Mortimer: L’estate del 1973

Paolo Interdonato | Disegnetti per perditempo |

(Terzo articolo, in una serie di cinque che rileggono “Mortimer” di Giorgio Pedrazzi e Victor De La fuente. Link al primo e al secondo)


Le copertine degli albi tascabili neri editi da Renzo Barbieri erano spesso delle schifezze. Quelle di Pino Daeni, copertinista di “Mortimer”, non facevano eccezione. Per soddisfare le aspettative dell’editore e dei lettori, su ognuna dovevano comparire il protagonista dell’albo e una donna. Era preferibile che la donna fosse scoperta o quanto meno voluttuosa. La situazione ottimale prevedeva che Mortimer e la donna interagissero.

Le copertine dei tre numeri usciti nel corso dell’estate del 1973 sono orribili: su una grafica incerta ma riconoscibile, vengono montate illustrazioni mediocri, dall’impianto scontato, realizzate velocemente. La bruttezza non è l’aspetto più deteriore di quelle immagini.

“L’uomo di Lawton”, il secondo numero, datato luglio 1973, presenta Mortimer che, con il consueto volto inespressivo ripreso da Charles Bronson, stringe a sé una donna. La mano sinistra la immobilizza, la destra le strizza il seno. Lei grida e si dimena. Leggendo l’albo scopriremo che lo stupro è avvenuto solo nella fantasia della donna turbata da una meravigliosa esecuzione al pianoforte del cacciatore di taglie. Per sedare la propria passione, la donna si infilerà di notte nella camera di Mortimer.

Sulla copertina di “Sfida senza ritorno”, terzo numero, datato agosto, Mortimer frusta con la cintura la schiena nuda di una donna riversa sul letto. Nel fumetto, lei è una donna disposta a tutto per raggiungere i suoi scopi. Sarebbe anche consenziente, ma Mortimer e i suoi lettori si divertono di più se c’è della violenza.

“Il venditore di morte”, quarto numero, datato settembre, non presenta uno stupro, ma la scena non è comunque edificante. La donna è sdraiata su un tavolo da gioco con le cosce scoperte. In mezzo alle gambe siede Mortimer, che brandisce la sua colt fumante a mo’ di simulacro fallico. Nell’albo, il cacciatore di taglie si macchia di brutalità e crimini tali da far passare in secondo piano il ricatto alla donna per ottenere favori sessuali.

Inutile scomodare lo spirito dei tempi per normalizzare la sistematica sottomissione femminile e gli stupri presenti in “Mortimer”. I tascabili neri erano delle porcherie intrise di misoginia, realizzate da maschi tossici per maschi tossici. Per trovare, tra gli albi editi da Barbieri, personaggi più articolati, relazioni più complesse e una gestione del desiderio e dei corpi meno maschilista, dovremo aspettare che Magnus si dedichi prima a “Lo Sconosciuto” e poi a “Necron”.

Questi tre albi di “Mortimer” sono estremamente ordinari. Il personaggio perde molto in fretta gli scrupoli che avevano caratterizzato il primo numero. Diventa cattivo, perverso, amorale, indifferente. Perde quell’aura di dubbio che forse gli veniva dal bounty killer Jonah Hex, che era la fonte di ispirazione dichiarata nel primo numero. In questo modo, tanto nella scrittura di Giorgio Pedrazzi quanto nei disegni di Victor De La Fuente, il cacciatore di taglie si riduce a figurina di carta da muovere in pagine realizzate in fretta. Le storie si concludono in modo così sincopato da dare la sensazione che allo sceneggiatore sia sfuggito il conteggio delle pagine e abbia dovuto risolvere l’ultima scena in un numero insufficiente di vignette, dopo essersi dilungato in questioni non troppo necessarie.

E forse risiede in uno di questi interstizi involontari. Di queste aritmie narrative, determinate dal numero di pagine, il motivo di vero interesse della serie. Alla fine del secondo numero, Pedrazzi si ritrova col duello finale concluso (nella maniera più prevedibile) e una dozzina di pagine ancora da riempire. È un problema di tempo narrativo e di tempo di intrattenimento promesso al lettore.

Ed è così che, sulle pagine di “Mortimer”, Giorgio Pedrazzi mi sembra diventare un teorico che vuole sviluppa un’idea sul funzionamento del fumetto che, pur rimanendo sotterranea, innerva la serie.

Durante il duello, l’orologio di Mortimer è stato colpito da una pallottola. Per riconquistare il senso del tempo, il cacciatore di taglie affronta ore di cavalcata e si reca da un orologiaio tedesco, Franz detto Tic Tac. Perché Tic Tac ripari il suo orologio, Mortimer deve comprare una decina di orologi a cucù: «Vi ho riconosciuto Francis Mortimer. Voi siete un cacciatore di taglie e amate il denaro. Io costruisco il tempo. Forse il tempo non è denaro?»

E mentre Mortimer carica gli orologi sul cavallo, l’orologiaio gli fa una promessa: «Tornate a trovarmi. Ho qualcosa da farvi vedere che può aiutarvi a restare in vita dato che ora siete un mio cliente.»

Così, il patto demoniaco tra tempo e fumetto è siglato. E, da questo momento, dentro un fumetto realizzato in fretta per essere consumato in fretta, il tempo smette di scorrere gratis.

(continua)

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