Cara redazione di Quasi, ieri ero a fare serata e ho trovato una chiavetta persa da qualcuno in un centro sociale qui a Roma. Arrivata a casa l’ho aperta e – sorpresa delle sorprese – dentro c’era un archivio immenso di fumetti piratati! Me li sono trasferiti nel computer, ma poi, fatto ancora più strano, c’era questo documento word ad accompagnare i fumetti. Mi sembra una pagina da un memoriale… Visto il titolo mi pareva adatto a questo mese. Provate a dare un’occhiata, penso che possa interessarvi. Forse se lo pubblichiamo troviamo l’autrice? Non so… Che ne dite?

Anche oggi, quando mi sono svegliata, eravamo almeno una decina e la pensavamo tutte diversamente.
Ci domandavamo cosa fare di una situazione non chiara. Succedeva spesso, quando la situazione non era chiara. La situazione sembrava con ogni evidenza una cosa. Poi, improvvisamente, si evolveva in una cosa opposta e noi non capivamo. Ci sfuggiva, non riuscivamo a inquadrarla. Così, restavamo a domandarcelo per molto tempo e impiegavamo in questa attività un cospicuo dispendio di energie: moltiplicavamo e non andavamo d’accordo tra di noi. Eravamo e non riuscivamo a non essere.
Una diceva: questa è la verità.
L’altra rispondeva: come sempre ti sbagli, la verità è quest’altra.
La terza sbraitava: non capite un cazzo! Com’è possibile che non vediate la verità?
La quarta argomentava con saggezza: la verità non esiste, esiste solo il presente delle emozioni.
La quinta inferiva: smettila di riempirti la bocca di paroloni, idiota! Dici cose che non servono a un cazzo.
La sesta piagnucolava: per favore, facciamo la pace. Smettiamola di litigare, non serve a niente.
La settima roboava: ma quale pace, cretina! Non vedi che qui va tutto a rotoli? È colpa tua!
L’ottava canticchiava: Despacito / Quiero respirar tu cuello despacito / Deja que te diga cosas al oído I Para que te acuerdes si no estás conmigo!
E subito la nona: Sube! Sube!
La decima si ricordava di una situazione simile ma in tutt’altro contesto, così iniziava a tracciare confronti e illustrare paragoni.
L’undicesima analizzava la situazione secondo parametri dalla correttezza assolutamente inopinabile, sostanziandola con una solida casistica per corroborare la tesi di fondo.
La dodicesima si rifugiava nella memoria di quella volta che da bambina avevo sentito per la prima volta il suono di una cornamusa e mi si era aperto il cuore.
E così via.
Volevamo esercitare il nostro diritto a essere tutte insieme, allo stesso tempo, e pensarla come la pensavamo, in ogni caso diversamente. E invece ci trovavamo forzate a essere una sola, guardandoci in cagnesco, e malsopportandoci a vicenda, perché non c’era simpatia tra di noi. Più stavamo lì a domandarci cosa fare, come pensarla, più persone diventavamo, fino a raggiungere la quantità di un esercito di me che litigavano tra di noi.

Non era una milizia unita ai fini di un obiettivo comune: era una marmaglia di lanzichenecche agguerrite, scomposte e pugnaci, senza scopo altro se non quello di farsi sentire forte e chiaro, incapaci di mettersi d’accordo su quale pensiero formulare.
Era estenuante. Non sapevamo come fare, perché eravamo tante, ma non c’era spazio per tutte. Bisognava che tornassimo ad essere una persona sola. Non si poteva essere così tante. Non era previsto: non funzionava così.
Avevo paura quando diventavo tante: volevo restare una. Guardavo le persone che erano una singola persona che pensava una singola idea per volta: dovevano provare sollievo e soddisfazione nel proprio agire una singola personalità. Io invece ero attraversata da momenti di pluralità, abitata da soggettività molteplici. Questa caratteristica ci faceva sentire sbagliate.
Passava il tempo e continuavamo a essere così: a un certo punto nella mia vita succedeva qualcosa che mi moltiplicava come i pani e i pesci, ma non lo avevo chiesto io questo miracolo, dioporco.
