Voglio Bryan Talbot nel canone del fumetto

Francesco Pelosi | Affatto |

Un paio di mesi fa Giorgio Trinchero sul suo canale YouTube “Fumetti & Rivoluzione” ha pubblicato un intervento in cui si chiedeva dove fosse possibile trovare un canone dei fumetti, (cioè un elenco di opere “imprescindibili” partendo dalle quali appassionati, studenti, neofiti o semplici curiosi potessero farsi delle basi su quest’arte) e soprattutto se una lista del genere potesse esistere e chi avrebbe l’autorità necessaria a compilarla.
Lo stesso argomento lo aveva discusso in una live durante la pandemia o appena dopo (ma la rete sembra averla inghiottita e non riesco a ritrovarla), dove fra gli ospiti c’era anche Paolo Interdonato, uno dei due direttori di QUASI, e quel che era saltato fuori alla fine era proprio l’impossibilità, o l’inutilità di un canone del genere, ma anche la necessità, nel caso lo si volesse proprio fare, di mettere dei paletti teorici per poterlo stilare. Consideriamo le opere per importanza storica? Per data di pubblicazione? Per impatto sul medium e sugli autori successivi? Per quantità di vendite?
Ci sono già ovviamente alcuni critici che hanno tentato una cosa del genere, penso a Paul Gravett e al suo 1001 fumetti da leggere prima di morire (Atlante, 2013), a Spari d’inchiostro: appunti per un canone del fumetto (Perdisa pop, 2007), saggio ormai introvabile del già citato direttore di QUASI con barba nera e capelli ricci, o anche a Nedeljko Bajalica e alla sua rubrica su “Lo Spazio Bianco”, “Essential 300 Comics”. Oltre a questi ci sono poi vari saggi sulla storia del fumetto che, volenti o nolenti, tracciano una specie di canone, perlomeno da una prospettiva storica. 

Per me il canone del fumetto può esistere, e ha la stessa valenza di ogni altra lista giocosa che posso mettermi a compilare nella mia cameretta: una valenza ludica, appunto, un divertissment, ma di una serietà e di un’importanza capitali.
Sarebbe il mio canone certo, ma ogni volta che ne parlerei con qualcuno, quel canone diventerebbe assolutamente universale e se la persona a cui sto consigliando questo o quel fumetto imprescindibile ha fiducia in me e nel mio gusto, oppure è convinta dal modo in cui parlo e in definitiva si fa irretire dalle mie parole, ecco che il mio canone privato diventerebbe un po’ anche il suo. E lo stesso succederebbe nel caso contrario, se fossi io ad ascoltare e accettare il consiglio imprescindibile di qualcuno a cui do fiducia o che magari semplicemente mi sta simpatico.

Tutta questa introduzione, solo per arrivare a ciò di cui voglio davvero parlare: la casa editrice Tunué, a gennaio 2023, ha pubblicato una nuova edizione italiana di La storia del topo cattivo di Bryan Talbot, con una veste grafica bellissima e una nuova traduzione a opera di Omar Martini. L’ultima volta che questo libro si è visto sugli scaffali nostrani era il 2008, grazie a Comma 22. Poi più.
Mi torna in mente il buio inizio del nuovo secolo quando non c’era verso di trovare da nessuna parte Watchmen o il Ritorno del Cavaliere Oscuro. E la ricerca, per quanto riguarda Watchmen, sarebbe rimasta infruttuosa almeno fino all’inizio degli anni Dieci, salvo per una breve apparizione in edicola nella Serie Oro dei Grandi Classici del Fumetto di Repubblica.
A questo punto risulterà chiaro che nel mio canone del fumetto (il mio canone universale del fumetto) ci sono, fra gli altri, Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons e Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller.
E c’è anche La storia del topo cattivo di Bryan Talbot.

