Durante l’ultimo Comicon ho moderato un incontro con Nine Antico e Kalina Muhova sui loro “Fumetti zozzi”. Si trattava, con ogni evidenza, di un evento che avrebbe dovuto gestire Boris, in qualità di traduttore ufficiale dal francese della collana. Ma Boris non c’era e, si sa, siccome nessuno ci ha mai incontrati insieme, c’è spesso il sospetto che lui e io siamo la stessa persona. Boris è una sorta di Clark Kent, alto e claudicante, che si abbassa, ingrassa e indossa una zazzera ricciuta, trasformandosi nel Superman Paolo. Insomma, in virtù della nostra assoluta intercambiabilità, ho moderato l’incontro al posto suo. Ed è stato bello parlare di idee intorno al fumetto pornografico. Il genere più normativo di tutti – quello che prevede accoppiamenti spesso brutali, organi genitali in azione e fiumi di secrezioni – è stato a lungo frequentato quasi esclusivamente da autori (e da lettori) maschi. “Fumetti zozzi”, muovendosi accanto a “BD Cul”, la collana francese da cui prende gran parte dei titoli, ospita spesso autrici. E i loro sono i fumetti più divertenti e conturbanti: Aude Picault, Anouk Ricard, Florence Cestac (solo in francese, ancora) e, appunto, Antico e Muhova.

Kalina Muhova è autrice del secondo volume prodotto direttamente per la collana italiana (il primo era di Maurizio Rosenzweig) e, in questo formato (che richiama quello del tascabile nero erotico italiano) e dentro quel genere (il porno, appunto), mi ha davvero stupito. Chiacchierare con lei – e con Nine Antico – è stato divertente e anche semplice: bastava assecondare le mie curiosità. A un certo punto, Kalina, parlando del tempo richiesti dalla realizzazione di un fumetto lungo ha detto una cosa che ricordo così:
«Sono stata felice di disegnare Il bordello dei fantasmi [, il suo fumetto zozzo,] usando le tempere, perché questa tecnica mi consentiva una grande velocità di realizzazione. Non riesco a pensare di disegnare una sola tavola al giorno. Devo farne il più possibile, perché, se ci metto troppo a raccontare tutta la storia, esco e la vedo dall’alto. Non ci sono più dentro e non riesco più a raccontarla con spontaneità. Mi devo affidare agli storyboard che ho realizzato. E quelli, magari, li ho fatti mesi prima. Li ha fatti una persona che non sono più io. E allora mi devo fidare della me che ero. E non mi piace.»

Sentire questa ode alla trasformazione delle proprie intenzioni narrative e autoriali mi ha incuriosito. In un mondo di autori convinti di aver progettato macchine narrative perfette, anche quando pubblicano castelli di carta instabili e spesso banali, sentire un’autrice così intenta ad assecondare l’istinto e la voglia di raccontare mi ha fatto venire voglia di saperne di più. E, allora, ci siamo ritrovati, appena una settimana dopo il Comicon, a chiacchierare del suo lavoro.
Paolo: Ciao Kalina. Cosa hai fatto ieri, domenica, di bello?
Kalina Muhova: Cosa ho fatto di bello? Ho lavorato: ho preparato la lezione di oggi, perché insegno alla Naba e ho finito di postprodurre l’ultimo episodio che ho fatto per “La fine del mondo”. Una domenica abbastanza lavorativa, ma ho visto anche il nuovo Dracula del regista rumeno Radu Jude. E ho riso tanto.
P: Te l’ho chiesto perché ero convinto che avessi tenuto un corso di ricamo. E, siccome per incastrare questa intervista, ci siamo messi a parlare del fatto che non potevi perché avevi lezioni di ceramica… Ecco… Ti conosco come illustratrice e fumettista, ma adesso ho dei dubbi. Cosa fai di mestiere?
KM: Beh, eh, tante cose come vedi. Cioè, oggi ho insegnato scrittura creativa, poi nel pomeriggio ho stampato, domani farò la grafica la mattina e nel pomeriggio ceramica. Poi, mercoledì faccio fumetti, se va tutto bene, eh. Giovedì invece allestisco la mostra e poi ceramica. E via così: è tutto un incastro di cose. In realtà ogni giorno è diverso. Però, di base, faccio fumetti e illustrazione; tutto il resto è un po’ un contorno.