Nessuno lo capiva, così appena potevo prendevo tutte le singole me e le mettevo una per una in una botola e mostravo a chi mi stava intorno una singola persona per più tempo che potevo, e finché reggeva ci credevo pure io: per quante potessimo essere, eravamo comunque persone oneste, provavamo dei sentimenti anche noi, volevamo sentirci desiderate e desiderabili. Però, immancabilmente, qualcosa andava storto e tutte le me iniziavano a protestare: “abbiamo fame! abbiamo sete! abbiamo il diritto di divertirci! vogliamo affetto! vogliamo essere amate! sfamaci! coccolaci! amaci! vogliamo essere!”
Quand’era così, io iniziavo a preoccuparmi e a vivere nell’angoscia che le me sarebbero uscite fuori, le avevo viste in azione diverse volte. Iniziavano a prendere a pugni la botola, io cercavo di ignorarle, finché non la sfondavano completamente, e io non ci potevo fare niente, se non lasciarle prendere il sopravvento e immiarsi (ullallà, un dantismo!). Una volta sfondato, prendevano possesso dello spazio e facevano di tutto – strillavano, cantavano, sbattevano i piedi, prendevano a testate il muro, si davano i pugni in testa reciprocamente, staccavano uno per uno i pezzi di tutto quello che trovavano e li sbranavano finché non avevano divorato ogni briciola, ma soprattutto litigavano tra di loro senza sosta – insomma, era proprio un brutto spettacolo.
All’inizio, quando succedeva, mi paralizzavo.
La prima volta mi era successo che ero piccina, quando mia mamma aveva minacciato per l’ennesima volta di suicidarsi. Ero diventata due persone: una diceva “oh no, no, no, mamma, mammina mia! che fai, no! ti prego!”. L’altra diceva “sì, sì, buttati! buttati, brutta stronza! e falla finita una volta per tutte, liberami da questo supplizio”. Poi eravamo diventate tre, e la terza diceva: “vedi? tua mamma sta male ed è colpa tua!”. Mi bloccavo in mezzo a queste persone, non sapendo quale ascoltare.
Poi la mamma aveva smesso di minacciare di suicidarsi, e si era limitata a darmi dell’incapace ogni volta che poteva, coi gesti e con le parole, finché, di base, ebbene sì, non ero diventata una perfetta incapace. Poi, qualcosa in me si era ribellato, avevo smesso di essere un’incapace ed ero diventata una vagamente capace di fare qualcosa, o almeno di pararsi il culo, quando vedeva che le cose non andavano nel verso giusto.
Questa era la cosa più importante per tutte noi: che io, all’occorrenza, fossi in grado di pararmi il culo, in un modo o nell’altro, altrimenti loro, le altre me, non sarebbero andate avanti a essere, e loro invece volevano essere, volevano che io fossi, perché così sarebbero potute andare avanti a intossicarmi la vita – maledette bastarde me – che era l’unica cosa che volevano fare.
Avevo provato a tenerle buone: avevo cercato di dare loro quello di cui avevano bisogno. Non perché le amassi, ma perché non sapevo come altro fare. Avevo iniziato, piano piano, a portale un po’ fuori, una per una, mano nella mano, a fargli prendere un po’ d’aria, a fargli vedere i fiori e le stelle, gli animali, le pietre. Ogni tanto le portavo al cinema, gli preparavo qualcosa di buono da mangiare, le facevo parlare con qualcuno. Non doveva essere facile stare chiuse nella botola tutto il tempo, poverine: mancava l’aria, era buio, le pareti marcivano e io spesso non avevo soldi per ristrutturare.
Però non era abbastanza per tenerle buone.
Non che volessero farmi del male, le me, anzi, per loro era importante che io stessi in vita, perché gli servivo, non potevano fare a meno di me, anche se erano a scapito di me. Se ero io dovevano essere anche loro in qualche modo, per quanto io mi opponessi a queste indesiderate presenze di me dappertutto.

