Raccontami Corazzini!

Francesco Barilli | Affatto |

(ovvero: riflessioni sparse su “Poeta a vent’anni”, di Andromalis e Simone Lucciola)

C’è poca poesia al mondo. Davvero poca… Scritto così, il rammaricato incipit può farti pensare, oltre che a uno sfogo da boomer (ci sta…) all’orazione di Moravia su Pasolini («Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo»). In realtà penso più a Calvino che parla dell’inferno dei viventi. Qualcosa, cioè, non ipotetico o in divenire, ma che è qui e ora, ci circonda e gli si può sfuggire solo cercando ciò che inferno non è, facendolo durare, proteggendolo. Ecco, la poesia è fra le scarse cose che non sono inferno. Ce n’è poca, dicevo. Anche quando viene dal passato e da lapidi polverose, bisogna coccolarla oltre che difenderla, se la riconosci. Per questo ti parlo di Poeta a vent’anni, disegnato da Andromalis su testi di Simone Lucciola, libro uscito per Barta Edizioni che ricorda la breve vita di Sergio Corazzini.

[Sento già vocine querule parlare di amichettismo. Simone ha fatto un sacco di fumetti brevi con me, e pure su (Quasi) hai visto sue illustrazioni accompagnare miei pezzi. Come dicevo da altre parti, all’accusa «Parli solo dei libri degli amici!» rispondo facilmente: è VERISSIMO, ma solo perché so scegliermeli bene e finiscono col fare libri che mi interessano.]

Una mia amica mi dice sempre «Parli solo di morti!». Okay, vero, non sono noto per la mia visione solare dell’esistenza. Però è anche vero che se ti metti a raccontare la vita di un tizio è così che finisce, eh… Non sai quanto mi sta sul cazzo chi scrive la propria autobiografia a trent’anni, per dire. Capisco gli sportivi, loro raccontano la breve parte agonistica del proprio transito terrestre, di solito l’unica di qualche interesse. Ma in generale una biografia quello dovrebbe dire: è nato, è morto, nel mezzo ha fatto cose più o meno rilevanti.

Insomma, non è un caso se del fumetto di cui ti voglio parlare ho un aneddoto particolare. Questo…

Caso vuole che proprio quel giorno telefono a Simone. Lui è sulla tomba di Donatello Zarlatti (vero nome: Giuseppe) poeta e amico di Corazzini. Mi spiega perché è lì, mi parla del progetto che sta seguendo. Si trova al cospetto di centinaia di tombe in abbandono, raspando con le mani fra rovi e polvere alla ricerca di un nome. Ci facciamo una chiacchierata sull’impermanenza delle cose terrene (noi compresi) e sul fatto che non resta nulla di noi. Nulla, ripeto, manco le opere. La fama è come il puzzo di una scorreggia: per intenso che sia, prima o poi svanisce. Resta un nome su una lapide, sempre meno riconoscibile. E poi sparisce pure la lapide. Per dire, gli egizi avevano una fissa per le loro dinastie. Le elencavano scrupolosamente, snocciolando su papiri o sui muri dei templi i nomi dei sovrani, le rispettive imprese, la durata dei loro regni. Letti oggi, sono elenchi di ombre, esseri umani diventati polvere.

A section of the Papyrus of Ani (Book of the Dead) , a papyrus manuscript with cursive hieroglyphs and color illustrations created circa 1250 BC, in the 19th dynasty of the New Kingdom of ancient Egypt. Twelve gods seated in order, as judges, before a table of offerings. Below, the Psychostasis ot weighing of Conscience: the jackel head Anubis, trying in the Balance heart of the deceased against the feather symbolical of Law.

Tu fai pure gli scongiuri più indicibili: le circostanze mi costringono a proseguire sulla linea «dissoluzione e morte» con l’ottimismo di un monaco trappista. Infatti devi sapere che, com’è come non è, nelle nostre chat Simone mi manda spesso foto di tombe.

Sono persone che abbiamo poi raccontato nei nostri lavori. Però, attento, non significa che la nostra sia “arte necrofila”… Lo spiega bene Mary Elizabeth Frye, quando ti invita a non piangere sul suo sepolcro. Eccola, nella traduzione che più mi convince…

«Non piangere sulla mia tomba
Non sono lì, non dormo.
Sono nei mille venti che soffiano,
Sono nel luccichio abbagliante della neve,
Sono il sole sul grano maturo
Sono la delicata pioggia autunnale.
Quando ti svegli nel silenzio del mattino
Sono la rapida spinta verso l’alto
Di uccelli silenziosi in volo circolare.
Sono la morbida luce notturna delle stelle.
Non piangere sulla mia tomba
Non sono lì, non sono morta»

