Ognuno di noi è una bone machine, una macchina d’ossa e sudore costretta a deteriorarsi nel tempo. Non si riferivano certo alla caducità del corpo i Pixies,nel 1988, nel pezzo d’apertura del loro straordinario album d’esordio, Surfer Rosa. La Bone machine, raccontata da Frank Black nella canzone intrisa di gelosia, eccitazione e risentimento, è Caroll, una ragazza «bellissima quando è infedele», i cui baci «sentono un po’ di chiunque». Insomma: «I make you pray, you make me hard» e «Your bone’s got a little machine / You’re the bone machine».

Quattro anni dopo, Tom Waits pubblica un disco che ha lo stesso titolo della canzone dei Pixies. Conosce sicuramente quel brano, ma la Bone machine cui fa riferimento è, questa volta, il corpo umano. Anzi, più precisamente, il suo corpo che, a 43 anni, si appesantisce e mostra la sua fallibilità meccanica. Gli anni Ottanta, per Waits, sono stati il decennio della meravigliosa trilogia sgangherata di Frank: Swordfishtrombones, Rain Dogs e Franks Wild Years. Dopo una pausa durata cinque anni, il musicista si chiude in uno studio che è solo una stanza «con il pavimento di cemento e uno scaldabagno» e registra i suoi rumori. Fa il suo primo disco con percussioni, eco, riverberi. Non ha mai usato una batteria nei suoi dischi («Perché usare una batteria quando il suono della tavoletta del cesso è più bello?», cito a memoria), ma ora si è costruito strumenti bellissimi e dai nomi improbabili (Conundrum? Ma cosa è?) raccogliendo pezzi in discarica. E, riportando alla vita oggetti morti, costruisce un nuovo disco tematico, cupo e avvolgente. Ansiogeno. Difficile da ascoltare. Solo verso il finale, si apre con un brano che spara una sonorità quasi allegra. Sembra una ballad, ma è quasi punk (e lo diventerà quando i Ramones, i fast four, ne faranno una cover bellissima). La quattordicesima traccia – scritta insieme a Kathleen Brennan – s’intitola I Don’t Wanna Grow Up e fa così.
È straziante. Quando esce il disco, Tom ha 43 anni, ma possiamo supporre che abbia scritto la canzone qualche tempo prima, quando aveva la stessa età di Leo, il protagonista di Tantrum di Feiffer di cui ti dicevamo qualche giorno fa. E vive lo stesso dramma: non riesce a prendere sonno, macinato da una vita in cui nulla va come dovrebbe e ci si sente come se stessimo muovendoci in un mondo di nebbia. Viene da gridare, proprio come Leo, «Non ho quarantadue anni! No! No! Ne ho quattro! Tre! Due!»
E, infatti, nella strofa successiva, Tom è un bambino che sente i genitori, ubriachi nell’altra stanza, gridare di notte e, di certo, non ha alcuna voglia di vivere in un posto dove ci sono solo tristezza e dolore, in una tomba grande e vecchia sulla strada principale della città. E poi, eccolo, ritorna adulto. Come cazzo ha fatto a trovarsi già qui?

Waits canta un dolore che non ha nulla di metaforico. Sa di essere una bone machine, progettata per esistere in un mondo che le sopravviverà, perché si porta la morte addosso da quando è nata. E non solo per questioni biologiche, ma anche e soprattutto per questioni sociali. La metafora, allora, ce la infilo io, per parlarti di fumetti e di bambini.
Nei mesi scorsi – per ragioni intorno alle quali presto ci dilungheremo – abbiamo pensato molto alla storia del fumetto underground statunitense. Quello dei comix è un fenomeno che si è risolto in una manciata di anni. Quando, a metà degli anni Sessanta, è esploso, era il corpo giovane, sudato e caotico di un fumetto che non voleva stare al suo posto. In un mercato in cui veniva elisa ogni istanza di racconto sociale che sfiorasse la gioventù, il sesso, la droga, l’impegno, le discriminazioni, i diritti e la vita, l’underground è stato il movimento di resistenza espresso a botte di fumetti bellissimi, sporchi e cattivi. Quella corsa è stata presto fagocitata dal mercato e annessa ad altri modelli capaci di garantire profitti maggiori. Pur gridando a squarciagola «I don’t wanna grow up!», è diventata grande. Tra il 1975 e il 1976, quando quell’idea di fumetto già svapora, Art Spiegelman e Bill Griffith fanno uscire i sette numeri della rivista “Arcade” che è l’autopsia del corpo giovane dell’underground. I due hanno capito che la spinta propulsiva della controcultura si è esaurita e la macchina d’ossa inizia a scricchiolare. Dopo quell’esperienza, Spiegelman ha un’intuizione: il fumetto deve smettere di essere protesta e diventare Arte, Cultura, Sapere e tutte quelle altre parole nobili da scrivere con l’iniziale maiuscola.

