L’invenzione del formaggio fuso: storia de “L’Echo des savanes” in tre puntate / 3

Boris Battaglia | Ce ne sarà per tutti |

I disegni sono di Titti Demi.

Tre

“L’Echo des savanes” lo fecero in tre.
Mandryka, Gotlib e Claire Bretécher. Di Claire ti ho raccontato quasi tutto quello che so in quest’altro capitolo. Se mi hai seguito fin qui, posso ragionevolmente pensare che ormai li conosci tutti e tre quanto basta. È tempo quindi di capire, per quanto ci è possibile, come andarono le cose che portarono alla nascita delle Editions du Fromage e alla pubblicazione de “L’Echo”.
Erano in tre ed era di maggio.
Ma l’inizio di tutto si colloca 4 anni prima, in un altro maggio, decisamente più famoso.

Il Maggio (quello famoso)

«I disegnatori sono tutti degli idioti!
Non ce n’è uno che si salvi!»

René Goscinny, sfogandosi con Charlier dopo i fatti della brasserie

Parigi quel giorno (il 21 maggio 1968) è paralizzata da uno sciopero che dura da più di una settimana. Ovunque soffia un’aria di rivoluzione: studenti e operai lottano insieme per cambiare un sistema sociale ormai insostenibile. Sono circa le tre del pomeriggio e non ci sono né mezzi pubblici né taxi. Ma Goscinny è di buon umore, da due giorni è diventato padre e il pomeriggio è decisamente fresco (sotto la media stagionale: poco più di 12 gradi), così decide di andare a piedi. Da casa sua (al 56 di rue de Boulainvilliers, XVIe) a rue des Pyramides (Ie) ci vuole circa un’ora e mezza di camminata, si può fare.
Gli autori di “Pilote”, preoccupati dal fatto che, a causa degli scioperi, la rivista ha già saltato due numeri, hanno indetto una riunione per avere dei chiarimenti sul futuro del giornale e per avanzare alcune rivendicazioni sindacali. Hanno invitato anche i caporedattori.
Ricorderai – sempre se hai letto Bande a part(e) – di come Charlier e Goscinny erano stati licenziati da Troisfontaines proprio per avere avanzato rivendicazioni di tipo sindacale e avere organizzato uno sciopero degli autori. Va da sé che la loro disposizione d’animo nei confronti di questo incontro sia, tutto sommato, positiva. Goscinny cammina sereno, e soprattutto non lo sfiora minimamente il sospetto di star finendo in una trappola.
Sospetto che, forse, gli nasce quando, arrivato alla brasserie La Rotonde des Tuileries, scopre che Charlier non è venuto ed è Jijè, che lo aveva aspettato fuori, ad accompagnarlo – quasi a fargli da scorta e proteggerlo – nella piccola sala angolare gremita di autori. Se anche in quel momento gli viene il dubbio che forse sarebbe stato meglio starsene a casa, ormai è troppo tardi.

