Antropologia, Storia e storie: passato e profezia

Paolo Valeri | Antropocomics |

Se, come abbiamo visto la scorsa volta, la narrazione storica non è mai un esercizio neutrale, ma un continuo dialogo tra passato e presente, ogni interpretazione storica porta con sé le influenze del proprio tempo e si nutre delle preoccupazioni, delle ansie e delle riflessioni della contemporaneità. In questo senso, la storia diventa un prisma attraverso cui comprendere il mondo e le sue trasformazioni. Allen Meyer di Paolo Castaldi e La Terra, il Cielo e i Corvi di Tersa Radice e Stefano Turconi rappresentano due esempi emblematici di questo processo: opere che, pur radicate nel passato, parlano direttamente alle inquietudini e ai conflitti del nostro tempo. Attraverso le loro narrazioni, Castaldi, Radice e Turconi ci mostrano quanto le credenze, i miti e le condizioni sociali possano modellare la percezione della realtà e come la Storia non sia mai solo un’ambientazione, ma un elemento vivo, capace di plasmare e determinare le vicende umane.

Già nel 1968 Alberto Maria Cirese, il grande antropologo che seppe fare sintesi tra marxismo e strutturalismo, fotografava nelle nostre società un dislivello interno che non era semplicemente di natura economica o di potere. Egemonia e Subalternità rispondevano a diverse, e a volte anteposte, logiche culturali. Il conflitto, al contempo prodotto e produttore della Storia, diventava così la linea di faglia attraverso cui indagarle. Allen Meyer costruisce la narrazione all’interno di uno scontro imminente, quello tra il potere di occupazione, incarnato dal governo austriaco, e il popolo milanese. Pur senza rinunciare a denunciare quanta parte l’élite meneghina abbia nell’oppressione: «il padronato non parla tedesco, parla milanese», dice Allen all’amico Carlo. Il precipitare della luna è sia un fenomeno di inculturazione – un elemento che integra coloro che lo propagano entro il gruppo di appartenenza in cui nasce – che un marcatore dell’acculturazione – il tentativo di rendere partecipi i subalterni da parte della classe egemone. E in questo gioco Castaldi riesce a utilizzare il contesto storico per mettere sotto accusa un positivismo egemonico a partire da un romanticismo subalterno. La luna può cadere davvero solo dopo che il protagonista ha sperimentato la perdita del proprio amore ed è la morte di Lidia che gli permette, nonostante il suo nome lo apparenti ai dominatori, di comprendere la verità della diceria popolare.

La terra, il cielo e i corvi fa un gioco diverso, per quanto anche qui le diversità culturali risultino fondamentali nel far emergere i caratteri dei personaggi dagli stereotipi nazionali. La storia di Radice e Turconi eleva le contingenze storiche, la guerra e la povertà dilaganti nell’Europa di metà secolo scorso, a qualcosa di più di un’ambientazione. Non solo scenografia, il contesto penetra e plasma i personaggi. Su tutti il rapporto tra la libertà e le vicende di contrabbando di Attilio, attività diffusissima sulla sponda occidentale del Lario e pratica indispensabile per sopravvivere in quegli anni. È come se la storia dei tre protagonisti non possa essere districata dalla Storia, perché sono proprio le contingenze storiche a fare quei personaggi. Per contro, quei personaggi così costruiti sono gli unici che possono raccontarci davvero cos’ha significato vivere quegli anni. È il loro punto di vista che ci permette di vedere la guerra e la sua miseria ma è anche l’opposto: miseria e guerra richiedono quel particolare punto di vista per essere comprese. Questo penso sia il merito più grande di questa narrazione e anche il suo lascito più importante.

