«L’immaginario è dunque tra i terreni salienti di battaglia, per chi voglia sottrarsi alla dittatura più insinuante, senza scrupoli e invasiva che la storia ricordi.»
Valerio Evangelisti
La filmografia di Claude Chabrol è decisamente sterminata, quasi un’ottantina di opere tra lungometraggi usciti in sala e film per la tv, in 50 anni di attività. Impossibile che siano tutti capolavori. Infatti, Sterminate “Gruppo Zero” non lo è. È solo un film di buona fattura, con scene d’azione ben girate ma poco convincente nel risultato complessivo, a causa di alcune scelte registiche operate per smorzare la portata ideologica del romanzo da cui era tratto il soggetto. Il film in francese non ha quel brutto titolo, che è un’idea del distributore italiano, ma ha lo stesso titolo del romanzo da cui è tratto: Nada.
Nada è il quarto romanzo (il terzo firmato esclusivamente da lui) di Jean-Patrick Manchette, pubblicato da Gallimard nel 1972 nel numero 1538 della “Série noire”. Il film, girato nel 1973 e distribuito l’anno dopo, rappresenta la prima prova di Manchette alla sceneggiatura, dalla quale si dissocerà, disconoscendola, a causa di alcuni tagli ai dialoghi e di alcune scelte di montaggio effettuate da Chabrol.
In quel 1974 in cui esce il film, probabilmente per quelle considerazioni che sono sempre più soliti fare i nostri editori e che hanno ormai ridotto al grado zero ogni politica editoriale, e cioè di pubblicare i titoli sull’onda di qualche evento, SugarCo porta nelle librerie l’edizione italiana di Nada. L’edizione non è male: una buona traduzione di Alda Traversi (la stessa che poi utilizzerà Einaudi quando riproporrà il romanzo nel 2006) e una bella copertina disegnata, in modo inconsueto rispetto al suo stile, da Giuseppe Coco. Ma non deve essere stato un grande successo, perché poi di libri di Manchette in Italia non se ne vedono più, fino al 1992.

Nel 1974 ho sei anni. I miei interessi sono vari, ma molto lontani da qualsiasi anche minima curiosità per gli sviluppi del roman noir e quel romanzo, insieme a un sacco di altra roba, per questioni anagrafiche me lo perdo. Non ho dubbi nel ritenere invece che sia passato tra le mani di un giovane studente di filosofia dell’Università di Bologna. Prima di essere acquistata da Sergio Cigada nel 1993 e diventare l’editore di riferimento del cattolicesimo più reazionario (pubblicando integralisti quali Massimo Introvigne, Vittorio Messori e Antonio Socci) la casa editrice fondata a Milano nel 1957 da Piero Sugar (sì, proprio lui, il produttore discografico marito di Caterina Caselli) e Massimo Pini, ha fatto conoscere – prima in italia – a chi aveva vent’anni negli anni Settanta, pensatori come Georges Bataille, Wilhelm Reich e György Lukács, ma soprattuto autori destabilizzanti per l’asfittica letteratura italiana, quali William Burroughs, Charles Bukowski, Martin Walser e, appunto, Jean-Patrick Manchette.
Quello studente ventunenne, tra le cui molteplici letture sicuramente ci sono i volumi SugarCo, si chiama Luigi Bernardi e di lì a quattro anni, lasciata l’Università senza laurearsi ma avendo completatao tutti gli esami, fonderà una delle case editrici, per noi che abbiamo il fumetto nel sangue, più seminali di sempre: l’Isola Trovata.
Se il fatto che Bernardi abbia letto Nada di Manchette nell’edizione SugarCo al tempo della sua uscita, è solo un mio sospetto – corroborato da due fatti: Marco Bernardi mi ha raccontato che suo padre la casa editrice di Piero Sugar la conosceva bene (e nel 1987 curerà per loro l’edizione italiana delle storie fantascientifiche di Arthur Conan Doyle) e che la testata dell’ultima grande rivista diretta da Luigi, “Nova Express” è un omaggio a un libro incredibile di Burroughs che lui all’epoca poteva conoscere solo per averlo letto nella traduzione di Donatella Manganotti – quella di Carlo Boriello per Adelphi è del 2009 – pubblicata da SugarCo nella collana I Giorni, la stessa del romanzo di Manchette – se questo, ti dicevo, è solo un mio sospetto, che in quegli anni Luigi Bernardi leggesse Lo Sconosciuto di Magnus è invece un dato di fatto. Nessun appassionato di fumetti neri italiani avrebbe potuto ignorarlo. Pubblicato dalle Edizioni del Vascello di Renzo Barbieri, tra il luglio del 1975 e il gennaio del 1976, Unknow è il personaggio più disperatamente nero di tutto il fumetto popolare italiano, e riscrive il genere con originalità unica. Qualche anno dopo la pubblicazione dell’ultimo episodio: Vacanze a Zahlé, Bernardi gli darà una nuova casa sulle pagine di “Orient Express”, la rivista ammiraglia della sua Isola Trovata.