L’idea della riunione per un confronto con i due caporedattori (considerati i referenti della proprietà del giornale) era nata in seno al Syndicat autonome des dessinateurs des journaux, di cui Mandryka era il segretario generale. È dalla fine del 1967 che rivendicano un salario fisso e l’iscrizione alla “Securitè sociale”. Le cose adesso si sono pure aggravate. “Pilote”, per gli scioperi, non esce da qualche numero, e le tavole non vengono pagate. Nella primavera del 1968, le rivolte, le occupazioni e le autogestioni del Maggio hanno scaldato gli animi, al punto da far sembrare possibile una proposta di Jean Giraud: la costituzione di un comitato di autori che autogestisca “Pilote”. «Basta con la dittatura dei caporedattori!»
Mandryka è entusiasta dell’idea.
Durante una telefonata con Charlier, la mattina del 21 maggio per mettere a punto la riunione, Giraud gli dice: «Abbiamo deciso che un comitato di autori assumerà la direzione di “Pilote”. Perché tu e Goscinny siete i valletti dell’editore!»
«Certo, gli risponde Charlier, fate pure. Ma non dimenticate che senza i soldi di Dargaud, “Pilote” non esce più. E se non esce più ci sarà un effetto collaterale: non disegni più Blueberry
«Ecco, allora è necessario che tu venga per far capire anche agli altri questa cosa». La giravolta di Giraud è da campionato. Charlier dice che va bene, ci sarà.
Nel primo pomeriggio Giraud richiama Charlier avvisandolo che la situazione è fuori controllo. Un gruppo di autori trotzkisti vuole mettere lui e Goscinny sotto accusa. Forse è meglio se restano a casa. Si lasciano con l’accordo che Giraud avviserà anche Goscinny, e nel caso non ci riuscisse richiamerà Charlier in modo che possa venire ad avvisare e a spalleggiare l’amico.
Ma Giraud non chiama Goscinny e non richiama Charlier. Per questo adesso Goscinny si trova qui, difeso dal solo Jijè, davanti a una sorta di tribunale del popolo.
Tra i 25 autori presenti, quelli che sicuramente conosci (oltre a Jijè, Mandryka e Giraud) sono Fred, Pierre Christin, Gèbè, Jacques Lob, Jean-Claude Mézières, Patrice Serres, Reiser e Cabu. Gli assenti illustri invece sono Forest, Gotlib (se ne stava in vacanza in Costa Azzurra), Gillon. Bretécher non c’era perché arriverà a “Pilote” sul finire dell’anno dopo. E comunque, per sua stessa ammissione, non ci sarebbe andata, perché, se apprezzava il vento di libertà e cambiamento portato dal ’68, non sopportava quelle infinite riunioni -popolate quasi esclusivamente di maschi logorroici e ottusamente ideologici – che non portavano a niente se non a risultati opposti (come, in effetti, vedremo) a quanto voluto.
La riunione comincia. Il primo punto affrontato sono alcune rivendicazioni finanziarie e la richiesta di dare più spazio ai giovani autori rispetto alle vecchie colonne del giornale, ormai incapaci di parlare alle nuove generazioni. Questo si trasforma in un attacco diretto di alcuni tra i più giovani a Goscinny, che mostra tutta la propria insofferenza. Mentre Mandryka e Jijè cercano di calmarli, prende la parola Giraud chiedendo quando “Pilote” riprenderà a uscire.
Goscinny risponde che attualmente non è possibile valutarlo a causa dei continui scioperi. Allora Giraud sposta il discorso sulla grafica della rivista, che è ormai datata. «Ne sto parlando in questi giorni», risponde Goscinny, «con Monsieur Uderzo» (che effettivamente assumerà l’incarico, dal settembre del 1968, di direttore artistico della rivista). Un giovane autore si mette a urlare che non sa chi sia questo Uderzo e gesticolando in modo violento tiene a Goscinny una lezione su come si fanno le riviste. Situazione che a noi appare in tutta la sua assurda comicità, ma che in quel momento manda Goscinny su tutte le furie.
Giraud riprende la parola e, sostenuto da Cabu, arriva al punto: sarebbe opportuno che un collettivo di autori si assumesse la gestione della rivista.
«Per farlo», risponde Goscinny, «dovrete impiccare Monsieur Dargaud e appendere me per i piedi». «Ma no», scherza Michel Noirret (uno dei tanti disegnatori di Modeste e Pompon) dimostrando di non avere capito l’affermazione di Goscinny, «vi accompagneremo educatamente alla porta!».
Goscinny lo fulmina, poi si alza e fa: «Signori scusatemi, non posso trattenermi oltre». Attraversa la sala e, livido in volto, lascia la brasserie.