Già, perché per concludere questo confronto dobbiamo affrontare un ultimo tema. Abbiamo parlato di storie che dialogano con la Storia, ma ogni ricostruzione storica è debitrice del periodo in cui prende forma. Lo sguardo che abbiamo sul nostro presente influenza quello sul passato, per questo rileggiamo le migrazioni come fenomeni decisivi per la dissoluzione dell’Impero Romano o cerchiamo la spiegazione delle grandi estinzioni nei cambiamenti climatici. Così questi fumetti non hanno solo un’ambientazione storica, ma riflettono su quell’ambientazione preoccupazioni e tematiche proprie del loro tempo. Ancora di più, mi spingo a dire che questo cortocircuito tra questioni del presente e avvenimenti del passato rende queste storie profetiche, nel senso etimologico del termine: dicono ciò che gli sta davanti. Allen Meyer e La Terra, il Cielo e i Corvi non sono solo figlie del proprio tempo ma, come le grandi narrazioni sanno essere, anticipano il passo successivo della Storia.

Allen Meyer è stato scritto e disegnato tra il 2016 e il 2017 ed è sicuramente influenzato dalla riflessione collettiva all’ora montante attorno a quelle che venivano definite “fake-news” diffuse attraverso i social. Eppure tutti i cardini della storia, quello scontro tra scientismo e verità delle emozioni, il popolo vessato che abbraccia una diceria irrazionale, una malattia incurabile la cui mortalità rimane però legata al censo nonché il sottosuolo milanese adibito a luogo di reclusione forzata ne fanno un’allegoria perfetta degli eventi pandemici e degli scontri mediatici e culturali che questi hanno innescato. Bisognava leggerlo mentre si stava perdendo qualcuno senza poterlo salutare, tra le conte al tg e le esternazioni dei no vax sui social, per capire quanto in profondità lavorasse il livello di verità della storia; molto più a fondo di molte argute posizioni arrivate da sinistra.

Allo stesso modo La Terra, il Cielo e i Corvi è una graphic novel figlia del lockdown, tanto che per finire di disegnarla Turconi ha dovuto usare dei vecchi acquerelli russi Leningrad che aveva in casa, visto che spostarsi per far compere era impossibile. E forse tutto quel cielo, quegli spazi aperti e quelle tonalità che trasudano libertà sono anche e soprattutto una reazione alla chiusura forzata. Ad ogni modo la storia, che spesso mette i tre protagonisti in case di altri spingendo sull’idea di convivenza forzata, appare come un’intensa narrazione attorno e dentro alla guerra. È il racconto di un mondo lacerato da conflitti multilaterali, dove la morte è una possibilità sempre più concreta, dove i singoli sono in balia di forze molto più grandi di loro e in cui lo scontro si dà ai confini orientali della vecchia Europa. Non serve che vi dica quanto le vicende di Attilio, Fuchs e Vanja anticipino i tristi resoconti del fronte ucraino, ma è invece importante sottolineare come le loro vicissitudini permettano di empatizzare con l’orrore della guerra prima e più in profondità di qualsiasi bollettino militare. Soprattutto vorrei con forza ribadire che queste pagine continuano a farlo, come un antidoto buono alla stagione che stiamo vivendo, perché non lavorano su massimi sistemi di geopolitica ma su ciò che significa vivere la guerra, sulle conseguenze che i conflitti provocano alla carne viva delle persone che vi si trovano coinvolte.

Alla luce di queste considerazioni, risulta evidente come sia Allen Meyer che La Terra, il Cielo e i Corvi non siano semplicemente racconti storici, ma riflessioni profonde sul rapporto tra memoria, potere e narrazione. Se il primo analizza lo scontro tra verità emotiva e razionalismo scientista, il secondo ci porta nelle pieghe più intime dell’esperienza bellica, rendendola universale. Entrambi i racconti dimostrano come raccontare sia uno strumento di comprensione e, talvolta, persino di anticipazione dei fenomeni futuri. Nel loro modo di intrecciare passato e presente, queste opere ci offrono non solo uno sguardo su ciò che è stato, ma anche una chiave per interpretare ciò che sarà. In un’epoca di conflitti, disinformazione e crisi identitarie, riscoprirli significa dotarsi di strumenti critici per leggere la realtà e, forse, per immaginare un futuro diverso.

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