Insomma, visitare una tomba è un esercizio di vicinanza, una carezza, una testimonianza, un inizio che parte da una fine. È anche stabilire un contatto. Tutta ‘sta premessa per dirti che Simone e Andromalis hanno fatto proprio così. Guarda…

Ho scritto questo pezzo con una matita spuntata sul retro di fogli medici, durante una degenza ospedaliera. Non avevo altro, l’esperienza la pensavo più breve. Poi gli appunti li ho corretti, chiaro, ma preferisco lasciarli nella forma frammentata con cui sono nati. Una scelta che NON è poesia, per carità, ma può essere un approccio poetico al contenuto, una ricerca di piacere individuale e di sincerità. Per certi versi è lo stesso utilizzato da Andromalis e Lucciola nelle loro tavole, folli e dense.

La chiave di Poeta a vent’anni è, infatti, riflettere su quanto leggi in versi, seguendo gli autori anche quando ti costringono a girare il libro di 180°, modificando fisicamente la prospettiva con cui ti accosti al loro lavoro, trovando in questo esercizio una conquista personale di ricerca di sensazione e significato. Questo, mi sembra, è il cuore di questo libro.

Nella biografia di Corazzini troverai scritto ovunque «Poeta crepuscolare». Sicuramente le ombre lo avvolsero in fretta, accompagnando una vita breve e un’anima tormentata. Parafrasando Rilke «Il giovane non è che il decadimento al suo inizio».

Tralascio la bio di Corazzini (1886-1907): puoi facilmente trovarla da altre parti. Però un’indicazione temporale ci vuole. Siamo nella prima decade del ‘900. Belle Epoque o (in America) età dorata un cazzo: fra attentati a re e arciduchi sotto le braci cova il fuoco del casino che scoppierà nella cosiddetta grande guerra. E Corazzini, pur giovanissimo, è il perno attorno a cui ruota la scena della poesia crepuscolare romana. In caffè fumosi dove fermentano ideali e inquietudini del tempo, nasce l’archetipo di un poeta destinato a non essere più un profeta dall’aura sacra, ma un essere umano che mostra senza timore fragilità, debolezza, tormento.

Il libro di Andromalis e Simone (puoi leggere anche la rece di Carlotta qui) dimostra la capacità del fumetto di misurarsi con la poesia. Cosa rara, mi sembra. Così, de botto, mi viene in mente ancora Lucciola, stavolta con Rocco Lombardi, su Dino Campana (di cui invece puoi leggere qui). Eppure il connubio fumetto-poesia mi sembra così naturale… Con quella capacità propria della “nona arte” di dilatare l’immaginario e fonderlo col sentimento più profondo (quello che le parole da sole non possono dire, intendo). Una forma narrativa, il fumetto, adatta proprio a smarrirsi nella poesia (e chissà se Corazzini, in altra epoca, avrebbe voluto fare fumetti…).

Poeta a vent’anni è tante cose (l’ha rilevato Carlotta e concordo). Ci trovi biografia rigorosa e sogno delirante; sentimento e ricostruzione meticolosa; empatia verso il protagonista e fascinazione verso un periodo storico; in generale, una certa dolce malinconia, nei confronti dello strambo circolo di poeti-amici che ruota attorno a Corazzini, cercando la propria «stella danzante», e pure di una Roma tanto diversa dall’attuale, di cui ti sembra di respirare l’odore.

Di Simone ho già detto. Aggiungo che non parla mai a vanvera e questo lo sapevo. Ora posso dire che scrive come parla: mai a vanvera, appunto.

Le tavole di Andromalis sono appariscenti e densissime. Ma sono tutto tranne che confuse. In quella ricchezza, in quell’ansia di inserire più elementi possibili, riesce a darti la sensazione di aver messo ESATTAMENTE quello che serve, aiutandoti a identificare personaggi, restituire simboli, ricostruire le sensazioni di un’epoca inquieta. E in quel “casino” tu, paradossalmente, hai l’impressione di un ordine perfetto. A me personalmente, poi, hanno fatto impazzire gli inquietanti tentacoli vegetali che vanno a chiudere gli spazi residui nella tavola, tra accenti horror e tanti saluti all’idea di fumetto come semplificazione o sintesi o «la tavola deve respirare». Se devo parlarti di uno che soffoca, in più di un senso, perché mai dovrei farlo in una tavola che respira?

Corri dunque a leggere Poeta a vent’anni. Il mio personalissimo “(Quasi) un premio 2025” l’avrei assegnato a questo lavoro, ma casini personali – ti dicevo – mi hanno rallentato e fatto bucare il mese in cui avrei voluto pubblicare questa rece, confusa e smozzicata. Ma c’è davvero poca poesia al mondo. Anche in ritardo, ti consiglio di non perderla, se ne hai l’occasione.

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)