Non vado ad Angoulême. Neanche a Lucca. Neppure a PLPL…

Francesco Barilli | Il tradrittore |

(ovvero: come, con una patetica scusa, ti parlo dello stato dell’editoria in Italia)

Rispolveriamo i vecchi tempi del Tradrittore come «Colui che traducendo tradisce un po’ le intenzioni dell’autore, ma rimette dritto il senso del testo». Partiamo dunque da Barry Windsor-Smith che HA DETTO:

«Amo i fumetti come forma d’arte, ma come industria mi riempie di disgusto».

L’ha detto sul serio, formulando la frase in generale e non in riferimento alla sola tribolata pubblicazione dei suoi Young Gods, che pure l’ha generata. Insomma, seppure nato da uno scazzo specifico, BWS il suo sfogo l’ha formulato verso “il sistema” in generale. Dedicherò il resto dell’articolo NON a spiegarti il consueto VOLEVA DIRE, ma a dirti perché tutto sommato aveva ragione.

La prendo alla larga

Lucca e Angoulême se la giocano come “festival del fumetto più importante in Europa”. E di certo entrano nella rosa dei più importanti al mondo, giusto per darti un’idea di cosa stiamo parlando. Quindi è inutile dilungarsi su quanto sia dirompente la notizia della cancellazione della manifestazione francese, a seguito di storiacce brutte che potrai approfondire da altre parti. Hic et nunc ti basti partire da questo assunto: all’interno del micro ecosistema che è il fumetto (seppure convinto di essere qualcosa di diverso e più grande) si tratta di un grosso casino.

[Comunque i cugini d’Oltralpe sembrano avere una buona reattività alle catastrofi e si sono mossi per una manifestazione diversa. Una rete di dodici città per celebrare i fumetti, nello stesso weekend che doveva essere di Angoulême.]

Ad Angoulême non sono mai stato. A Lucca sì, parecchie volte, da appassionato e poi da autore. Ne ho tanti bei ricordi, ma qui non troverai uno di questi.

L’ultima mia Lucca è legata a casini tristi che, al momento in cui sono andato, speravo di lasciare a casa. Invece non si sono limitati ad attendere il mio ritorno, mi hanno accompagnato nella città, dentro le antiche mura. Beh, in generale la “gita” non era nata sotto una buona stella, avrei dovuto capirlo fin da quando avevo cercato “chi c’è e chi non c’è”. Matteo già da tempo era scivolato fuori dall’ambiente. Manuel e Simone non potevano esserci. Claudio c’era, ma non nell’unico giorno in cui sarei stato presente io. Insomma, dopo un’oretta abbondante di visita, qualche saluto affettuoso e lo zainetto già pesante per i soliti acquisti, mi ha folgorato un’epifania: «Checcazzo ci faccio qui?».

L’anno successivo, per inaspettata efficienza burocratica, già da un mese avevo il pass autore. Avevo pure comprato il biglietto per mia moglie. Piano perfetto: un giro al Comics & Games, poi a sera via verso sud, un alberghetto o un B&B l’avremmo trovato, magari sul mare. Avevo pure scaricato la mappa con gli stand. Il giorno prima la guardo (ehm, la moglie, non la mappa…) e le dico: «E se ci facciamo un giro in giornata da qualche parte? Sbattiamocene del tuo biglietto, non andiamo in rovina, dai!».

Detto fatto, siamo andati qui. Era una giornata splendida, davvero calda per la stagione. Abbiamo mangiato torta fritta e salumi all’aperto, figurati.

Tutto questo, avrai capito, è parte del mio disagio verso il mondo del fumetto. Inteso come industria e senza che questo, NON per diplomazia, mi faccia sbottare come BWS, non sono così drastico. In effetti con te sono stato scortese e scorretto. Ho detto «avrai capito», ma t’ho spiegato pochino… Questa mia sensazione («Checcazzo ci faccio qui?»), questo sentirmi triste come un cotechino senza purè sono cose con cui non dovrei romperti le balle, ma indagare in altri modi.