Il giorno dopo, nei corridoi della redazione al civico 31 di rue du Louvre, corrono strane voci. Si dice che le dimissioni di Goscinny sono imminenti e che probabilmente “Pilote” chiuderà. Ma sono, appunto, solo voci di corridoio. Il 20 giugno “Pilote” riprende a uscire e, poco meno di un mese dopo (esattamente il 19 luglio) nella prima di quelle riunioni redazionali plenarie che da ora in poi si terranno ogni settimana, Goscinny esordisce così: «Ci tengo a rassicurarvi. Pilote non chiude. Da questo momento me ne assumo completamente la direzione».
Così sarà. Dal numero 455 del 25 luglio 1968 fino a quello del primo settembre 1974 (l’ultimo prima delle sue dimissioni), sotto la “dittatura” di Goscinny, “Pilote” diventerà davvero la rivista di fumetti più bella del mondo.

Il maggio (quello del Formaggio)

«Ho preso atto delle vostre critiche e ci ho riflettuto, mi sono convinto che il giornale vada ringiovanito e modernizzato, ma senza scadere nella volgarità, nella trappola della scatologia, nel cattivo gusto». Questo passaggio è forse il punto più programmatico del discorso di Goscinny tenuto quel 19 luglio, quando però rifiuta di pubblicare la storia di dieci tavole del Concombre masquè di Mandryka dedicata al giardino zen, non lo fa per la volgarità, perché nella storia non ce n’è. Il cetriolo protagonista, dopo essersi costruito un giardino zen, ci semina delle pietre e resta lì, a guardarle crescere.
«Dieci pagine per non raccontare niente sono troppe. La maggior parte dei francesi non la capirebbe». Non era un periodo facile per Mandryka. Una lunga depressione da cui stava uscendo con la meditazione zen (che lui usava come terapia seguendo gli insegnamenti di Alan Watts – una specie di santone che mischiava furbescamente Jung, psichedelia e filosofie orientali – e contro la volontà del suo analista che temeva di dover rinunciare alla propria parcella) lo aveva portato a voler raccontare, a modo suo, quell’esperienza. Racconta che mentre la realizzava, si sentiva guarito, rinato, quasi felice. Il rifiuto di Goscinny gli arriva come una mazzata.

Tra il 1970 e il 1975 la rivista “Actuel”, nata nel 1967 come fanzine dedicata – se vogliamo un po’ fuori tempo al free jazz e all’hard bop, diventa – grazie a Jean-François Bizot (personaggio incredibile di cui prima o poi dovrò raccontarti qualcosa, ti basti sapere che il suo gruppo editoriale si chiamava Nova Press e, sì, era ispirato a William Burroughs) che ne rileva la testata – il principale periodico controculturale di Francia. Sulle sue pagine i lettori francesi incontrano per la prima volta Rober Crumb, Gilbert Shelton, Richard Corben, Ron Cobb, Richard Griffin e scoprono il mondo dell’autoproduzione underground. Mandryka è tra quei lettori. Pensa che se Goscinny non vuole pubblicare una storia per lui così importante, può fare come gli americani, e pubblicarla su una rivista autoprodotta.
Però non da solo. Chiede all’amico fraterno Marcel e a quella che ritiene la più brava di tutti in campo umoristico, Claire. Non sappiamo, perché nessuno di loro lo ha raccontato, se e quanto dovette insistere, quello che sappiamo è che entrambi accettarono.

