Antropologia, Storia e storie: il punto di vista.

Paolo Valeri | Antropocomics |

Marciando in Provenza un giovane Marc Bloch, il cui nome diverrà sinonimo della disciplina storica, si domanda chi e perché abbia diviso a quella maniera i terreni coltivati che attraversa. Collegherà la divisione delle campagne provenzali al fenomeno delle enclosures inglesi, stabilendo di fatto la causa comune che ha portato alla nascita del capitalismo agrario. Come dire: è necessario guardare il presente per capire il passato.

Allo stesso modo nei primi anni Sessanta Carlo Ginzburg, uno dei fondatori della Microstoria, si imbatte nei verbali processuali dell’inquisizione friulana sopravvissuti al XVI e XVII secolo, li legge e riesce ad andare oltre le accuse di stregoneria ai Benandanti (uomini appartenenti a piccole congreghe che s’adoperavano per la protezione dei villaggi e del raccolto dall’intervento di altri – i Malandanti – tramite lotte oniriche). Ginzburg percepisce la realtà concreta che i culti basati sulla fertilità rappresentavano per quei contadini friulani del ‘500, non solo le preoccupazioni per la perdita del controllo sociale che suscitavano nella Chiesa e nelle élite dell’epoca. Non avrebbe potuto farlo se trent’anni prima Edward E. Evans-Pritchard (sempre quello dell’altra volta, non quello dell’Attimo Fuggente) non avesse cambiato radicalmente il modo di pensare la stregoneria. La sua osservazione etnografica tra gli Azande ci ha illuminato: se crolla una veranda anche chi crede alla stregoneria si rende conto che la causa è legata al modo in cui era stata costruita o al deterioramento dei materiali con cui era stata fabbricata, ma il problema rimane un altro: il perché. Perché a te? Perché adesso? Perché in questo modo? E sono proprio questi gli interrogativi a cui la stregoneria è in grado di dare risposte.

Se l’ultima volta abbiamo visto come l’Antropologia necessiti di mettere le mani negli archivi per acquisire profondità diacronica, un movimento contrario ha visto la Storia aver bisogno, per comprendere i fenomeni del passato, di chi ha incontrato situazioni simili nel presente. In questo senso il lavoro antropologico è stato molto utile alla ricostruzione storiografica.

Allen Meyer di Paolo Castaldi ha il suo stesso nucleo attorno alle credenze, al rapporto tra ciò in cui crediamo e ciò che è vero. In una Milano di metà Ottocento, in cui il malcontento per la dominazione austriaca è sempre più forte, in molti si rifugiano sottoterra perché si è diffusa la paura che la luna stia per collassare sul nostro pianeta. La luna, così antica da superare la storia in direzione del mito e della leggenda. La luna che muove le maree e il ciclo mestruale, che influenza l’umore, che fa uscire i lupi mannari. La luna che fa crescere i capelli, le unghie, le piante; che aumenta la fertilità delle donne e dei campi. La luna che non fa dormire, che fa impazzire, che fa diventare “lunatici”, appunto. Vere o presunte, le facoltà attribuite al nostro satellite sono sopravvissute tra gli strati subalterni della storia per arrivare fino a noi.

Non è un caso che il protagonista della storia di Castaldi, l’astronomo Allen Meyer, di origini austriache come i governanti, si trovi a sperimentare sulla propria pelle quanto la diceria della luna che cade non riguardi la scienza degli astri, ma rifletta la condizione degli uomini. La luna che cade è il modo con cui le classi popolari della città socializzano e condividono l’oppressione e la crescente precarietà causata dai governanti. Tutte le vessazioni, le violenze, i soprusi e le malattie sono, in qualche modo, la luna che cade. Anche Lidia, l’amore di Allen, che si ammala e muore, è letteralmente e graficamente schiacciata dal precipitare dell’astro lunare. Infatti solo di fronte alla sofferenza per la fragilità dell’esistenza umana l’astronomo riesce a capire e inizia a credere: alla luna che cade, alla precarietà della condizione dei suoi concittadini, al fuoco dei gesti rivoluzionari a cui prende parte.

Radice e Turconi, invece, lavorano con il cesello la dimensione esistenziale dei loro tre fuggiaschi. Partendo, come recita lo stesso incipit della narrazione, da uno stereotipo da barzelletta – un italiano, un tedesco e un russo in fuga nelle steppe slave del secondo conflitto mondiale – costruiscono il loro La Terra, il Cielo e i Corvi scavando dentro e dietro le credenze di ognuno. Ci mostrano quanto ciascuno costruisca e sia prigioniero delle proprie certezze: che sa lo spirito libertario del contrabbandiere comasco Attilio Limonta, la ferrea disciplina del maggiore tedesco Fuchs o l’atteggiamento puerile della guardia russa Vanja. La narrazione si dilata e diventa così uno studio antropologico dei tre personaggi, tra l’altro condotto sempre attraverso il filtro narrativo di Attilio che ce li svela e si svela a sua volta mentre compie il cammino. È come se gli autori ci rivelassero cosa significava vivere e morire in quegli anni, essere cresciuti sotto quelle ideologie e venire a patti con quelle aspirazioni.

Tutto questo per mostrarci quanto e come possa essere diversa la traversata dell’esperienza bellica per ciascun individuo, al netto di privazioni e violenze. Il rapporto con l’amore separa e delinea le personalità di Vanja e Attilio e quello con la disciplina differenzia il suo temperamento da quello di Fuchs. Il rapporto con la violenza, che caratterizza il panorama storico in cui la narrazione è ambientata, è ciò che più di altro intaglia in profondità le differenze tra i tre: necessità per il tedesco, che ne ha bisogno per tenere il mondo in ordine; scorciatoia per Vanja, che si permette di esercitarla solo su chi è più debole di lui; difesa per Attilio, che non esita a colpire alle spalle l’uomo con cui ha diviso la fuga. Ed è in questo spazio, sospeso tra i condizionamenti di un’epoca e le scelte individuali, che Radice e Turconi riescono a costruire un racconto capace di superare la dimensione storica per toccare quella più universale dell’animo umano.

In definitiva, sia in Allen Meyer che in La Terra, il Cielo e i Corvi, emerge con forza la necessità di passare attraverso il prisma delle credenze, dei miti e delle percezioni collettive per comprendere il passato. Che si tratti della paura di una luna che cade o delle ideologie nazionali alle spalle dei protagonisti in fuga, ciò che accomuna queste storie è la consapevolezza che la realtà non è mai un dato oggettivo e immutabile, ma è piuttosto un punto di vista. È il modo in cui la materialità viene costantemente filtrata e rielaborata dalla mente umana. Proprio sopra questa tensione tra verità e credenze si incontrano Antropologia e Storia: discipline sorelle che, nel loro intrecciarsi, persistono nel continuare a gettare nuova luce sulle molteplici forme della condizione umana.

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)