(Quasi) un premio 2025: Babbo, dove sei? di Francesca Ghermandi

Paolo Interdonato | (Quasi) un premio 2025, Affatto |

«La memoria è un elemento perturbante nel flusso della vita, insidia i contorni di ciò che vediamo confondendoli con i ricordi di quel che abbiamo già visto, mescola le emozioni del presente con quelle trascorse. Eppure, in questa contesa estenuante, la memoria cerca di tenere insieme i diversi volti del nostro racconto nel tempo.»

(Antonella Tarpino, Geografie della memoria: case, rovine, oggetti quotidiani)

La memoria è un casino. Pare che quando noi umani mettiamo insieme i nostri ricordi per raccontare la storia della nostra vita, pur illudendoci di dire il vero, intorno a noi si metta in moto un gran lavoro di ricostruzione.

Certo, teniamo imprigionati, da qualche parte, ricordi episodici, che ci permettono di collocare, nello spazio e nel tempo, eventi specifici. Ma quando li trasformiamo in racconto li mescoliamo con la memoria semantica, quella che riguarda conoscenze generali, fatti e concetti. Tutto insieme sembra proprio una storia vera, la nostra storia. Ma non basta.

Perché, quando cerchiamo di ricostruire la nostra vita con i ricordi, inizia il bello: c’è troppa roba, o troppo poca, e non è mica tutta vera. Non solo richiamiamo gli episodi e li contestualizziamo, ma siamo costretti a scegliere, scartare, tappare i buchi, affinare, strutturare e produrre racconto. Alla fine, non è così importante dirci cosa abbiamo vissuto – infilare perline e vetrini nel filo del tempo, mostrando la lucentezza e la falsità della nostra vita – quanto dire chi siamo diventati, cosa ha significato quel vissuto per noi e per ciò che siamo ora.

Costruiamo storie coerenti di ciò che siamo, integrando passato, presente e proiezioni del futuro che temiamo o desideriamo.

Gli studi psicologici sulla memoria ci mostrano che le memorie autobiografiche non sono mai collanine di episodi isolati. Sono strutture complesse, reti intricate, addirittura garbugli, che si trasformano continuamente alla luce di ciò che abbiamo capito del nostro passato e speriamo o temiamo per il nostro futuro. Non cerchiamo di avere memorie più accurate, rimuovendo gli errori. Non è così importante. Le viviamo come processi dinamici, continuamente aggiornati per creare un significato coerente per noi stessi e per il contesto – spesso complessissimo – in cui siamo immersi. Il racconto di noi stessi è uno degli strumenti più potenti che abbiamo per mettere a fuoco il sé, gli altri e il mondo.

Quando qualcuno sceglie di fare i conti con la memoria producendo un manufatto artistico, non racconta semplicemente il passato: mette in scena un processo di costruzione del sé. E Francesca Ghermandi, in Babbo, dove sei?, lo fa con lucidità e franchezza che commuovono.

È uno dei fumetti più belli e importanti di quest’anno, meritevole di essere (Quasi) premiato. È il libro che la fumettista ha disegnato per fare i conti con la sua storia e il suo passato, per dire di suo padre, lo scultore Quinto Ghermandi, e di sua madre, la pittrice Romana Spinelli. Te ne ho parlato un po’ quando è uscito. Concludevo quella recensione così:

«A un certo punto, nel libro, Quinto Ghermandi afferma: “Il problema non è fare una scultura, ma posizionarla”. A dire che un’opera assume senso compiuto quando trova un proprio spazio, un contesto a cui fare riferimento, un ambiente con cui riverberare. Babbo, dove sei?, messo al suo posto, sulla mensola, posiziona tutti gli altri lavori di Francesca Ghermandi, una fumettista straordinaria.»

Quella frase, lasciata cadere in chiusura dell’articolo, era il mio modo ambiguo e fuori fuoco per dire che questo fumetto è il tassello che completa il quadro di tutta l’opera di Ghermandi: quello che si incastra negli altri e dona loro un senso nuovo. È un racconto autobiografico che riesce nel suo compito di trovare il miglior punto di compromesso tra chi lo ha fatto e il contesto in cui si muove, e così fornisce una chiave preziosa per capire l’autrice, i suoi lettori e il mondo che abitano.