In quel momento Gotlib è l’unico autore di “Pilote” a godere di un’assoluta libertà: la sua Rubrique-à-Brac non ha un personaggio fisso (una cosa quasi impensabile per “le journal qui s’amuse à réflechir” perché significava che l’autore contava più del personaggio), non ha lunghezze fisse, il colore o il bianco e nero lo decide l’autore a seconda di quello che vuole raccontare, e soprattutto quello che ha voglia di raccontare non deve attenersi al tema settimanale (che era una delle novità, e dei caposaldi, introdotti dalla direzione Goscinny). Però un limite ce l’ha. Quello che non può superare assolutamente nessuno. Lo ha detto chiaro quel 19 luglio, Goscinny non tollera scatologia e pornografia. Sulla sua rivista non ci sarà mai spazio per parolacce e sesso esplicito.
Te l’ho detto che Gotlib, forse perché la sua è stata molto difficile, è ossessionato dall’infanzia. «Un bambino non ha nessun tabù. È la libertà personificata, non ha consapevolezza dei codici morali del mondo adulto. Con l’età, poi, perde questa libertà interiore. Si tratta quindi di prendere coscienza di questa libertà perduta e di cercare di recuperarla. Ma, attenzione, non si tratta di tornare stupidamente bambini, si tratta di crescere diventando bambini». “Pilote” gli ha ridato il padre che gli era stato tolto troppo presto, ma gli ha precluso la libertà di dire «cacca!»
Per «crescere e diventare bambino» Gotlib deve uccidere (simbolicamente, per carità!) il padre e liberarsi del peso dei suoi codici morali (come racconterà in Oedipus Censorex). È per questo che accetta.
Per Bretécher il motivo è leggermente diverso. Certo, il fatto di non poter toccare certi argomenti (che saranno decisamente rilevanti nei Frustrati e in Agrippine) ha avuto il suo peso, ma quello che ha contato di più è stato il suo essere un’entità a parte, slegata dalle dinamiche dell’editoria, irriducibilmente indipendente: anche quando sarà al culmine della propria fama Claire non cederà mai i diritti per la pubblicazione delle sue opere in volume a nessun editore, curandole personalmente e autoproducendosele. L’autoproduzione non è per lei un ripiego (faccio da sola perché nessun editore mi pubblica!), e nemmeno una scelta ideologica (mi autoproduco per non arricchire quei capitalisti sfruttatori!), è qualcosa di strutturale alla sua natura biologica. È per questo che accetta.

Piccolo inciso: in questo momento l’unico che rompe in modo definitivo con Goscinny, è Mandryka (tornerà su “Pilote” solo nel 1979), gli altri due continueranno (Bretécher fino a tutto il ’73 e Gotlib fino al ’74) a collaborare con “Pilote”.

Nei primi mesi del 1972, Nikita, Claire e Marcel fondano, con sede al 39 di rue des Abbesses, le Edition du Fromage. Casa editrice con cui, il primo di maggio, pubblicano il numero 1 della loro nuova rivista “L’Echo des Savanes”. Copertina di Claire, un breve editoriale di Gotlib, sostanzialmente delirante sull’infanzia, disegni e strisce sparse e poi due storie a testa per ognuno dei tre (tra cui Une histoire sans titre, quella del Concombre masquè di Mandryka). Il tutto per 5 franchi. Una fucilata, se pensi che “Pilote” con ben altra foliazione costa esattamente la metà. Eppure va a ruba.
Immagino che ti starai chiedendo come mai un nome così strano per la casa editrice. Se “Pilote” era per l’educato divertimento, ai tre transfughi non basta più divertirsi. Vogliono ridere sguaiatamente e dire «cacca!»
Quando andavi a scuola non ti sei mai divertito come un pazzo a far battaglie spremendo i triangolini di formaggio fuso e schizzando e schizzandoti? Se non lo hai mai fatto che razza di infanzia hai avuto? Che ne sai di cos’è una grassa risata? Il triangolino di formaggio fuso è la madeleine proustiana di chiunque voglia crescere senza rinnegare la propria infanzia. E qual è il formaggino fuso più famoso al mondo? Quello della Vache qui rit.

Mandryka disegna un logo che fa il verso a quello disegnato da Rabier. Una mucca sghignazza circondata dal motto in latino maccheronico «Debilus Artis Ringardum» (che suona più o meno così: «la più perversa e volgare delle arti») e la scritta 45% materia grassa (come le risate).
Considera poi il dato più importante: fromage nel francese colloquiale non significa formaggio, ma ha lo stesso senso figurato del nostro sinecura. Un’occupazione scarsamente impegnativa e di poca responsabilità. Come, appunto, fare fumetti o leggerli.

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