(Quasi) un premio 2025: Jim di François Schuiten

Paolo Interdonato | (Quasi) un premio 2025, Affatto |

Gli esseri umani si dividono in due grosse categorie. Ci sono quelli che amano i gatti e quelli che amano i cani. Poi, intendiamoci, non siamo binari neanche in quello, e i migliori tra noi sanno riconoscere attrazioni diverse, senza considerarle innaturali. I gattofili rinfacciano ai cinofili il servilismo dei loro amati. Viceversa, i gravi difetti dei felini sono opportunismo e indifferenza.

Ho sempre amato i gatti. Non sono mai riuscito a vederli come animali indifferenti. Da bambino, nei miei lunghi periodi siciliani, vivevo in simbiosi con Mammagatta, un animale bellissimo che, in un’occasione, ha fatto una cosa che, quando la racconto, mi fa passare per mitomane: mi si è accucciata sui piedi, mentre leggevo fumetti seduto sotto il pergolato, e ha partorito. Poi, dopo aver espulso la placenta e averla mangiata, ha pulito i gattini e me li ha passati perché li accarezzassi, prima di farli attaccare alle mammelle.

Mammagatta è lo stesso straordinario animale che, una volta, ha affrontato Laika, femmina di pastore tedesco, stronza ed enorme, che inseguiva i gatti in giardino per ucciderli e le ha aperto il muso a unghiate, facendola scappare ululante. Da quella volta, ogni volta che Mammagatta, con le sue movenze regali, atterrava in giardino, Laika si rifugiava, guaendo, nella sua cuccia.

Questo è il mio imprinting con gli animali domestici. I gatti mi sono sempre stati amici. Ho sempre guardato ai cani con un po’ di sospetto. Per anni, mi hanno fatto paura: non li capivo. E, ancora adesso, non sono mai certo di cosa vogliano.

Quando abbiamo dovuto scegliere come dividerci gli articoli sui cinque fumetti (Quasi) premiati, all’inizio, Boris e io ci siamo adagiati sulla ripartizione di comodo. Mi ha detto: «Io il cane, tu i tatuaggi!» Ed era proprio giusto fosse così. Lui con un cane ci ha sempre vissuto, e io ho sempre sbirciato – con grande discrezione – in ogni scollatura tatuata. Poi però ci sono due questioni per nulla accessorie. Da un lato, sono un fifone vero: non ho paura solo dei cani, ma anche degli aghi, e non farò mai un tatuaggio. Dall’altro, quanto ci annoia soddisfarci le vicendevoli aspettative.

Così mi sono ritrovato a scrivere di Jim, il libro, bellissimo, in cui François Schuiten dice addio al cane che ha vissuto con lui per tanti anni.

«Il 24 gennaio 2023, verso le undici, Jim se n’è andato a poco a poco. Di fronte alla sua scomparsa, nelle ore successive ho avuto un solo desiderio: disegnarlo… per tenerlo ancora un po’ con me.»

Non riusciva a dirgli addio. Solo disegnandolo riusciva a toccarlo ancora, a trattenerlo un po’ nel foglio prima che sparisse del tutto. Jim non è un fumetto. È una lunga carezza fatta di segni, un modo per non lasciar scorrere via le lacrime. Perché, con quelle, se ne va qualcosa di importante. Non solo ciò che, fino a poco prima, animava quel corpo freddo e immobile. Se ne va la speranza di vivere ancora l’amore che ci ha uniti a chi muore. Anche se chi muore è un cane.

Da lettore, l’effetto è straniante. Schuiten, che per tutta la vita ha costruito mondi di pietra, prospettive perfette, città ordinate e vertiginose, qui perde la misura. Il dolore gli squassa le geometrie e lo lascia senza pelle. Le pagine di Schuiten, tanto quelle delle Città oscure (il ciclo scritto dal teorico del fumetto Benoît Peeters) quanto quelle della sua rilettura di Blake & Mortimer, sono sempre state gelide. Ci si perde nel disegno, nelle tessiture perfette, nei dettagli tracciati con una precisione inverosimile. Non si sente mai il bisogno di passeggiare nella vigna della pagina, di inseguire un racconto visuale. La perfezione del segno basta a sé stessa. Con gli occhi pieni e la pancia vuota, chi guarda i libri di Schuiten non legge fumetti: contempla le immagini di un illustratore straordinario.

Alla morte di Jim, tutto questo non serve più. La teoria, il sapere tecnico, la conoscenza del linguaggio: tutto si scioglie. Con gli occhi gonfi di lacrime e la mano tremante, imprecisa, sconvolta dal dolore, Schuiten si abbatte sul foglio con pennellate che trasudano vita e inchiostro. Disegna una matassa di peli, un cane grandissimo – a volte gigantesco – che svanisce lentamente. E mettendo in fila immagini nate per non perdere l’amore, scopre la verità: quando muore un amore, chi davvero si disgrega è chi resta. Ma sotto le macerie, sotto l’involucro dell’identità che si frantuma, quell’amore continua a pulsare.

E, allora, Jim di François Schuiten, benché abbia l’aspetto di un libro illustrato che affianca immagini a brevi sequenze verbali, è un vero fumetto. Un fumetto tralfamadoriano.

La seconda lettera di Billy Pilgrim, tramandata da Kurt Vonnegut in Mattatoio n. 5, ci spiega che:

«La cosa più importante che ho imparato a Tralfamadore è che quando una persona muore, muore solo in apparenza. Nel passato essa è ancora viva, per cui è molto sciocco che la gente pianga ai suoi funerali. Passato, presente e futuro sono sempre esistiti e sempre esisteranno. I tralfamadoriani possono guardare ai diversi momenti come noi guardiamo un tratto delle Montagne Rocciose. Possono vedere come siano permanenti i vari momenti, e guardare ogni momento che loro interessi. È solo una nostra illusione di terrestri quella di credere che a un momento ne segue un altro, come nodi su una corda, e che una volta che un istante è trascorso è trascorso per sempre.
Quando un tralfamadoriano vede un cadavere, tutto quel che pensa è che il morto è, in quel particolare momento, in cattive condizioni, ma che la stessa persona sta benissimo in una quantità di altri momenti. Ora, quando io sento che qualcuno è morto, alzo le spalle e dico quel che dicono i tralfamadoriani dei morti, e cioè “Così va la vita”.»

Jim è morto.

Schuiten lo disegna per restare accanto a lui in un altro momento, in un’altra piega del tempo.

Lo disegna per non lasciarlo andare del tutto.

E noi, guardando, vediamo un cane, un uomo e un segno che fanno l’amore, che resistono. Vediamo un fumetto. Uno tra i più belli di questo 2025.

Così va la vita.

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