(Quarto articolo, in una serie di cinque che rileggono “Mortimer” di Giorgio Pedrazzi e Victor De La fuente. Link al primo, al secondo e al terzo)
Non mi ricordo di preciso dove e quando ho trovato i dodici numeri di “Mortimer”.
Non è vero: me lo ricordo benissimo. Il problema è connesso al fatto che, da quando li ho comprati e letti, non sono passati tantissimi anni. E, in quel momento relativamente recente, la lettura di quella serie non mi ha colpito in modo particolare.
Li ho trovati nel magazzino di uno storico negozio di fumetti milanese. I proprietari, che lo stavano svuotando, hanno improvvisato una svendita. Avevo letto di quella serie da qualche parte e sapevo che era considerata mitica per diversi motivi: era anomalo che un tascabile erotico italiano, pubblicato tra il 1973 e il 1974, fosse a colori; poi era disegnato da un maestro del fumetto spagnolo del calibro di Victor De La Fuente; infine, pareva che le sceneggiature di Giorgio Pedrazzi fossero meravigliose.
Poiché quella serie non è mai più stata ristampata, subito dopo essermeli procurati, ho letto quegli albi colmo di un pregiudizio positivo difficile da smorzare. E, dopo averli riposti, mi è rimasta attaccata solo l’idea (molto bella) di Mortimer e delle sue avventure come prigionieri del tempo.
All’inizio di quest’anno ho deciso di rileggerli, dicendo che sarebbe stato bello usare una breve serie perduta per trovare una chiave interpretativa e teorica del fumetto. Certo, avrei potuto attardarmi sulla nuova edizione di Città di vetro di Paul Auster, Paul Karasik e David Mazzucchelli, integrata nella Trilogia di New York che Karasik ha completato aggiungendo gli altri due adattamenti (uno disegnato da Lorenzo Mattotti e l’altro da sé stesso). Oppure, raccontare, ancora una volta, Il paese chiuso (Ici même, noto in Italia anche come Il signore di Montetetro) di Jean-Claude Forest e Tardi. O, ancora, concentrarmi su Tempo Mangiatempo (conosciuto anche come Le collere del Mangia-Minuti)di Forest.


Appunto, Tempo Mangiatempo… In quella bellissima avventura di Barbarella, in un periodo in cui le metanarrazioni non erano ancora così noiosamente presenti nel fumetto, Forest aveva usato Lio per mettere in pagina una ricerca sul senso del fumetto.
Tempo Mangiatempo inizia con un’intervista a Barbarella, diventata ricca e famosa grazie agli spettacoli del suo “Delirium circus”, che presenta, ogni sera, le migliori attrazioni dell’universo conosciuto. La donna, proprio come i lettori di fumetti, è attanagliata dalla noia e sa quanto il tedio che sente potrebbe abbattersi anche sugli spettatori del suo circo: proprio per questo, deve trovare una nuova attrazione per la prossima stagione. La ricerca di un nuovo numero, capace di raggelare il sangue a un pubblico sempre più smaliziato, è l’occasione per una nuova avventura. Barbarella scopre un sistema di teletrasporto – il TTT, Tric Trac Transfert – in grado di far viaggiare nello spazio e nel tempo e, con quello, salva la giovane Lio che precipita nel nulla con grande lentezza. Lio è un’Alice disambientata che cerca di rispondere, proprio come la bambina di Lewis Carroll, alla domanda «A cosa serve una storia senza figure né dialoghi?». Dopo essere stata salvata da una caduta in una profondità senza fondo (proprio come Alice nella tana del coniglio), Lio scopre di aver perso le immagini che teneva sempre con sé.
«Le figure mi consolano quando ho i pensieri neri. Ho spesso dei pensieri neri. Senza le figure mi sarei già suicidata mille volte.» E ancora, «Sfuggono ai miei occhi come la vita alle mie labbra».
Per salvarla dagli intenti malsani, Barbarella conduce la ragazza alla ricerca di immagini. Raggiunta una città, le due trovano disegni che, guardati in sequenza, proprio come un fumetto, raccontano cosa sia successo all’equipaggio della nave di Barbarella quando lei ha seguito Lio e ha scelto di vivere in un tempo che progredisce a velocità diversa. Insomma: il tempo – così come tutto ciò che lo mangia – in un fumetto non è mai gratis.
Ho deciso, invece, di rileggere “Mortimer” per dirti dei suoi orologi a cucù e raccontarti il senso del fumetto. Mi sembrava un’ottima idea. E, invece di trovarci un piccolo miracolo narrativo, incastonato come una perla in una serie realizzata in fretta da bravi artigiani del fumetto, mi sono trovato di fronte a una schifezza dimenticabile in cui è stata depositata casualmente una buona idea.
Certo, Victor De La Fuente è un grande disegnatore, ma la grandezza delle sue anatomie e dell’architettura delle sue pagine, qui, è visibile solo in potenza. Pare un disegnatore molto bravo costretto a realizzare una ventina di pagine al giorno, con mani più indolenzite di quelle di un pugile, per garantirsi il companatico e la possibilità di potersi dedicare a qualcosa di più soddisfacente.

