale è quello di un’opera che allontana il lettore, spaventato dalla mole di materiale scritto, e sbilanciata rispetto a quello che viene rappresentato. Non si tratta più di fumetto, non si tratta più di un testo (un romanzo?) illustrato ma di qualcosa di diverso. Il lettore però non ha la percezione di un esperimento, magari non completamente riuscito, o di un tentativo di cercare nuove strade nel fumetto. L’impressione generale è di qualcosa di disomogeneo, di un palco su cui Dave Sim è salito, ma i cui discorsi ormai arrivano a un numero piuttosto limitato di ascoltatori/lettori.

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