P: La tua ricerca di matericità, delle tre dimensioni, la ceramica, il ricamo, la manualità più spinta… è legata a una forma di –non mi viene una parola che non abbia un alone di negatività – frustrazione indotta dal fumetto e dall’illustrazione. La carta ti costringe alle due dimensioni: schiaccia tutto.
KM: No, non c’è nessuna frustrazione. Semplicemente mi piace lavorare con le mani e penso che imparare una cosa nuova è sempre un momento divertente e stimolante. Quando ho iniziato a ricamare mi si è aperto un mondo: mi sembrava di poter tatuare sui vestiti. In qualche maniera, il tessuto ti apre un sacco di possibilità.
Invece adesso sono in fissa con la ceramica. È tutto un altro mondo. Più scopri la materia, più scopri te stessa, in quella materia. Hai dei limiti fisici, delle possibilità, che quella tecnica e quella materia ti impongono. E, allora, sei costretta a fare delle scelte che ti stupiscono.
Forse, il fumetto e l’illustrazione sono diventati per me un po’ prevedibili, controllabili: posso farci quello che voglio. Invece queste tecniche nuove hanno dei limiti diversi e ancora da esplorare. Sono difficili e mi incuriosiscono proprio per questo. Non so se mi sono fatta capire.

P: Mi sembra di sì. Adesso non posso garantire di aver capito perché sono comunque io e quindi mi devo confrontare con dei limiti decisamente più ampi di quelli della ceramica, però mi sembra tu ti sia spiegata benissimo. E il fatto che lavori queste materie e poi disegni e disegni e poi lavori queste materie produce una catena di influenze? Cambia il modo in cui disegni?
KM: Sì, sì, sì, decisamente. Penso che se non mi fossi fissata con il ricamo, non avrei fatto Scusa – Grazie – Prego e poi, Odio l’estate. Perché solo grazie al ricamo mi sono liberata dell’idea del disegno bello. Quando fai le cose a filo, il processo è lento, imprevedibile e non puoi fare tanti dettagli. E se viene brutto lo accetti com’è, non ti metti a disfare e rifare due giorni di ricamo. Non esiste.
Invece, prima, avevo questa necessità di fare, rifare, cancellare, sistemare, e rifare ancora e ancora. Mi faceva impazzire e forse un po’ anche odiare quello che facevo. Il ricamo ha cambiato l’atteggiamento che ho verso il mio lavoro. Adesso è “viene come viene”. Magari non è perfetto, però va bene lo stesso perché è un’istantanea di quello che sono in quel momento, fissata su carta, argilla o tessuto. Non perfetto, ma sincero.
La ceramica, invece, ha un altro impatto su di me: mi fa ragionare in 3D; una cosa totalmente nuova per me e infatti mi procurava dei mal di testa pazzeschi all’inizio. I miei quaderni di adesso sono pieni di cose che cerco di ruotare da diversi punti di vista. Forse è ancora presto per dire che impatto avrà sul mio lavoro, ma percepisco già una nuova ricerca per me.

P: Quando chiacchieravamo a Napoli, hai detto che per te il fumetto è stata una scoperta non recentissima, ma abbastanza recente, perché nei primi vent’anni della tua vita non l’hai frequentato così tanto.
KM: No, zero. L’unica cosa che ho letto di fumetto prima di venire in italia è stata la serie “W.I.T.C.H.” che, per qualche motivo, è arrivata anche da noi e la mia generazione ne era molto appassionata. Non mi ricordo nient’altro. Quando sono nata io, era appena finito il regime comunista; quindi, non avevano più soldi per finanziare il fumetto che, in quegli anni, era solo propaganda. Niente verità propugnata, niente fumetto. E anche niente fumetto underground. La gente doveva sopravvivere: le arti sono andate un po’ in secondo piano.
Negli ultimi anni, quando sono tornata, ho visto un po’ un miglioramento, però il processo è lento.
P: Mi interessava in realtà di più come questo apprendimento del fumetto o di alcune tendenze del fumetto sia avvenuto da quasi adulta. Anke Feuchtenberger racconta che lei, il fumetto, l’ha scoperto dopo la caduta del muro. Prima dell’abbattimento del confine della DDR, per lei il fumetto era Max und Moritz e Struwwelpeter. Quando è arrivata dall’altra parte ha scoperto che c’erano i fumetti e c’era l’underground. Tu sei arrivata subito a Bologna?
KM: Eh no, il primo anno l’ho fatto a Milano, dove ho lavorato e ho studiato l’italiano. Poi, ho deciso di iscrivermi in qualche accademia. Ero stufa di studiare la pittura e le arti classiche. Allora ho cercato un corso più interessante, più esotico, e quello a Bologna mi è sembrato adatto. Ero un po’ indecisa tra scenografia a Urbino e fumetto a Bologna e la mia migliore amica all’epoca mi ha guardato e ha detto «Ma stai scherzando? Vai a Bologna!» e ho detto «Ok» e mi sono iscritta. Non so come hanno fatto ad ammettermi al corso visto che non conoscevo niente del mondo del fumetto (ancora meno di quello italiano), ma ne sono estremamente grata. Mi ha cambiato la vita.