Sapevo di averle, le me, da tanto tempo, ero nata tante e tante sarei rimasta: ma non le accettavo, cercavo di comportarmi come se niente fosse. Non guardavo mai per troppo tempo nessuno negli occhi, per paura che intuissero l’esistenza di tutte quelle me. Una volta mio zio aveva notato qualcosa di strano e lo aveva detto a mia zia – io ero nell’altra stanza a disegnare, ma avevo sentito: “la Valeria non guarda mai nessuno negli occhi, come se avesse paura, sembra sempre che abbia qualcosa da nascondere”.
Beh, ce l’avevo qualcosa da nascondere, eccome se ce l’avevo. Così mi ero abituata a guardare per terra e a tenere gli occhi bassi. Avevo assunto una postura un po’ curva. Mi ero abituata a fingere: fingere che non ci fossero tante me, soffocarle. Volete una prova? Beh, cercatemi su Internet (sono diventata moderatamente famosa, nel mio). Non c’è una foto che mi ritragga in cui sembro la stessa persona, perché ogni scatto cattura una me diversa, e chissà quante altre ce ne sono state, che nessuno ha mai visto. Nessuno tranne me, purtroppo. I maschi mi dicono che ho dei begli occhi e cercano di guardarli: quando gli permetto di vederli, poi non se li dimenticano facilmente. Perché gli fanno paura. E fanno bene ad averne. Incauti, guardate negli occhi di qualcosa di più semplice e lasciateci in pace. Ve lo dico io che non è il caso, metteteli da un’altra parte, i vostri sguardi, non so, in mezzo alle tette o sul sedere di qualcuna. Oppure negli occhi di una che è, a tutti gli effetti, una, e non nei miei, che non ce la farò mai ad essere come voi vorreste che io sia, cioè singolare.
In uno di questi lunghi momenti di paralisi, però, a un certo punto, misteriosamente, qualcosa era scattato in me. Ero diventata consapevole del fatto che la paralisi non portava a niente e che, anzi, avrei dovuto iniziare ad agire: dovevo – non dico volergli bene – ma quanto meno dare un senso a queste me, in qualche modo. Non potevo andare avanti a cercare di soffocarle per tutta la vita, semplicemente perché non c’era questa possibilità: anche quando parlavo con gli amici, o mi drogavo, o mettevo la testa da un’altra parte, leggendo e studiando, poi andava a finire che c’erano lo stesso e io le percepivo urgere dalla botola.
Soprattutto, mi ero accorta che le me venivano sollecitate quando leggevo e studiavo. Un po’ perché così si distraevano dal fare baccano, una voce diversa dalle loro – e migliore – finiva sempre per incantarle, almeno per un po’. Infatti mi rimanevano impresse più di tutto, negli studi e nelle letture, quelle cose che mi portavano a riflettere sull’idea di moltitudine, di moltiplicazione di prospettive, di sproporzioni, di divergenze, di giustapposizioni, di annessioni, di inclusioni, di simultaneità, di compresenze. A furia di leggere queste cose, ero diventata esperta, tanto che qualcuno lo aveva notato e aveva detto: tu devi fare questo nella vita. Una mia professoressa mi aveva detto: “è interessante come funziona il tuo cervello, ammette tutto, si dirama”. Mi ero sentita una cavia da laboratorio ed ero scappata, cavandomela con un 29. 29, sì, come l’ammontare di persone che ero in quel momento.
Comunque, gli studi mi avevano fatto capire qualcosa: avrei passato la mia vita immersa in cose di questo tipo.
Non era la soluzione, ma era una pista. E con pista non intendo quelle che mi facevo per schiarirmi le idee, all’occorrenza. Che servivano solo per il momento che duravano, recando un’illusione che però, perlomeno, mi permetteva di tirare (ahahahaaaa, tirare) avanti fino a fine serata, così i miei amici erano contenti (continuiamo a non capire com’è che qualcuno possa essere contento che ci siamo, ma tant’è).
Avevo sempre avuto una buona mano. Una mano agile, che si muoveva con facilità quando impugnava una matita. Rendevo i volumi senza fatica, sapevo piegarli a favore dei concetti e dell’espressività. Avevo sempre avuto spirito di osservazione delle forme, dei movimenti, delle espressioni.
