Recensioni, strisce, scanlation (e altro vecchiume che ha fatto il giro)

Paolo Interdonato | post-it |

UNO. Lo so. Facciamo una cosa così vecchia che stiamo per fare il giro. Un sito, di parole e immagini, che finge di essere una rivista di carta. Qualche volta, riusciamo addirittura a confezionare un fascicolo cartaceo. Ma, quando lo facciamo, lo nascondiamo con attenzione, vendendolo in canali così alternativi da rasentare la clandestinità. Da vecchi di merda, siamo diventati vintage. Col tempo, rischiamo addirittura di tracimare in qualcos’altro, molto più à la page.
Siamo così vecchi che – su un sito che mescola parole e immagini e finge di essere ecc ecc – parliamo di fumetti e di libri con le figure. Tutta roba che ormai ha un pubblico potenziale tanto esteso quanto quello della poesia. Già…
Ti chiedi chi ancora legga la poesia? Qualcuno c’è. Figurati che c’è perfino una federazione che riunisce tutti i giocatori di Curling in Italia. C’è spazio per qualsiasi kink umano. E noi – che facciamo un sito ecc ecc – non giudichiamo di certo.

DUE. Claudio Calia, il nostro editore, dice che le recensioni non si usano più. Dice che proprio non le legge più nessunə e che ormai, per orientarsi nel mondo delle narrazioni, ci si affida ai consigli mirati che arrivano dai social. Chissà come sono contenti gli uffici stampa? Già riuscire a far arrivare i libri giusti nelle mani giuste era uno dei mestieri più difficili – e più sottovalutati – del mondo… fosse confermata la visione apocalittica di Claudio, sarebbe assai meglio che gli editori convertissero l’investimento per la comunicazione in spritz, nella speranza che almeno qualcuno si diverta.
A sentire le notizie che giungono dal mondo, pare proprio che abbia ragione. “Associated Press” (AP) è una grande agenzia di stampa statunitense. Se vuoi farti un’idea di quanto sia grande, basta sfruculiare in rete: nel 2015 AP ha fatturato 568 milioni di dollari, con un ricavo netto di 1,6 milioni. Sì, lo so, anche io ho fatto il conto: è una redditività inferiore allo 0,3% e ci sarebbe da suicidarsi. Ma quella è un’organizzazione non profit e non conta i soldi con il mio stesso sguardo da pescecane. Invece di fare le pulci alla marginalità di AP, dovresti concentrarti sulla notizia: la pagina letteraria dell’agenzia di stampa – con tutte le recensioni – non viene più aggiornata dal 1° settembre scorso. Non la leggeva più nessuno e gestirla e mantenerla aggiornata era davvero poco redditizio. Ma come? Non era un’organizzazione non profit? Smetti di fare domande inopportune! Rischi che si capisca che anche tu sei venale. Esattamente come me.

TRE. Sulle pagine di (Quasi), le recensioni continuano a esserci. Le facciamo in modi e forme diverse. A volte brevi (non quanto vorremmo, ché, per il nostro frigo, abbiamo dovuto comprare i post-it A4), a volte lunghe o anche lunghissime. Ci piace però dare un dispiacere agli uffici stampa. Invece di concentrarci sul calendario editoriale, inseguendo le ultime uscite, ci mettiamo a parlare, all’improvviso, di pubblicazioni vecchie di uno, tre, dieci, cinquant’anni. Siamo più interessati a fare critica che a suonare il piffero per la rivoluzione.
Recensire, per noi, è divagare, raccontare, girovagare, connettere, cazzeggiare, tracciare percorsi, raccontarsi, scoprire, meravigliarsi, sorprendere… E, nel farlo, mostriamo indifferenza verso i canali di vendita e la tassonomia delle merci. E non per snobismo – che, pure, c’è, figurati se proviamo a negarlo – ma perché abbiamo cuori ballerini e ci innamoriamo continuamente. Nutriamo con attenzione materna la nostra indifferenza nei confronti di generi, formati, marchi, canali… Amiamo le storie con le figure e ne godiamo nelle forme più disparate: teniamo gli albi e i libri 17×24 accanto a volumi giganteschi, libelli sottili, ritagli di giornale, fogli sparsi, timeline Instagram, newsletter in mailbox, file scaricati da telegram, cartoline…
Ci piacciono addirittura le strisce.

QUATTRO. Alcuni quotidiani, anche italiani, piazzano una striscia in fondo alla loro newsletter giornaliera. Si tratta, di solito, di serie storiche, che si sono interrotte decenni fa perché il loro autore è morto o ha smesso per fare altro. Trovo in mailbox, tutte le mattine, quella pillola di fumetto e mi illudo di poter scandire il mio tempo al ritmo delle avventure di personaggi in via di estinzione. Proprio come il panda gigante, l’orso marsicano e il rinoceronte. Proprio come me. Proprio come (Quasi).
È un’idea che rasserena e immerge tutto nel narcisismo del radicale: ci dedichiamo a letture da “happy few” che ci distinguono da una massa indistinta di individui poco evoluti.
Quanto siamo stronzi quando ci avvolgiamo orgogliosi in queste posizioni. Siamo convinti siano pregiatissime lenzuola di cotone egiziano e, invece, sono sudari.

CINQUE. Le scanlation sono fumetti piratati e messi in rete perché siano accessibili a chi non ha i mezzi (principalmente linguistici) per accedervi. Sono il risultato del lavoro amatoriale fatto da fan che digitalizzano fumetti (quasi sempre asiatici), li ripuliscono, li editano, li traducono, ne rifanno il lettering e, senza chiedere il permesso a chi ne detiene i diritti, li depositano in siti accessibili a comunità estese. Scanlation è una parola composta (portmanteau, dicono quelli colti) che fonde “scan” e “translation”. Se la cerchi usando un motore di ricerca, e ci metti accanto il nome della serie che ti incuriosisce più di tutte, poi – vedrai – ti diverti.
C’è tantissima gente, in tutto il mondo, che sta leggendo i nuovi episodi di One Piece al ritmo della pubblicazione nipponica su rivista. Tutte le persone che lo fanno scandiscono il tempo della propria vita al ritmo delle avventure a fumetti di un personaggio vivissimo. Indifferente agli albi e ai graphic novel.

SEI. Su quei siti pirata, il tuo manga preferito ti dà il benvenuto nell’oggi. Una cosa così vecchia che ha fatto il giro.

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)