Talbot in questo libro sembra aver compiuto il miracolo. Non c’è nulla del didascalismo un po’ ozioso (per quanto spassoso) di Grandville, né dell’opulenza travolgente e quasi lisergica di Alice in Sunderland. Nel Topo cattivo tutto è bilanciato, pesato, perfetto.
Lo stile di disegno, che in Talbot varia molto da opera a opera, qui è quasi fotorealistico, riuscendo però a fondersi perfettamente con il dinamismo meccanico del fumetto e con costruzioni della tavola memorabili (le prime tre pagine sono da urlo: raffinate quanto impattanti e tecnicamente magistrali), mentre le tematiche della storia continuano a fondersi e confluire fra loro, in un intreccio solido e davvero sorprendente, pur essendo all’apparenza così distanti: abusi su minori, i libri di Beatrix Potter e il Lake District inglese.
In ultimo, il Topo cattivo è un libro potenzialmente mainstream, pensato per un lettore generalista, insomma è quello che oggi chiamiamo graphic novel.
Nella nota finale della nuova edizione, Talbot ricorda che all’epoca (il libro è uscito originariamente nel 1994) mandò la proposta del suo lavoro alle case editrici di narrativa ma gli fu rifiutata da tutte e così dovette ripiegare sugli editori di fumetti. Il suo desiderio però era che questa storia potesse essere vista e letta dal pubblico più ampio possibile e non solo dalla nicchia nerd o dagli appassionati dei generi. Certo, Art Spiegelman, Moore, Neil Gaiman e alcuni altri avevano già cominciato a creare fumetti rivolti al pubblico generalista, ma i tempi evidentemente non erano ancora maturi.
Oggi però lo sono, e questa nuova edizione di Tunué fa ben sperare che il libro di Talbot possa essere conosciuto anche in Italia, letto da più persone possibili e, come già accade in molti altri paesi, possa anche essere utilizzato in centri di assistenza per ragazze e ragazzi vittime di abusi.

La storia del topo cattivo racchiude in sé tutto quello che i detrattori del fumetto gli hanno sempre imputato di non avere: un’introspezione psicologica notevole, un coinvolgimento emotivo altissimo e una base di ricerche alle spalle che gareggia con un saggio antropologico. Persino un pizzico di metanarrativa, oltre, come detto, a un racconto socialmente rilevante.
La storia è presto detta: Helen Potter è una ragazzina che vive per strada insieme a una topolina che ha salvato da un laboratorio. Ha un’immaginazione travolgente dalla quale viene spesso rapita ed è in fuga da un padre che ha abusato di lei. È anche appassionata dei libricini di Peter Coniglio della scrittrice sua omonima e decide di ripercorrerne le tracce fino al paradiso naturale in cui Beatrix ha passato la vita. Arrivata lì, si confronterà infine con i demoni del suo passato.
Come spesso accade con i capolavori, la narrazione è semplice e lineare, e tutto si snoda sotto i nostri occhi con naturalezza, andando a colpire dove deve e lasciando tracce indelebili.

Insomma, se e quando esisterà un canone del fumetto, il Topo cattivo dovrebbe certamente starci dentro. Disegnato e scritto da un autore in stato di grazia, riesce a creare un ponte fra il linguaggio del fumetto, spesso dedicato solo agli appassionati, e i temi sociali che parlano al grande pubblico e che hanno la necessità di essere condivisi e discussi. Talbot tratta il tabù degli abusi con una dolcezza e un’empatia formidabili, e la sua storia di fiction ha il potere di insinuarsi nella realtà e parlare al nostro intimo come fosse accaduta veramente.
Lo metterei, nella mia immaginaria libreria-canone universale, all’estrema sinistra sulla mensola dove stanno anche Il Grande Male di David B. e Pillole Blu di Frederik Peeters, come fosse la fonte ideale che indirettamente ha dato la prima spinta a quelle altrettanto straordinarie narrazioni autobiografiche.
In tutti i libri di storia del fumetto che ho avuto occasione di leggere, La storia del topo cattivo viene al massimo citato di sfuggita, quando invece è un’opera cardine e ancora oggi un unicum narrativo fresco e complesso capace di parlare a più livelli.
Noi che ci occupiamo di fumetto, autori, editori, critici e appassionati, dovremmo tenercelo caro e parlarne di più.

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