Nel 1982 di anni ne ho 14. Leggo tutti i fumetti su cui riesco a mettere le mani. Il primo numero di “Orient Express” è uno di quei fumetti. La copertina dedicata allo Sconosciuto è una sorta di imprinting. Mi lega per sempre a tutto quello che Bernardi produrrà editorialmente. È per questo che esattamente dieci anni dopo, nel gennaio 1992, quando lo pubblica come secondo volume della collana “Criminalia Tantum” di Metrolibri, mi divoro in una notte Posizione di Tiro di Jean-Patrick Manchette. Quando lo chiudo so due cose: che Manchette è un cazzo di grandissimo scrittore, e che da questo momento del nouveau roman noir voglio sapere e leggere tutto. Poi, per quanto riguarda il saperne tutto, oggi (più di 40 anni dopo) ci sono ancora lontano. Sto studiando, ma con lentezza. Di Manchette invece ho letto proprio tutto quello che è stato pubblicato di suo (sto terminando in questi giorni l’epistolario: Lettres du mauvais temps) e proprio tutto quello che è stato pubblicato su di lui (sto terminando proprio in questi giorni la monumentale – e argomentatissima- monografia che gli ha dedicato Nicolas Le Flahec, Jean-Patrick Manchette: écrire contre, edita da Gallimard).

Nella sua Apologia della sottoletteratura (raccolta in Le strade di Alphaville, Odoya, 2022) Valerio Evangelisti sosteneva che il lettore di gialli, fantascienza, horror (e porno, aggiungo io – una volta esistevano collane di pornoletteratura da edicola come “I viola del momento”, te lo ricordi?) si lascia sedurre e addomesticare molto più raramente del lettore di letteratura “alta”. Penso che avesse ragione. La lettrice e il lettore di quel tipo di romanzi che finisce nella cinquina dello Strega, sono mossi da una fortissima pulsione etica, a ogni riga che leggono si sentono moralmente superiori a chi non legge o a chi legge robacce. Sono adepti di un culto escatologico, e sappiamo tutti qual è l’indipendenza di pensiero di chi venera qualcosa, sia anche solo la dea letteratura! I voti alla lavagna.