Le mie turbe mentali ti interessano il giusto, meno 12 in una scala da 1 a 10. Il punto a cui volevo portarti è un altro. Il mondo del fumetto mi ha regalato amicizie preziose, ma come industria (tieni sempre a mente il distinguo di BWS) mi appare inquinato da difetti e meschinità e ipocrisia. Va bene, poi magari ci torno. Però l’industria narrativa in generale come la vedo? Provo a dirtelo…

La polemica su PLPL

Alle mie divagazioni sei abituato. Però questa è necessaria. “Più Libri Più Liberi” è un’importante fiera dell’editoria. Si tiene a Roma e quest’anno è stata segnata da una grossa polemica. La partecipazione di una casa editrice che pubblica contenuti sfacciatamente nazi-fascisti ha portato a una campagna di boicottaggio. Zerocalcare ha cancellato la sua presenza. È stato seguito da altri, ma va sottolineato che ancora una volta proprio lui, un fumettista, è stato il primo a muoversi. Pure a me, come a Paolo, è venuto in mente De Andrè: Michele ha ragione, di respirare la stessa aria d’un fascista non gli va.

Tutte cose che già sai. Una che forse non sai, sicuramente meno importante ma comunque curiosa e da non trascurare, è questa. Sotto i post di amici che criticano la presenza di quella casa editrice (nemmeno voglio nominarla) è apparsa un’orda di troll cerebrolesi. Volevo farti qualche screenshot, ma ho dato di stomaco. Si va da cose tipo «Ma allora Stalin e le BR?» a «Zerocalcare si è voluto fare pubblicità» fino all’ormai classico (e sdoganato ai piani alti) «Siete solo zecche comuniste che vedono il fascismo ovunque!».

Chiusa l’escursione fognaria, torno al succo del discorso.

Zerocalcare è stato lucido e coerente con le sue idee e con i comportamenti tenuti in passato. Non è la prima volta che fa scelte del genere, finendo sempre sotto gli strali di troll fascisti (e, diciamolo, di benpensanti alla Merlo – stavolta è stato il turno di Saviano). Niente da dire sulla sua scelta. Sottolineerei però un aspetto che a me (ripeto: A ME… magari sbaglio) sembra l’elefante nella stanza. L’autore X o Y boicotta la fiera «Perché ci sono i fascisti». Benissimo, però… le case editrici con la stessa ispirazione antifascista mugugnano, dicono «Bravo Zerocalcare!», ma a quella stessa fiera ci vanno!

Ora, sia chiaro, le case editrici le capisco, eccome! Senza ipocrisia: alcune sono quelle per cui pubblico, le stimo e sono fiero di lavorare con loro. E quando dico «le capisco» sono sincero, nessun sorrisetto paternalista sul mio volto. Andare alle fiere è ormai questione di sopravvivenza. Il dio mercato comanda e se non si va a PLPL (o Torino o Mantova, per dire) si può anche chiudere baracca. Gli editori, insomma, NON possono fare diversamente e chi dice il contrario vive fuori dalla realtà. Peraltro proteste collettive ci sono state: gli stand coperti, Bella Ciao eccetera. Segnali forti e apprezzabili. Non mi ci soffermo solo perché non è il punto dell’articolo.

Gli editori, dicevo, sono pressoché obbligati ad andare alle fiere. Ok, però si abbia allora l’onestà di dire che da questa situazione non se ne esce e non se ne può uscire. Zerocalcare, infatti, si augurava l’apertura di un dibattito ampio sugli anticorpi da sviluppare nel mondo della cultura, verso fascismo, razzismo ecc. Insomma, cominciare a discutere sul serio di quello che ci circonda, non solo alle fiere, è la parte più importante del ragionamento, ma è pure la meno affrontata. Continuare a evitarla farà sì che le posizioni degli artisti che boicottano la fiera X saranno utili ad altri solo per sistemarsi la coscienza mentre, alla stessa fiera, si condividono gli spazi proprio coi fascisti, che PER ANNI si è fatto finta di non vedere mentre crescevano… A quel punto, temo che per l’anno prossimo Zerocalcare possa preparare un post/tipo con cui annuncia i propri forfait: gli basterà fare copia-incolla e cambiare il nome dell’evento, tanto nulla sarà cambiato…

Sono il solito perdigiorno! Ti avevo promesso una risposta alla domanda «L’industria narrativa in generale come la vedo?», anche in paragone con la costola fumettistica. Il casino nato attorno a PLPL e l’invito a riflettere più ampiamente sullo stato dell’editoria sono il gancio a cui mi aggrappo, per dirti la mia sulla questione.