P: Mi sembra ti sia integrata benissimo in quel mondo. Io ho avuto la sensazione quando ho iniziato a incontrare i tuoi lavori che tu fossi, almeno all’inizio, molto bolognese. Mi sembravi vicina all’idea di fumetto che stava esprimendo in quel momento “Canicola” che con quell’accademia, se non ho capito male, ha vari punti di contatto. Poi hai iniziato a mostrare una dinamica del segno articolatissima. È la stessa noia che ti porta al ricamo e alla ceramica a farti cambiare modo di disegnare?
KM: Eh sì, mi annoio. In realtà la noia è anche una sensazione positiva, che adesso cerco. Da piccola la odiavo perché faceva sembrare le giornate e le settimane infinite: non succedeva niente. Invece, adesso, le mie giornate sono così piene che non vedo l’ora di averne una noiosa in cui mi chiedo «Ma cosa posso fare?». Ho una pila di libri da leggere, di film da guardare, di amici da vedere. Faccio fatica a trovare la noia nella vita reale, però nel lavoro un po’ mi capita. I committenti cercano una cosa sicura e prevedibile, e questo vuol dire che spesso mi chiedono cose vecchie, in uno stile in cui non mi riconosco più.
Per me la creatività, in un senso ampio, vuol dire risolvere dei problemi. Essere creativi mi riesce meglio quando sono in difficoltà o in una situazione nuova e sono costretta a trovare un modo per uscirne (bene). Questo mi porta a fare delle scoperte che spesso mi sorprendono e rendono più curioso il mio processo. Il problema che mi pongo spesso è quello della materia, o della tecnica: mi interessano i suoi limiti.
Se, mentre sto disegnando, riesco a guardare una serie o ascoltare un podcast, allora significa che non sono concentrata al cento per cento sulla realizzazione dell’opera e sto andando in automatico. Non che ci sia qualcosa di sbagliato in quello, mi capita di farlo e mi rilassa, ma non lo considero più un processo creativo.
Mi rendo conto di essere rigida e controllata già di mio e la mia istruzione in Bulgaria non ha fatto altro che rafforzare questa mia predisposizione. Infatti, quando vado in automatico, tendo a essere realista e precisa, ma non mi piace. Sono alla ricerca di un segno più libero e più naïve.
P: Ti va di tornare a una cosa che dicevi a Napoli: oltre la noia, il fatto che se ci metti troppo tempo a fare un lavoro, con quel segno troppo preciso, poi sei costretta a uscire dalla storia e non va bene.
KM: Eh sì, perché penso che con Odio l’estate e, in piccolo, anche con Scusa – Grazie – Prego ho scoperto che del fumetto mi piace in realtà la scrittura. Mi piace mettere in ordine tutte le immagini che ho e metterci il testo, fare un fumetto di quello che penso. Però se il lavoro è dilatato nel tempo, se per una tavola ci devo mettere uno o due giorni, non capisco più cosa sto scrivendo. Invece, se lavoro in modo abbastanza veloce, in un giorno posso fare magari 4, 5 o 6 tavole e riesco a raccontare una scena proprio come me la immagino, dall’inizio alla fine, avendo un controllo maggiore.
Se devo lavorare come ho fatto per Diana Sottosopra o Sofia dell’Oceano, dove ho seguito lo storyboard, copiandolo, disegnando bene, colorando e poi mettendo il testo, mi sembra tutto più faticoso. Già al secondo passaggio, durante la colorazione, non sento più la storia e l’impatto che vorrei avesse sul lettore. Invece, lavorando velocemente, sono dentro il flusso mentale del momento e il sentimento che sto esprimendo. Ho notato che così il messaggio arriva più diretto ai lettori, e questo feedback mi fa sempre piacere. Se avessi impiegato anni invece che un mese, Odio l’estate sarebbe stato del tutto diverso.

P: Quando dici che ti piace la scrittura, io, vedendoti come fumettista, immagino una commistione di parole, immagini e montaggio. Invece ti sento parlare proprio della scrittura delle parole come elemento che deve quasi avere il sopravvento sul racconto, come se il fatto che il lettore si emozioni per il disegno, per la pagina, non sia così rilevante.
KM: Non tanto. Col tempo ho capito che il fumetto mi piace se è scritto bene. All’inizio compravo solo libri belli, quelli che mi affascinavano e che potevano servirmi come ispirazione per il disegno (anche perché all’inizio non avevo fiducia nella mia scrittura e pensavo di fare solo la disegnatrice). Ora, se vedo un fumetto disegnato bene ma “scritto di merda”, mi dà fastidio. Il fumetto è anche una cosa visiva, certo, ma per me un fumetto è bello se la storia mi tocca, mi emoziona, mi incuriosisce, e il disegno va un po’ in secondo piano. Anche quando creo i miei fumetti, penso prima alle parole: le posiziono sulla pagina e poi mi invento le immagini che potrebbero starci bene insieme.
P: Allora io sono il peggiore dei tuoi lettori, perché mi lascio emozionare dalle pagine e dalla costruzione narrativa, mentre le parole sono quasi una colonna sonora. Una cosa che mi colpiva è il discorso sul disegno preciso e figurativo da cui provieni e che ti chiedono sempre. Ho visto Cromosomi, il libro che hai fatto con Fabian Negrin. Sembra proprio il libro dei sogni di Negrin: pare quasi che abbia finalmente trovato l’illustratrice figurativista perfetta, pienamente nella tradizione di Roberto Innocenti che tanto gli piace. Come ti sei sentita a lavorare con Fabian? È stato un vincolo?
KM: In realtà Negrin non lo conosco personalmente. La casa editrice mi ha mandato il suo testo e lui poi non ha fatto quasi nessuna ingerenza. Ho fatto quello che mi sentivo di fare, e il suo feedback finale è stato positivo, credo.