Invece le lettrici e i lettori di quelle robacce “orribilmente mediocri e alla portata di tutti” (come li definiva Vitaliano Brancati) che sono i romanzi di genere non hanno aspirazioni salvifiche. Li leggono per due motivi: perché sono divertenti e servono a trascorrere un viaggio in treno (vero, oggi questa funzione la svolgono meglio tablet, telefonini e piattaforme di streaming) o per motivi estetici.
Lo so cosa stai per dirmi. L’esperienza estetica dovrebbe essere soddisfatta dalla lettura della letteratura alta, non dalle letture da treno. È che sei cresciut* nella scuola italiana e sei una vittima dell’idealismo hegeliano in salsa crociana. Liberati da questa cazzata! Kant ci ha insegnato che l’estetica c’entra un cazzo con l’idea di bello stabilita secondo canoni universali e indiscutibili. L’esperienza estetica è soggettiva e legata al piacere che ci suscita. E cosa mi suscita piacere nella letteratura di genere? Beh, il fatto che attraverso una rappresentazione amplificata ed estetizzata dei sentimenti, del sesso e della violenza, quei “romanzetti” descrivono contraddizioni e dissonanze della nostra vita presente. Anche quando quelle storie sono ambientate nel passato o nel futuro, la mia collocazione temporale di lettore è sempre il presente. Con i grandi classici della letteratura, mi dispiace, ma non mi succede. Non succede a nessuno. Aveva ragione Mario Vargas Llosa (scrittore per me illeggibile… e infatti gli hanno conferito il Nobel) quando sosteneva che la vera letteratura trascende il presente, va oltre il quotidiano, per esplorare i grandi concetti. Vero, quella letteratura lì, letta dagli amici della domenica, vaga nel mondo delle idee universali tenendo i suoi lettori estasiati per mano come bimb* scem*, mentre quella di genere descrive fatti e comportamenti chiedendo al suo lettore, spesso occasionale, di cooperare alla costruzione del senso.

Sono illuminista, radicalmente kantiano e inevitabilmente postmoderno. Per questo leggo fumetti (la robaccia delle robacce) da prima di saper leggere e nel gennaio del 1992 mi innamoro dei romanzi noir. L’importanza di Manchette all’interno del sistema “polar” (i francesi i gialli li chiamano così, c’è un perché – come il nostro per il giallo – ma non te lo racconto adesso, se no non finiamo più) è dettata dal fatto che lui, a differenza dei suoi geniali maestri (da Leo Malet a Pierre Siniac – un autore gigantesco praticamente inedito in Italia) tutti genialità (appunto) e istinto, è consapevole di come funziona la letteratura di genere all’interno del nostro immaginario. La sua scrittura, figlia di un illuminismo kantiano radicale e di un’adesione integrale al situazionismo debordiano, a quel behaviorismo naturale del racconto poliziesco, aggiunge visione ideologica e stile linguistico. Capisci da te perché me ne innamoro.
Quando Bernardi me lo fa conoscere, in quel nebbioso gennaio del 1992 – manco fossimo sul ponte di Tolbiac in compagnia di Nestor Burma – Manchette non scrive più romanzi da almeno dieci anni. Traduce hardboiled americani, traduce fumetti (il Watchmen che leggono i francesi lo ha tradotto lui), scrive pezzi critici per “Liberation” – i francesi scoprono James Ellroy grazie a un suo lungo articolo– e per riviste come “Polar” e “Charlie Hebdo”, ma soprattutto scrive sceneggiature per il cinema. È da quando, all’inizio degli anni Ottanta, Alain Delon, affascinato dai suoi romanzi (il fatto che romanzi di genere scritti da un autore di estrema sinistra, piacessero a un uomo graniticamente di destra come Delon, apre un capitolo interessante sulla portata ideologica della narrativa di genere, ma ne parliamo un’altra volta) ha deciso di produrre (e il secondo addirittura di dirigerlo) due film tratti rispettivamente da Le petit bleu de la côte ouest e da Que d’os!, che Manchette non ha più smesso di scriverne.