In più, mi piacevano i pattern, perché, abituata a guardare per terra, dove si ripetono schemi di mattonelle, sampietrini, lastre, lastroni, le texture mi risultavano familiari. Mi facevano sentire a casa. Le griglie mi mettevano a mio agio, era quello che avevo visto più spesso, crescendo: pattern su pattern di pavimentazioni mi avevano indotta a convincermi che le cose davano il meglio di sé quando intorno a loro c’era una cornice. Per questo mi piacevano i quadri, gli schermi, le pagine, i colonnati, le volte, gli archi, gli scorci visti dai telescopi. Anche le finestre.
Non tanto per il contenuto – che comunque buttalo via – ma perché c’era una forma a contenere le cose. Le cornici mettevano in ordine le cose e quando erano tante nella stessa pagina diventavano delle griglie. Le griglie, più tutto, mi mettevano a mio agio: stavano lì le cose, non c’era pericolo che uscissero. Io e le altre me le trovavamo confortevoli le cose fatte così, ci riposava guardarle e per un po’ eravamo placate. Qualcuno, dio lo benedica, mi disse che si chiamavano fumetti. Così, iniziai a guardarli spesso, ne guardai tantissimi, più che potevo: griglie con dentro sempre lo stesso personaggio, ma ogni volta diverso. Riusciva, miracolosamente, a essere tanti e uno. Era lo stesso, ma c’era sempre un dettaglio diverso, quando veniva ripetuto nelle sequenze di vignette. Uno sguardo, una posa, un’espressione, una caratteristica, un segno, fosse anche per sbaglio.
Era tanti, ma, al contempo, era comunque lui, il personaggio. Come me.

Così, iniziai a pensare che dovevo farne una anch’io di cose fatte così. Non fu facile. Iniziai con una vignetta, poi ne aggiunsi un’altra vicino, poi un’altra ancora, e così via. Più ne mettevo, più me ne venivano in mente. Appresi che tante vignette insieme facevano una tavola, e che tante tavole insieme facevano un fumetto e che qualcuno per qualche motivo poteva volerlo leggere.
Quando qualcuno lesse il mio primo fumetto, per la prima volta, e lo trovò bello, tutte le me c’erano, ma erano felici. Finalmente andavamo d’accordo. Così ne feci un altro e un altro ancora. Le persone li leggevano e continuavano a trovarli belli. C’era una critica di fumetti in particolare, che si chiamava Carlotta Vacchelli: una cattivissima, un osso duro, tutti la temevano perché era molto bella e intelligente e poteva permettersi di fare la stronza. Volevo che mi notasse, perché stimavo la sua opinione. La si vedeva sempre alle presentazioni di fumetti, stava lì, algida e altera, che tirava una raglia di cocaina via l’altra, circondata da orde di fumettisti a cercare di compiacerla, mostrandole le loro ultime tavole. E lei tuonava “via! via! andatevene via con i vostri sporchi scarabocchi! siete delle merdacce!”. E giù scariche di bestemmie.
I miei disegni, invece, le piacquero. Diventammo grandi amiche.
Poi, un giorno, Carlotta Vacchelli mi disse che provava qualcosa di più. Ma noi non eravamo in grado di amare, eravamo fin troppo impegnate con tutte quelle noi e quei fumetti in cui metterle. Quindi ce la demmo a gambe, ben prima che qualcosa potesse iniziare per davvero. Ne avevamo già abbastanza dei nostri casini, per farci carico anche di lei, che mi chiedeva di amarla. La lasciammo in un ristorante cinese, spezzandole il cuore. È passato molto tempo da allora, ma ce lo ricordiamo come se fosse ieri: lei attonita con lo spaghetto di soia penzolante dalla bacchetta e noi che usciamo sbattendo la porta (volevamo anche avere ragione!).
Passavano gli anni. Diventammo quello che le persone chiamano una fumettista. Finché eravamo una fumettista, eravamo una cosa e non tante. O meglio, continuavamo a essere tante, ma potevamo esserle con un obiettivo chiaro: fare i fumetti.
Anche oggi, quando mi sono svegliata, eravamo almeno una decina e la pensavamo tutte diversamente.
Ma, a differenza di com’era stato in passato, questa volta sapevamo che cosa fare.