Quando Ghermandi, realizzando il fumetto, copia le foto, ricalca le lettere, ripete gesti manuali del passato, fa esattamente questo: rimette in scena il processo mnemonico, rendendolo visibile. È una forma di storia orale disegnata, in cui la voce è sostituita dal segno.

Carlo Ginzburg, mentre scriveva Il formaggio e i vermi: Il cosmo di un mugnaio del ’500, capiva che scrivere la storia è anche – e soprattutto – scrivere una storia. Con la strategia della microstoria chiariva che la memoria di un soggetto, quella documentata nelle prassi della burocrazia contabile e processuale, è un campo di tensioni tra vita vissuta, interpretazione e potere. Nella microstoria la verità non è nella fedeltà del racconto, ma nella relazione tra discorso e struttura. Per non perdersi nella narrazione, Ginzburg dovette rinunciare alla ricostruzione della voce di Menocchio: se avesse ceduto alla tentazione, la narrativa avrebbe travolto il trattato storico.

Ghermandi non rinuncia a recuperare la voce dei genitori, anzi gode del farfugliare del padre senza dentiera. Eppure, indaga la vicenda personale e storica con un approccio sorprendentemente simile a quello della microstoria: Babbo, dove sei? è pieno di contraddizioni narrative e visive – salti temporali, ridondanze, richiami ad altri lavori, frammenti che non combaciano – ma sono proprio questi scarti a rendere vero il libro. È la storia di una famiglia di artisti italiani che diventa, per accumulo e dissonanza, una storia dell’arte italiana decentrata, vista dal tavolo della cucina o da un tavolo di studio, da una bambina che pasticcia con la creta, disegna, o ricalca foto e lettere.

C’è un aspetto che lega le pratiche della memoria al disegno: la manualità come mezzo di conoscenza. Quinto è uno scultore, gode della materia e muove il corpo nello spazio del racconto. È a torace nudo in copertina – con volto da elefante – e lo vedremo deperire e indebolirsi nel corso della storia. In Babbo, dove sei?, Ghermandi usa il disegno come dispositivo di recupero: copia per ricordare, ma anche per misurare la distanza che la separa dal ricordo. Copia anche le opere del padre. Trascina quelle sculture enormi sulla pagina, le disambienta, le estrae dai loro luoghi e le colloca altrove. Il fumetto, che è mappa del racconto, diventa il luogo in cui collocare sculture, disegni e memorie.

Questo gesto ha una parentela profonda con le pratiche della storia materiale e dell’antropologia domestica: ricordare è rifare, rimettere mano alle tracce. Per Ghermandi, che da sempre accumula segni e memorie visive e lavora dentro una memoria tattile, il corpo che ricorda non riporta alla memoria immagini: è costretto a rifarle, a ridisegnarle, per dare loro uno spazio narrativo riconoscibile.

Se la memoria è un racconto discontinuo, usato per ricostruire una mappa del nostro passato capace di dire il nostro presente e le nostre ambizioni, allora il fumetto è il suo linguaggio naturale. E non perché giustappone vignette – nell’idea un po’ bolsa della narrativa sequenziale – ma perché è pagina che diventa racconto. Il senso continuo del disegno, che tracima da un’immagine, da una vignetta, da un episodio, da un volume, tende a ricomporsi nello sguardo del lettore che corre sulla pagina. E mentre inseguo la storia della Romana e dell’Elefante, mi ritrovo a precipitare tra Hyawatha Pete e Grenuord, a volare con Pastil, a inciampare con Joe Indiana, a cercare il mio spazio nelle Cronache della palude, benvenuto a Tombstone, spaventato sull’ottovolante di Bang o seduto in poltrona accanto a Helter Skelter.

In Babbo, dove sei?, la struttura episodica, l’andamento scomposto e la grafica stratificata funzionano come un archivio dopo l’assalto di una torma di studiosi disordinati. I ricordi non si allineano: si rispondono. È il punto di contatto tra neuroscienza e microstoria. La memoria non è lineare perché la realtà vissuta non lo è.

E davvero, questo tassello dà un senso nuovo a tutti i fumetti di Francesca Ghermandi. Ridisegna il suo passato, e con lui la nostra idea di cosa possa essere un racconto: un elemento perturbante nel flusso della vita.

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