Atene piange, Sparte non ride

Ho cominciato a scrivere (leggi: scrivere roba che in qualche modo viene pubblicata e qualcuno legge) anni e non ere geologiche fa. Tempi in cui ci si lamentava già, si parlava di colossi editoriali che lasciavano le briciole ai piccoli, si diceva «Non legge più nessuno» e nei discorsi spuntava la «Soglia delle mille copie» con un sorriso amaro. Per dire cioè «Che tempi, se vendi mille copie puoi già essere contento!». Il fenomeno APS (pubblicazione A Proprie Spese) c’era, ma l’autopubblicazione un po’ meno, il fenomeno Amazon sarebbe arrivato più avanti.

Oggi la soglia delle mille copie non ti rende contento. Ti fa questo effetto…

Sia chiaro, sto cercando di darti un’idea, non fermarti ai numeri. Per evitare di metterti in tentazione non ne darò altri, ma solo un monito: troverai millemila analisi più interessanti e complete della foresta editoriale. Una foresta che a me ricorda un po’ la metafora usata dall’imperatore Adriano, nella magnifica interpretazione di Marguerite Yourcenar, per la procedura di legge e la burocrazia. A braccio, una boscaglia ove prospera il furfante e l’innocente non osa avventurarsi.

Dunque ti lascio solo alcuni punti fermi per un’analisi che, se vorrai, potrai approfondire altrove.

Se senti dire che per scrivere si deve avere dentro il sacro fuoco sei autorizzato a sorridere, però non sghignazzare sguaiato. L’affermazione, spogliata di eccessi retorici, ha un suo fondamento. Ossia: devi averci proprio ‘na gran voglia di scrivere se decidi di farlo. Perché se pensi di poterci vivere sei un illuso. Fatta la tara dei “grandi nomi”, per mangiare e pagare bollette/mutuo/affitto scrivere è spesso, se non un hobby, un’attività secondaria a un’altra meglio pagata.

Riguardo l’attività di editore (quello che i libri li pubblica)… Vale lo stesso discorso! Al di là di alcuni giochetti tecnico/contabili per tirare avanti (cercare di incassare presto e pagare il più tardi possibile; aumentare il numero delle uscite, così hai sempre titoli nuovi che il distributore ti paga – vendono quel che vendono ma intanto fai liquidità e ai resi penserai poi)… Al di là di questi giochetti, dicevo, molti editori affiancano a quella naturale altre attività per sbarcare il lunario, oppure cercano di privilegiare sistemi di vendita alternativi (ossia: pressoché solo in fiere oppure on line). Oh, sia chiaro: rinnovo l’invito ad approfondire altrove. In questa sede ti basti sapere che, in diversa forma e misura, questi espedienti OGGI sono usati dalla piccola come dalla grande editoria. E che, come l’autore, pure l’editore (specie piccolo) deve avere proprio ‘na gran voglia di farlo, ‘sto mestiere. Va riconosciuto.

Poi c’è il problema di cui spesso si parla. Si pubblicano troppi libri. Significa che nessuno può fare cernita fra ciofeche e roba notevole; nessuno può promuoverli come si deve; le uscite si cannibalizzano fra loro, rendendo la vita media di un libro un battito d’ali di una farfalla; e potrei proseguire… Di questo si parla, dicevo, senza però trarre tutte le conseguenze e, soprattutto, senza accorgersi di un altro elefante nella stanza. Si pubblica tanto perché così facendo (leggi attentamente il punto precedente) il sistema fa acqua ma sta in piedi economicamente. Metti in cassa, svuota la cassa, metti in cassa (metti la cera, togli la cera)… È una bolla che si gonfia e si sgonfia, ma per ora non fa PUM, al massimo senti un inquietante pffffffttt in sottofondo. Fino a quando durerà? Non lo so…