I motivi per cui da dieci anni non scrive più romanzi è, quindi, ovvio: il carico di lavoro. Il mio problema però, in quei tempi infàusti, è un altro: dopo Posizione di tiro non ho più nulla da leggere di Manchette. Metrolibri (insieme a Granata Press) non fa una bella fine, e per avere altri romanzi di Manchette dovremo aspettare il nuovo secolo e la collana “Stile Libero Noir”, curata dallo stesso Bernardi per Einaudi (non è proprio vero, Fatale e Posizione di tiro arrivano nel 1998 nella collana “Vertigo” curata per Stile libero da Daniele Brolli). Il paradosso è che in italiano, quei titoli, escono tutti postumi.
Il 3 giugno 1995, durante la notte, Jean-Patrick Manchette muore, a causa di un cancro al polmone sinistro (dovuto alle metastasi di un precedente tumore al pancreas) all’ospedale Saint-Antoine dove è ricoverato da maggio. Ha solo 52 anni. I precedenti quarant’anni ininterrotti di gitanes senza filtro, fumate sempre con un lungo bocchino, hanno lasciato il loro segno nel suo fisico. E il loro odore in tutte le sue pagine.

Post-scriptum
Non per smargiassare (un po’ sì, dai), ma io il mio problema lo avevo risolto senza aspettare l’Einaudi. Come ti ho raccontato varie volte, ero solito trascorrere ogni anno dei periodi a Parigi e a Marsiglia (da un po’ ho ripreso a farlo) e me li ero procurati tutti:
Laissez bronzer les cadavres! (1971); ed. italiana Che i cadaveri si abbronzino (2017)
L’Affaire N’Gustro (1971); ed. italiana L’affare N’Gustro (2006)
Ô dingos, ô châteaux! (1972); ed. italiana Pazza da uccidere (2005)
Nada (1972); ed. italiana Nada (1974; 2000)
L’Homme au boulet rouge (1972); non ne esiste traduzione italiana
Morgue pleine, (1973); ed. italiana Un mucchio di cadaveri (2003)
Que d’os! (1976); ed. italiana Piovono morti (2004)
Le Petit Bleu de la côte ouest (1976); ed. italiana Piccolo blues (2002)
Fatale (1977); ed. italiana Fatale (1998)
La Position du tireur couché (1981); ed. italiana Posizione di tiro (1992; 1998; 2015)
Tra Fatale e Posizione di tiro, sembra esserci un buco. Invece no. Lì in mezzo devi collocarci l’unico fumetto scritto da Manchette (e disegnato da Jaques Tardi – che poi ha adatatto un sacco di altra roba sua): Griffu, pubblicato da Casterman nel 1978 (le editioni italiane sono addirittura tre, la più recente del 2021 per Oblomov). Inutile che ti dica che è una storia che più nera non si può, disperata e violenta. La collaborazione tra Tardi e Manchette ci ha dato un capolavoro, ma non fu indolore. Questo non te lo racconta mai nessuno, magari una delle prossime volte ci torno sopra.

Quando hai letto tutto questo, puoi attaccare con gli articoli, con le lettere, con i diari. Ti toccherà farlo in francese, ma vedrai che ne varrà la fatica. L’opera di Manchette è un unico in cui tutto si tiene e ogni cosa concorre alla creazione dello stile e del senso finale. Un’architettura quasi ossessiva. Oltre l’ossessione c’è il delirio. Infatti, poco prima della morte di Manchette, nelle librerie francofone arriva Maurice G. Dantec.
Ti lascio qua sotto i link ad alcuni podcast su Manchette che potresti trovare interessanti, e al video della sua partecipazione alla trasmissione Apostrophe. Divertiti.
piccolo aggiornamento
Marco Bernardi mi ha poi confermato che nella libreria paterna a Bologna è presente l’edizione SugarCo di Nada. Dubbio risolto.
Non fa un cazzo da anni, ma è invecchiato lo stesso. Vive a Milano, e non potrebbe farlo in nessun’altra città italiana. Legge e parla di fumetti dal 1972 (anno in cui ancora non sapeva leggere). Ha una cattiva reputazione, ma non per merito suo. Ama e praticava la boxe, poi si è rotto. Beve tanto in compagnia di gente poco raccomandabile, tipo Paolo con il quale – per colpa di una di quelle bevute – si è ritrovato a curare QUASI.