Leggere Persepolis oggi

Emiliano Barletta | Affatto |

Ho letto Persepolis per la prima volta più di vent’anni fa, quasi per caso, prima ancora che il film venisse proiettato in Italia. Stavo cercando dei libri sull’Iran perché dovevo partecipare a una missione archeologica e volevo capire il contesto culturale e storico. Già alla prima lettura rimasi colpito e un po’ disorientato. Perché c’era qualcosa di profondamente disarmante nel modo in cui il fumetto di Marjane Satrapi raccontava la Storia. Soprattutto perché eventi fortemente drammatici venivano filtrati attraverso lo sguardo di una bambina. E, come chiunque abbia mai parlato seriamente con una bambina o un bambino sa, questi piccoli esseri umani possiedono la capacità di credere a cose improbabili e, allo stesso tempo, di individuare contraddizioni che gli adulti preferiscono ignorare.

All’epoca non avevo colto quanto quella scelta non fosse affatto scontata. Altri libri che avevo sull’Iran, e soprattutto i resoconti di quegli anni, provenivano da adulti, e la loro lettura degli eventi era chiara e didascalica. In Persepolis, invece, il racconto filtrato attraverso gli occhi piccoli e curiosi di una bambina rende i fatti ambigui e sfuggenti, richiedendo una lettura più attenta, quasi interpretativa.

All’inizio del racconto, infatti, la protagonista vive a Teheran in una famiglia politicamente attiva, laica e culturalmente aperta. I genitori partecipano alle manifestazioni contro lo Scià, discutono di politica a tavola e possiedono una biblioteca piena di libri che una bambina curiosa non può fare a meno di sfogliare. Poi, dopo la rivoluzione, vede il velo comparire a scuola senza capire davvero l’utilizzo pratico. Riceve in classe una chiave di plastica che dovrebbe aprire le porte del paradiso ai giovani martiri e sente i genitori litigare sottovoce su cose che non riesce ancora a comprendere.

La bambina cerca di interpretare quegli avvenimenti attraverso categorie binarie e tipicamente infantili, come buoni e cattivi, giusto e sbagliato, bene e male. Ed è forse questa la caratteristica più interessante del racconto. Satrapi non ha bisogno di spiegare direttamente i meccanismi della propaganda, le basta mostrarli attraverso la reazione dei bambini ai messaggi e alle azioni propagandistiche. Alcuni bambini li prendono alla lettera, altri li trasformano in giochi, altri ancora iniziano lentamente a dubitare. È un processo di apprendimento morale che avviene sotto pressione storica.

Questo avviene anche grazie al comparto visivo dello stile narrativo minimalista di Satrapi, più vicino alla tradizione miniaturistica persiana che al fumetto europeo. Le figure nere su sfondo bianco permettono di concentrarci sulle espressioni dei personaggi e sulla composizione delle scene, rendendo il racconto immediatamente leggibile come una sorta di grammatica emotiva. Paura, sorpresa, rabbia e ironia sono visibili a colpo d’occhio.

Leggere Persepolis oggi, nel pieno di un conflitto folle, significa trovarsi in una specie di cortocircuito temporale. La questione dei bambini in un contesto di guerra è inevitabile e difficilmente aggirabile senza una certa dose di disonestà intellettuale. In Persepolis questo tema è ovunque, ma raramente viene esplicitato come tale. È implicito nelle esperienze di Marji, nei racconti che ascolta, nei giochi che imitano – senza comprenderla fino in fondo – la realtà degli adulti.

Riportare questo al presente, soprattutto alla strage delle 175 bambine nella scuola di Minab, viene spontaneo perché ci permette di trattare la storia non come qualcosa di separato da ciò che sta succedendo, ma come un modo per capire quali sono gli effetti quotidiani di un conflitto su chi lo vive senza averlo scelto.

In questo senso, leggere oggi Persepolis significa accettare una doppia esposizione della realtà e della società iraniana. Vedere contemporaneamente il passato e il presente e rendersi conto che la linea che li separa è meno netta di quanto sarebbe comodo pensare. Ed è proprio in questo spazio ambiguo e poco stabile che il fumetto di Satrapi trova una delle sue funzioni più inattese. Non spiega la storia, ma rende più difficile la tentazione di considerarla lontana e finita.

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)