È curioso notare che nella complessa filiera dell’editoria il soggetto che sicuramente guadagna di più, allo stato delle cose, è Amazon. Che non scrive e non pubblica (vabbè, da un po’ pubblica pure, ma questo è – almeno per ora – secondario nella sua quota-guadagni) ma fa girare i libri coi corrieri. E d’altro canto, sì, Amazon è Il Male per molti aspetti, ma per la piccola editoria (a cui la dimensione delle grandi librerie è inaccessibile o insostenibile) Amazon è una risorsa. È il capitalismo, bellezza: Amazon non produce libri, non ha “il sacro fuoco” dell’autore o dell’editore. Muove pacchi. E guadagna.

Nel campo della musica, con tutte le ovvie differenze, sono stati affrontati problemi analoghi o simili. La digitalizzazione del prodotto e la disintermediazione autore/fruitore è, in sostanza, la soluzione a cui si è arrivati. Ma non è rose e fiori, eh… La musica viaggia in rete, ma chi la crea si deve sbattere non poco per ricavarci qualcosa… Ma qui allargherei troppo il discorso, peraltro addentrandomi in un campo a me meno noto, per cui chiudo l’inciso. Rifletti solo sul fatto che il mercato dell’intrattenimento culturale, concedimi la generalizzazione, passa anche da questa similitudine. Pure nel campo musicale chi fa girare i pacchi (o i files dello streaming) non partecipa al processo creativo, ma ci guadagna.

Sì, ripeto, ci sono i grandi nomi, le eccezioni blabla. Eccezioni, appunto, non modificano il quadro. E il crowdfunding lo lasciamo stare sennò facciamo notte e poi mattina.

Dunque l’editoria nazionale, fumettistica e narrativa in generale, come la vedo? La risposta amara la puoi trovare nel titoletto della sezione e nell’elenco qui sopra, ai cui punti potrei aggiungere altro che, in un tardivo rigurgito di pietà nei tuoi confronti, ti evito.

Scrivere, fumetti o altro, o “fare cultura” se preferisci, produce qualcosa e crea dibattito all’interno di una cerchia ristretta, ma poco o nulla all’esterno di questa. Non è più, o non come un tempo, motore di cambiamento sociale. E, guarda, l’amara constatazione niente ha da spartire con la nostalgia per inesistenti bei tempi passati. Il rimpianto verso un’era in cui tutti vivevano immersi nella lettura di Dostoevskij lo sento da quando ero bambino, ma quell’era non è mai esistita. Già in altri articoli ti dissi «Al tempo frega niente di noi». Non essere stupito come qualcuno di cui non senti nostalgia…

Siamo SEMPRE stati minoritari, oggi ci avviciniamo all’irrilevanza, stacce. Senza che questo significhi che ciò che facciamo, scrivere e pubblicare, sia inutile. L’irrilevanza odierna non è detto resti tale nel futuro, e la consapevole inutilità di un gesto non rende inutile, per te che lo compi, il gesto stesso, se ci credi davvero. Se hai quel fuoco dentro di cui ho parlato, vai avanti a fare lo scrittore o l’editore e fregatene di tutto il contorno.

Ora però provo a dare una forma circolare al mio articolo, concludendolo tornando al fumetto.

Ma chi diavolo è Tetsuo Hara?!

Poco prima dell’ultima Lucca sono nate accese polemiche in merito ai costi che alcuni fan erano disposti ad accollarsi per incontrare Tetsuo Hara, autore di Ken il Guerriero. A giochi fatti sembra che una decina di appassionati abbiano messo mano al portafogli, con un esborso totale attorno ai 50.000 euro, di cui una buona parte, non so quanta, finita nelle tasche dell’autore. A dire il vero i soldoni NON giravano attorno agli incontri, ma all’acquisto di stampe a tiratura limitata firmate da Hara, e l’operazione “incontro il VIP a pagamento” è utilizzata pure da altri (artisti, cantanti, attori e così via) che vendono la propria presenza (sia essa disegno, foto, stampa, autografi) al fan spendaccione. Non essere come il Candido di Voltaire, non pensare di vivere nel migliore dei mondi possibili, il Meet&Greet è assai in uso fuori dai nostri confini. «Avere un ricordo del mio idolo non ha prezzo!», si dice. Beh, in realtà è un menù a prezzo variabile.