Con Françoise Mouly, costruisce “Raw”, la rivista che sopravvaluta il gusto del pubblico americano, e decide di far vestire bene il fumetto. Gli fa indossare lo smoking, lo fa diventare grande e lo prepara per la serata di gala. Quando esce il primo numero della rivista, Art ha 32 anni e Françoise 24. Sono ancora due spiantati, ma decidono di trattare il fumetto come l’adulto di cui parla Waits: quello che si può prendere sul serio e che ha intenzione di avere successo e fare i soldi. E ci riescono. Portano avanti il progetto con vigore fino a trasformarlo e condurlo, alla fine degli anni Ottanta, alla corte dell’editoria maggiore. La seconda serie di “Raw”, edita da Penguin, dura appena tre numeri. Poi, esaurisce la sua corsa. Quando esce il terzo numero, Spiegelman ha appena compiuto 43 anni.
Con quella rivista, Spiegelman e Mouly hanno dichiarato con forza: «Siamo cresciuti, siamo artisti, guardate quanta raffinatezza, quanto siamo sofisticati». “Raw” dice con forza che il fumetto, con i suoi disegnetti per perditempo, non deve più essere considerato roba per ragazzini.
Passa qualche anno e il millennio arriva al termine. Anche Mouly compie i fatidici 42 anni (e poi dimmi che Douglas Adams non aveva ragione) e ha un’idea: «il fumetto è anche roba per bambini!» Cura, sempre in coppia con Art Spiegelman, i tre volumi di un progetto meraviglioso: “Little Lit”. Sono libri preziosi, con legatura raffinata, carta meravigliosa, ottima stampa e lavorazioni interne strepitose. E i nomi degli autori… Spiegelman, Charles Burns, Chris Ware, Daniel Clowes, David Mazzucchelli, Lorenzo Mattotti, Claude Ponti, Lewis Trondheim, Richard McGuire, William Joyce, J. Otto Seibold, Walt Kelly, Maurice Sendak, Paul Auster, Loustal, Feiffer, Ian Falconer, David Sedaris, Tony Millionaire, Kaz, Kim Deitch, Richard Sala, Edward Gorey, Neil Gaiman, Gahan Wilson, Joost Swarte, Lemony Snicket, Patrick McDonnell, Martin Handford, Basil Wolverton e Carlos Nine.


Non è un ritorno all’innocenza: È l’estetica di “Raw” applicata al racconto per bambini e alle fiabe. Il destinatario non è il bambino reale che ha abbandonato i supereroi per cascare tra le braccia magnifiche di Akira Toiyama e del suo “Dragon Ball”. I tre libri di “Little Lit” sono destinati a quella proiezione di bambino che a noi radical chic viene sempre così facile figurarci.
Dopo aver scalato la montagna della maturità artistica, ci si guarda indietro e si cerca di recuperare quel linguaggio, ma lo si fa con la consapevolezza (e i mezzi) di chi ha già visto la macchina d’ossa deteriorarsi. Di chi si sente la morte addosso.
C’è un’ironia tragica in questo: si torna ai bambini quando si invecchia. Spiegelman e Mouly che passano da Maus e dalla direzione artistica del “New Yorker” a curare fumetti per l’infanzia sono la versione intellettuale del protagonista della canzone di Waits. Non vogliono sentire i genitori litigare ubriachi nell’altra stanza, ma si stanno chiedendo «Come cazzo abbiamo fatto a trovarci già qui?»

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).