Giorgio Pedrazzi, in questa serie, è uno sceneggiatore mediocre, che scrive a nastro, senza uno straccio di scaletta che gli dica quante tavole dedicare a ciascuna scena: la storia deve finire dopo un certo numero di pagine e lui inserisce sequenze e non sequitur di lunghezza disomogenea (e non sempre adeguata) fino alla fine. Un po’ come quando, al ginnasio, sapevi che il tema deve occupare almeno tre facciate.
Ma la cosa peggiore, quella imperdonabile, è la gestione delle figure femminili: sempre abusate, violentate, e sempre felici degli stupri subiti (e profondamente eccitate). Un’idea di sessualità malata che attraversa ogni albo della serie e che è comune a tutta quella produzione. La normalizzazione dello stupro – e dell’idea che a lei, neanche troppo in fondo, piaccia un sacco – è spaventosa. E il fatto che, leggendo questi fascicoli, non troppi anni fa, io sia riuscito a concentrarmi su un dispositivo narrativo che spiega il tempo nel fumetto, oggi, mette in crisi il rispetto (che già normalmente non è altissimo) che nutro verso la mia sensibilità umana.
Giorgio Pedrazzi ha lavorato, per tutta la vita, con Graziella Di Prospero. I due erano anche compagni: vivevano insieme, probabilmente si amavano, conducevano le stesse ricerche, discutevano molto. Vado a rileggere le note biografiche di Di Prospero: giornalista, ricercatrice, scrittrice, sceneggiatrice, soggettista e cantante di canzoni popolari del basso Lazio, soprattutto della zona di Sezze, dove era nata e cresciuta. Comunista – proprio come Pedrazzi, almeno negli anni del P.C.I. – e femminista.
Copio un pezzo della biografia presente sul sito “Antiwar Songs”:
«Prese parte attiva del gruppo di lavoro sulle tradizioni popolari della sezione Culturale Centrale del P.C.I. , coordinato da Sergio Boldini, con le adesioni e le collaborazioni di artisti quali: Caterina Bueno, Omar Calabrese, Maria Carta, Gilberto Giuntini, Enzo Gradassi, Ivo Lisi, Paolo Natali, Giorgio Pedrazzi, Eliana Pilati, Alberto Sobrero, Renato Sitti, Antonio Uccelli.
Con alcune delle donne aderenti a questo gruppo di lavoro Graziella Di Prospero fu emblema e simbolo della lotta in difesa dei diritti delle donne, e in diverse occasioni fu chiamata a partecipare con alcuni dei suoi brani alle feste popolari organizzate dai movimenti di protesta.»
Ecco, mi è davvero difficile digerire quanto il maschilismo più tossico e la cultura degli abusi ci permei culturalmente se, addirittura in un contesto relazionale come questo, Pedrazzi è riuscito a scrivere personaggi femminili come quelli presenti in “Mortimer”.
Con questo cortocircuito irrisolto, resta solo da tornare a parlare di tempo, che, per noi maschi cresciuti in un bagno di tossicità, è sempre l’alibi più elegante.
(continua)

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).