Tanti anni fa, una stima realistica colloca quest’episodio nella seconda metà del 1980, due coppie sono in vacanza ad Assisi. Una sera, per cena, una delle due signore chiede se sia possibile avere un piatto di patatine. La cameriera, al momento di servirle, le fa l’occhiolino e le dice che non sarebbero state nel menu ma, ciò nonostante, vai a capire perché, forse per simpatia, ha detto al cuoco che si trattava del desiderio di una donna incinta e che questi, pertanto, ha acconsentito a quel piccolo strappo alla regola. La signora s’è messa a ridere perché incinta lo era davvero! Il gruppetto, a partire da questo episodio, ha stretto un’amicizia che si è protratta negli anni, fino al giorno in cui la cameriera, in età ormai avanzata, si è spenta. Le due coppie sono andate a trovarla diverse volte portando i loro figli che, negli anni, crescevano. Tra questi pargoli ci sono io, e la signora all’epoca incinta è la mia mamma.
Sì, ok, bell’episodio commovente, ma dove vuoi andare a parare?

Con calma, ci arrivo, che è ‘sta fretta? Il punto è che in occasione di una delle nostre discese in terra umbra, l’anno era il 1990, il marito dell’altra coppia, niente affatto a caso il mio padrino di battesimo, ha avuto l’idea felice o balzana, a seconda se si considera o no la capacità di stoccaggio di casa mia ormai giunta al limite, di iniziarmi alla lettura dei fumetti. Mi ha cacciato in mano il numero 49 di “Dylan Dog”, Il mistero del Tamigi, che per un bambino di nove anni può essere un’immane rottura di coglioni o, in alternativa, un’illuminazione pazzesca. Nel mio caso la seconda. Di quell’albo m’è rimasto tutto impresso nella testa. Le tavole nere, piene, fumose di Corrado Roi, mamma che roba, voglio dire uno viene su bene se gli dai da mangiare bene, e qui siamo dalle parti del gourmet. Qui qualcuno s’è preso un rischio perché quei disegni erano tanto fuori target ma forse lo erano se si ragiona con la mentalità contemporanea, ai tempi dei ragazzi ci si fidava. Ai testi Chiaverotti, certo non Sclavi ma a nove anni mica te ne accorgi, la trama stava in piedi ma soprattutto era scandita da quella filastrocca che non è entrata nelle orecchie solo a me, ma anche ai miei compagni di viaggio a cui ho tritato finemente i testicoli cantandola a ripetizione come disco rotto.
London Bridge is falling down, falling down, falling down
London Bridge is falling down, my fair lady…
Szock!

L’onomatopea finale, dimmi che non te lo sto davvero spiegando, non fa parte della tiritera ma del modus operandi dell’assassino che concludeva la sua modesta esibizione canora affondando nelle proprie vittime un gancio da macellaio. All’epoca, e qui mi sono perso qualcosa per strada crescendo, non ero un lettore veloce. Le pagine di quell’albo me le sono consumate vignetta per vignetta come quando mastichi un chewing gum fino a che perde il sapore e ancora lo spremi un poco con i denti per tirar fuori una stilla di succo. Leggevo e cantavo, leggevo e cantavo, un po’ facevo ridere gli adulti e un po’ rompevo i coglioni ma si sa che a quell’età più o meno è così per tutti. E la passione per i libri l’ho conservata, quel che non ho più è quella pazienza di pettinare gli albi a fumetti al millimetro, studiandomi anche gli editoriali fino a illudermi di conoscere i redattori come vecchi amici. Mi manca il sense of wonder, la parte eccitante del non capire un cazzo, quella che rende ogni numero che viene una sorpresa. La sindrome dei primi tempi, la chiamo, una condizione che ha il difetto di passare in fretta.

Stefano Tevini e l’Onorevole Beniamino Malacarne sono un reboot del classico Dottor Jekyll e Mister Hyde ma, invece di seguire il trend contemporaneo dell’inclusività, deviano dal canone nel fatto di essere ambedue dei fetenti. Nati entrambi nel 1981, uno è una specie di scrittore (romanzi, fumetti, articoli, quella roba lì), l’altro è un lottatore di wrestling. Tevini ti parlerà di fumetti, fantastico e simili, Malacarne di Wrestling (oltre a occuparsi della gestione operativa dei reclami e soprattutto di chi li esprime).