Mortimer: Benvenuto in paradiso

Paolo Interdonato | Disegnetti per perditempo |

(Secondo articolo, in una serie di cinque che rileggono “Mortimer” di Giorgio Pedrazzi e Victor De La fuente. Il primo è QUI.)


Sono almeno sette gli uomini armati di pistole e fucili che aspettano che la figura in ombra spinga le porte di legno del saloon. Uno strillo in copertina ci chiede: «Quale sconvolgente verità ha spinto la città che ha salvato ad aver paura di Jonah Hex?»

Il nome di Jonah Hex e il suo volto in ombra compaiono per la prima volta sulla copertina del decimo numero di “All Star Western”, edito da National Periodical Publications (che qualche anno dopo diventerà DC Comics) con data di copertina febbraio-marzo 1972. L’albo antologico si apre con la prima avventura del personaggio, “Welcome To Paradise”, scritta da John Albano e disegnata da Tony DeZuniga.

DeZuniga, nato a Manila, è stato il primo grande autore filippino a esordire, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, nel mercato del fumetto statunitense. Pochi anni dopo, sarà proprio lui a condurre – insieme a Joe Orlando e Carmine Infantino – la ricerca di nuovi autori che porterà a quel fenomeno divenuto noto come “l’invasione dei disegnatori filippini”: Alfredo Alcala, Dell Barras, Edgar Bercassio, Danny Bulanadi, Fred Carrillo, Vicatan, Ernie Chan, Steve Gan, Ernesto F. Infante, Rudy Nebres, Alex Niño, Nestor Redondo, Frank Reyes, Romeo Tanghal, Sonny Trinidad, Noly Zamora e decine di altri. Enumero tutti questi disegnatori solo perché ho tra le mani un vecchio numero di “Comic Book Artist” dedicato a questi fumettisti e la bellezza delle loro pagine, oggi, mi fa bene. E, mentre li cito, torna a essere evidente che c’è stato un momento in cui i disegnetti per perditempo (quelli cui dedico questa rubrica di (Quasi)) erano un mestiere serio: un’attività svolta da artigiani spesso bravissimi che mostravano un grandissimo rispetto per quelle pagine effimere destinate a rimanere nei chioschi qualche settimana e poi sparire nelle case e nelle collezioni dei lettori. Viviamo anni in cui chiunque pare autorizzato a disegnare le centinaia di pagine di graphic novel che condurranno a sicura immortalità il suo autore. Quella roba mi pare, nella quasi totalità dei casi, irrilevante. Per non sentirmi un imbecille, incapace di cogliere il senso della contemporaneità, sento il bisogno di guardare disegni effimeri ma rispettosi. Nessuno di questi fumettisti anelava all’eternità: eppure, ancora oggi, mi fanno stare bene.

Jonah Hex, nei disegni di DeZuniga, è un personaggio indimenticabile. Un cacciatore di taglie meno feroce di quanto appaia. Indossa una casacca militare e ha il volto sempre in ombra: nella sola occasione in cui è illuminato, scopriamo che metà del suo viso è deturpato dal fuoco.

Non sono riuscito a capire se la casa editrice Williams, che nella prima metà degli anni Settanta deteneva i diritti di pubblicazione dei personaggi DC in Italia, abbia pubblicato da qualche parte i primi episodi del personaggio. La prima apparizione italiana di Jonah Hex di cui ho notizia è su un numero di “Mago West”, supplemento della rivista Mondadori “il Mago”, datato 1977.

Quando, nel maggio 1973, Mortimer compare in scena, nel primo numero della testata a lui dedicata, è sulle tracce di un criminale che si chiama, appunto, Jonah Hex. L’omaggio è così smaccato da farmi pensare che Giorgio Pedrazzi, sceneggiatore del fumetto, abbia amato quel fumetto statunitense al suo apparire. Sono convinto – senza avere alcuna prova – che lo abbia letto nei comic book (prima “All Star Western” e poi “Weird Western Tales”) comprati nelle edicole italiane che vendevano pubblicazioni di importazione. Magari in stazione, mentre si spostava tra Roma e Milano. Il fatto che il criminale non somigli in alcun modo, nei disegni di Victor De La Fuente, al personaggio di cui porta il nome mi fa pensare a un omaggio sincero dello sceneggiatore che non aveva bisogno di essere dichiarato né all’editore né al disegnatore.