Il mio punto di vista sulla faccenda è assai particolare. Innanzitutto, non ridere, quando ho letto le prime polemiche attorno all’affaire sono stato colto da un istintivo «Ma chiccazzo è Hara?!», che potrebbe sorprenderti o indignarti o, ancora, sembrarti un vezzo spocchioso da radical chic. La realtà è più semplice. Ken il Guerriero non me lo sono mai filato. Dell’anime avrò visto qualche brandello e mi schifava; al fumetto non mi sono mai avvicinato. Peraltro fino a pochi anni fa di manga avevo letto niente. Poi, sai com’è, «Maledetti fumetti!» (efficace formula by Claudio Calia) e a qualche nuvoletta del Sol Levante mi sono avvicinato per i consigli di qualche amico, spesso proprio di Claudio. Tutto Taniguchi, Lone Wolf and Cub, qualcosa di Kamimura, Ikegami, più recentemente Shun Umezawa, cose così.

Fai la sommatoria degli antefatti e capirai che della querelle sui costi di Hara m’importava poco. Però nel mio ultimo articolo mi lamentavo della poca poesia che c’è al mondo… Ecco, se leggi velocemente quel pezzo puoi capire che, specularmente, l’operazione da migliaia di euro condotta attorno alla presenza di Hara è, per me, la negazione della poesia che un tempo vedevo attorno al mondo-fumetto… Fermo, sento già l’osservazione: «Sciocco! Il mondo è cambiato e tu non lo capisci!». Lo capisco e sono obbligato a viverci dentro, mica a farmelo piacere. E restando nel microcosmo del fumetto ci sono altre cose a rendermelo meno digeribile di una volta… Anticipo anche l’altro tuo rimprovero. Lo so, c’è molto altro, a Lucca e nel fumetto in generale. Sacche di vera bellezza, gemme nascoste la cui ricerca è già anticipazione del piacere della fruizione, scampoli di quella poesia che troppe volte vedo negata. Per dire, non sai quanto sono stato contento di vedere che nel mese del “(Quasi) un premio 2025” Boris e Paolo hanno selezionato 5 titoli di cui BEN TRE li avevo letti pure io (un altro l’avevo già messo nel mirino, mentre del quinto non sapevo neppure l’esistenza). Insomma, il mio disagio verso l’industria-fumetto è un problema MIO, non pretendo sia paradigmatico di qualcosa in generale, meno ancora un atteggiamento a cui voglio avvicinarti.

Ti vedo sorridere sarcastico, non senza ragione. La polemica su Hara è già passata, come sempre spazzata via da altre più pressanti e assai più importanti. I troll sono diventati in fretta esperti di normativa antincendio, dopo la tragedia di Crans Montana, e poi di geopolitica, dopo il casino in Venezuela. Io di fronte alle polemiche passo in fretta le 5 fasi che sono le stesse dell’elaborazione del lutto (diniego, rabbia, negoziazione, depressione, accettazione) e scivolo velocemente nell’inedita sesta: lo sbattimento. Più semplicemente, ti dirò, la questione lucchese è stata per me solamente «Another brick» in the wall che si è costruito, o mi sono costruito, a separazione fra me e il mondo del fumetto, che oggi non mi sembra di conoscere e in cui fatico a riconoscermi. Ma spero ancora che si trovino alternative, che la deriva che ha spostato le decisioni editoriali alla dimensione puramente commerciale si arresti, che qualcosa mi sorprenda. Per dirla con Roger Waters «The child is grown, the dream is gone». Ma io non sono diventato e non intendo diventare «Comfortably numb». Sì, forse sono io a non essere poi così diverso da Candido. E poi non è mica vero che tutto passa…

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