Non aspettare il mondo: disegnalo! Di Harold, Zoe e la matita viola

Lella Parmigiani | Interni |

A volte la conoscenza viaggia lungo rotte invisibili, fatte di passaparola e fiducia. Inizia con un editore che ne rileva il valore, passa per le mani di un amico che ne attesta lo spessore e arriva a me. L’esito è il libro che tengo tra le mani, un’idea di libertà trasmessa con la precisione di una staffetta.

L’ho consegnato alla mia nipotina Zoe con la solennità che si deve a uno strumento di sopravvivenza, perché in queste pagine non c’è solo intrattenimento, ma una pedagogia dell’autonomia che parla al futuro.

Solo a questo punto, tra le dita e lo sguardo, appare lui, un bambino in pigiama, e poi una luna e una matita. È Harold e la matita viola, il capolavoro che Crockett Johnson ha regalato al mondo nel 1955.

Per comprendere la portata di questo lavoro, bisogna guardare alla striscia precedente di Johnson, Barnaby, in cui il piccolo protagonista dipendeva ancora dalle magie pasticciate di un “fato madrino” che con il suo sigaro-bacchetta risolveva i problemi.

Con Harold, Johnson compie una rivoluzione radicale, elimina il gesto dell’adulto.

La magia non è più un intervento provvidenziale; la bacchetta si trasforma in una matita viola saldamente impugnata dal bambino.

Harold non riceve il mondo, lo emette.

È il passaggio cruciale dall’infanzia assistita all’infanzia come centro motore della propria realtà.

Consegnare questo libro a Zoe significa, di fatto, darle un manuale di risoluzione poetica.

In Harold, la linea non funge da contorno, ma da enunciato.

Questa forza ci riporta direttamente a Saul Steinberg che, nel 1954, con The Line aveva già mostrato come una singola linea potesse trasfromarsi in orizzonte, ponte o diagramma. Johnson raccoglie questa sfida grafica e la trasforma in un dispositivo ontogenetico, non esiste uno spazio prima del segno, lo spazio è l’effetto dell’azione stessa.

In Italia a questa genealogia del segno appartiene, cronologicamente più tardi, Osvaldo Cavandoli. Se nel 1969 la sua La Linea estremizza il tratto rendendolo un partner dialettico e spesso conflittuale, Harold ne rimane il proprietario assoluto. Esiste una divergenza profonda nell’autarchia del gesto, mentre l’omino di Cavandoli reagisce con frustrazione, creando un conflitto con la linea che lo precede e lo sovrasta, Harold è il motore immanente che la genera.

In entrambi, tuttavia, la linea non descrive il mondo, lo istituisce attraverso un continuum logico che non ammette interruzioni, è l’architettura del mentre.

Se la matita si stacca, il mondo si dissolve.

Questo rigore dialoga strettamente con la ricerca coeva di Bruno Munari. Proprio negli anni in cui nasce Harold, Munari perfezionava i suoi Libri illeggibili, dimostrando che il foglio bianco non è un vuoto, ma un ipertesto progettuale. Johnson e Munari trasformano il libro in un dispositivo metanarrativo: lo spazio bianco diventa materia viva che il protagonista colonizza in tempo reale, autogenerando l’opera mentre la sfogliamo.

Il messaggio che leggo a Zoe è potente: la realtà è malleabile.

Sedute vicine, seguiamo quel tratto viola che sembra scorrere come un ruscello silenzioso sul foglio, dove ogni curva è un’intenzione e ogni retta una decisione.

Quando Harold traccia una barchetta per non annegare nel mare che lui stesso ha generato, la lezione di ontologia della creazione che Zoe assimila è un metodo: non si attende il salvataggio, si traccia la via di fuga.

C’è una grazia quasi ipnotica nel modo in cui Harold disegna la propria strada mentre la percorre; le sto mostrando che quel bambino non sta solo camminando, sta inventando il suolo sotto i suoi piedi, rendendo il viaggio e la meta un unico atto d’amore per l’esistenza e dimostrando che l’indipendenza comporta responsabilità.

Harold prova timore per il drago spaventoso che ha disegnato a guardia del suo melo, e io sottolineo che spesso restiamo prigionieri delle nostre stesse invenzioni mentali.

Qui la pedagogia dell’autonomia si fa radicale; mi arresto e spiego a Zoe che è il tremore della mano del bambino a increspare la linea viola, trasformando la paura in un mare tempestoso, che le tempeste più grandi sono quelle che alimentiamo con la nostra insicurezza, e che la mano che trema è la stessa che può rimettere ordine nel caos.

Perfino quando la scala verso la luna si interrompe e il vuoto sembra prevalere, la mano di Harold non smette di correre. In quel momento di sospensione poetica, il pastello disegna una mongolfiera che trasforma la caduta in volo. E quando finalmente il bambino cerca la sua camera e non la trova, ricorre a un’intuizione folgorante: “La mia finestra incorniciava sempre la luna”. La disegna, e improvvisamente è a casa, avvolto dalla sicurezza delle coperte che lui stesso ha tratteggiato sotto la luce pallida della luna.

È un momento di una purezza assoluta e un inno alla capacità di bastare a sé stessi attraverso la creatività: non aspettare che il mondo appaia, disegnalo.

Harold non insegna una morale, ma dimostra un metodo per stare al mondo.

Soddisfatta dalla lettura, chiudo l’albo con un sorriso e chiedo: «Che ne pensi di questo libro?»

Zoe si gira abbracciandomi: «Bellissimo!» Poi, sfilandosi dal divano alla ricerca di un succo di frutta, aggiunge: «Bastasse una matita per non andare a scuola domani!»

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