Il primo numero di “Mortimer”, “Il cacciatore di taglie”, presenta davvero «un western erotico alimentare». Un fumetto in caduta libera, di quelli narrati per essere consumati in fretta e senza troppe pretese, in cui un personaggio ambiguo, ma non cattivissimo, si sposta tra le pagine, per guadagnare denaro con il suo mestiere di bounty killer. Nonostante la sua professione e il fatto che abiti un albo tascabile erotico, Mortimer, nella costruzione di Pedrazzi e De La Fuente, mostra etica del lavoro e dell’amore inflessibili. Quando uccide un criminale sulla cui testa pende una taglia, disseminando numerose scorrettezze durante la caccia, restituisce l’intero bottino con cui il ladro stava fuggendo, per farsi consegnare solo quanto gli spetta per il suo lavoro. Quando fa l’amore con la sorella della donna che ha amato, garantisce una dolcezza distaccatissima ed effimera come i disegni di un albo di fumetto popolare.

L’epopea western è narrazione disambientata. Tony DeZuniga, filippino formatosi a New York, e Victor De La Fuente, spagnolo vissuto a lungo in Cile, raccontano le avventure della frontiera americana con uno sguardo alieno. Entrambi sembrano rifiutare i riferimenti iconici più scontati. DeZuniga è molto distante tanto dall’iconografia delle copertine della narrativa pulp quanto dai riferimenti visuali del cinema. Sembra invece influenzato dai fumettisti di scuola argentina, da José Luis Salinas ad Arturo Del Castillo, e da quelli statunitensi, da Joe Kubert a John Severin. Victor De La Fuente, pur muovendosi con consapevolezza nel mercato italiano, è lontanissimo dalle costruzioni western di Galep su “Tex” e guarda, con ogni evidenza, alla serialità francese di Jijé e Jean Giraud.

Mentre DeZuniga riserva alle pagine di Jonah Hex un’attenzione speciale, che diventa evidente nelle costruzioni prospettiche, De La Fuente tira via. E così facendo, mostra tutto il suo mestiere: col suo segno carico e spigoloso, restituisce anatomie precise in scontri a fuoco, partite a carte, inseguimenti e notti di sesso e passione. Eppure, la velocità nella realizzazione, la povertà degli sfondi, l’assenza di particolari non svuotano di senso quelle pagine.

Nel 1982, Carlos Giménez inizia a lavorare a uno dei tanti tasselli della sua autobiografia generazionale. Sulle pagine della rivista “Rambla”, pubblica gli episodi di Los Profesionales, una serie che racconta la vita in un’agenzia di fumettisti nella Barcellona franchista degli anni Sessanta. L’agenzia si chiama “Creaciones Ilustradas” ed è amministrata da Filstrup, ma è uno scopertissimo gioco di finzione: è chiaro a tutti che sta parlando di “Selecciones Ilustradas” e di Josep Toutain. Quell’agenzia ha lavorato incessantemente per il mercato inglese e per quello statunitense e ha dato lavoro, negli anni difficili della censura franchista, a un paio di generazioni di grandi fumettisti spagnoli. Nelle pagine di Los Profesionales, tutti quei disegnatori sono riconoscibili: Carlos Giménez racconta le notti di intenso lavoro negli studi dell’agenzia e inserisce gag sugli autori più veloci che scandiscono il tempo annunciando la conclusione dell’ennesima tavola mentre i più lenti stanno ancora squadrando il primo foglio.

Le pagine del primo “Mortimer” mi mettono di buon umore: immagino Victor De La Fuente, che ha lavorato a lungo presso “Selecciones Ilustradas”, dare ritmo alla notte gridando «Paginaaaaaa!» e sfoglio l’albo a una velocità di poco superiore a quella con cui il disegnatore l’ha realizzato.

Eppure, nonostante il ritmo serrato con cui De La Fuente lavorava, questo fumetto, estremamente rispettoso dei vincoli del genere e della committenza, mantiene tenuta salda e leggibilità gioiosa. Un albo, inserito nel calendario serrato delle uscite mensili di un editore di pubblicazioni erotiche alimentari, che non cercava alcun reale motivo per differenziarsi dalle altre pubblicazioni. Pedrazzi e De La Fuente erano due professionisti che facevano il loro mestiere e non volevano segnare il destino del fumetto in alcun modo.

Infatti, in un mercato in cui si dedica ampio spazio alla riscoperta di serie minori, prive di qualsiasi valore (compreso quello sociologico), “Mortimer” non è mai stato ristampato.

(continua)

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