P: Meraviglioso, perché è un libro estremamente “negriniano”. Dovresti conoscerlo, visto che siete vicini di casa a Bologna.
KM: Ma io sto a Roma, mica a Bologna.
P: Ops…
KM: A Bologna ho vissuto otto anni. Ci ho vissuto più che a Roma, ma da quattro anni mi sono trasferita. Comunque mi piacciono molto i suoi libri ed ero emozionata quando mi hanno proposto il progetto. Riguardo allo stile realistico, in realtà non l’ho scelto io: volevo farlo in un altro modo, ma non è piaciuto né a lui né alla casa editrice. Mi hanno cercata, ancora una volta, per uno stile tecnico. Purtroppo, il mercato dell’illustrazione funziona così: se ti vedono in quel modo, ti vogliono in quel modo. Come fumettista invece hai più possibilità di cambiare, anche se ci sono meno soldi.
P: In Cromosomi però hai usato una struttura narrativa non lineare, con salti temporali, una tendenza forte nel fumetto, da Chris Ware in avanti. Però nei tuoi fumetti solitamente mantieni una struttura estremamente sequenziale, senza grandi salti tra le cose che racconti.
KM: La storia di Negrin era già così, con i salti temporali. Per quel lavoro ho pensato a Richard McGuire e al suo libro Qui (Here), che mi ha colpito tantissimo quando studiavo a Bologna. Sono una sua grande fan, quindi era un po’ un mio omaggio a questo fumettista in un libro per bambini. Penso che nell’illustrazione ti puoi sbizzarrire di più sull’immagine perché i tempi di lettura sono diversi. Ti puoi soffermare sui dettagli, sui colori e sulla composizione. Invece, secondo me, il fumetto è bello quando è immediato, quando leggi le immagini come leggi il testo, senza che nulla ti tolga l’attenzione dalla lettura. Se ogni singola vignetta ti ruba l’attenzione perché ci stai mettendo troppa roba, allora forse ti interessa più fare quell’immagine che raccontare una storia.

P: Però McGuire quella cosa lì l’ha fatta anche con un segno semplicissimo, con quella “Y” rovesciata che diventa una stanza. Alla fine, pur con un disegno semplice, ha messo tantissima roba in un’unica storia, impedendoti di perderti nelle parole e costringendoti a seguire un flusso temporale che cade da tutte le parti.
KM: Beh, non direi che il suo segno sia semplice. Quel fumetto è molto denso, secondo me.
P: Conosci la versione originaria, quella di sei pagine, uscita su “RAW”?
KM: No, forse ho visto qualcosa ma non tutto.
P: È la prima versione, in bianco e nero. Sono sei pagine e c’è proprio la “Y” rovesciata dell’angolo della stanza con dentro dei pupazzetti al tratto che si muovono.
KM: Mh mh.

P: Eh, va bene. A questo punto mi sto incartando. Cosa fai adesso?
KM: Adesso mangio perché purtroppo non sono riuscita ancora a cenare.
P: Sono mostruoso: ti ho bloccata durante l’ora di cena. Comunque intendevo: cosa fai come prossimi fumetti?
KM: Ah, sto continuando la mia serie per “La fine del mondo” e nel frattempo ne ho iniziata un’altra che si intitola “Colori mortali”. Uscirà per “Nilsson”, una nuova rivista per bambini edita da Iperborea. Avrò questa rubrica sui pigmenti mortali raccontati da un vampiro – pittore.
P: Per questo guardavi Dracula!
KM: Guardo ogni cosa che sia collegata ai vampiri, è il mio guilty pleasure. Infatti, sono almeno dieci anni che dico che voglio fare un fumetto sui vampiri e non ci sono ancora riuscita. Speriamo che questa sia la volta buona.
P: Non vedo l’ora.

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).