È un pomeriggio piovoso. Entro nella solita fumetteria polverosa, un piccolo labirinto di scaffali traboccanti di albi ingialliti, manifesti stinti e un odore di carta umida che sa di tempi passati e storie mai raccontate. Io, ragazza seria, politicizzata, convinta che il mondo debba cambiare, con una borsa piena di cianfrusaglie, poesie di Majakovskij e libri sull’anarchia, sono abituata a discutere di guerre e oppressioni con tono grave e determinato.
Ora, apro un albo delle Sturmtruppen. Rido fino alle lacrime.

Bonvi mi colpisce come un fulmine. Quelle vignette caotiche, grottesche, piene di soldati goffi e ordini assurdi, mi scuotono. Il rigore morale e l’attivismo che mi porto addosso si scontrano con l’assurdità comica dei suoi mondi: la disciplina trasformata in pantomima, il potere ridicolo nella sua pretesa di assolutezza, la guerra mostrata senza retorica, ma con una precisione che mi costringe a vedere la realtà nuda e cruda, tra le pieghe di una risata.
Capisco subito qualcosa di fondamentale: Bonvi è anarchia e ordine insieme. Mi mostra che il riso può essere una forma di resistenza, che ridere dei meccanismi di oppressione non significa sminuirli, ma riconoscerli, svelarli e affrontarli con occhi più lucidi. La mia serietà politica, in quel momento, trova un alleato inaspettato in una striscia comica: la battuta diventa una lente etica, la risata un atto di consapevolezza. Bonvi non predica, non giudica: mostra. E io, da ragazza pacifista e idealista, non posso fare a meno di guardare, ridere e riflettere allo stesso tempo.
Giovane e ingenua, forse. Ma non ero nel torto.
Prima ancora che i suoi soldati inciampassero nei propri stivali o che Cattivik proclamasse l’ennesima malvagità destinata a fallire in tre vignette, Bonvi aveva già deciso una cosa: farti ridere era solo un pretesto. Un’esca. Una trappola intellettuale. Mentre ti abbandoni alla comicità di un esercito incapace persino di montare una tenda, l’autore ti passa alle spalle e ti sussurra una verità scomoda: la stupidità del potere è reale, strutturale, documentata. E ride anche quando non dovrebbe.
Non liquidarlo come umorismo. In Bonvi la risata non è mai neutra: quando ride, manda un messaggio cupo; quando il contenuto è cupo, lo rende ridendo. È un sistema a doppio fondo, una dialettica costante tra leggerezza e abisso, in cui il comico non attenua la gravità, ma la rende sopportabile e quindi più incisiva. Bonvi rifiuta programmaticamente l’idea di un impegno a comando: non fa satira per dovere, non costruisce allegorie per dimostrare tesi. Semplicemente descrive delle situazioni, come lui stesso afferma. Ma è proprio in quel descrivere che si annida la sua etica: il mondo, mostrato senza filtri, diventa automaticamente giudicabile. Il moralismo non sta nell’intenzione dichiarata, bensì nell’effetto inevitabile.

Così, dietro ogni gag apparentemente spensierata, si nasconde il più serio dei giochi: un esercizio di smontaggio etico che procede per paradossi, contraddizioni e buffonate marziali. La risata funziona come anestetico momentaneo: ti rilassa quel tanto che basta per permettere al colpo morale di andare a segno. Bonvi colpisce mentre ridi, non dopo. Se ridi e basta, hai mancato il bersaglio. Se ridi e poi ti senti a disagio, allora il meccanismo ha funzionato. Bonvi non fa satira per ridere; ti fa ridere per farti vedere meglio. È un’operazione che lui stesso riconosce solo in parte, ammettendo che nel processo creativo agiscono componenti inconsce che il critico, talvolta, riesce a portare alla luce meglio dell’autore. Laddove Bonvi afferma di non aver voluto dire un bel niente, l’opera finisce comunque per dire moltissimo.
Nato nel 1968, Sturmtruppen emerge in un’Italia attraversata da fermenti politici, contestazione studentesca, timori da Guerra Fredda e un ricordo ancora vivo della Seconda guerra mondiale. Bonvi decide di parlare di guerra e di potere in modo traslato: non soldati italiani, ma tedeschi; non eventi storici, ma micro-universi comici in cui violenza, assurdo e burocrazia diventano linguaggi condivisi. Non a caso elimina progressivamente i riferimenti storici espliciti: le Sturmtruppen non appartengono a una guerra precisa, ma a una condizione esistenziale. Sono un esercito e basta, atemporale, come atemporale è la stupidità organizzata.
I suoi personaggi – parodia della Wehrmacht nazista – sono soldati confusi, stanchi, buffi nelle loro inefficienze, parlano un italiano deformato, punteggiato da suffissi tedeschizzati, una lingua che è già critica morale e satira sociale prima ancora di essere battuta. Ascoltala questa lingua. Non è solo un gioco fonetico. È il linguaggio del comando quando smette di pensare. L’ordine vale più del senso. La forma schiaccia il contenuto. Ridi di quella lingua, ma chiediti quante volte la riconosci, quante volte l’hai già sentita, magari pronunciata con accento diverso.
Quando nelle Sturmtruppen un soldato si domanda il senso della guerra e il superiore gli risponde, in sostanza, che si combatte perché così è stato ordinato, ridi; ma ridi di una verità concreta e terribilmente reale. Bonvi torna più volte su questo scambio elementare, trasformandolo in un meccanismo comico che mostra come la guerra riduca l’azione umana a routine, ordini automatici e paura interiorizzata. Allo stesso modo, nelle numerose strisce dedicate all’addestramento e al comando, il sergente incarna una contraddizione strutturale del potere: pretende disciplina assoluta, ma invoca l’iniziativa personale solo quando e finché essa coincide con l’ordine ricevuto. È una gag reiterata, declinata con variazioni linguistiche, che mette a nudo la stupidità sistemica dell’apparato militare: l’autorità chiede obbedienza e creatività nello stesso istante, svuotando entrambe di senso. Non c’è, in Sturmtruppen, solo comicità. C’è una vera e propria esercitazione etica. Emblematiche sono le strisce in cui i suoi soldati trasportano una bara, mentre la retorica dell’eroismo patriottico viene pronunciata meccanicamente, in contrasto con l’evidenza di una morte anonima, avvenuta senza comprensione né scelta. Anche qui Bonvi non offre una morale esplicita: lascia che sia la gag stessa a funzionare come lente morale, mostrando l’assurdità del sistema e costringendoti a riflettere.
In Cattivik, il riso assume una funzione speculare rispetto a quello delle Sturmtruppen: non è la stupidità del potere, ma il male fallace che viene messo a nudo. Il personaggio di Cattivik dichiara la sua malvagità e nella sua smorfia di onnipotenza ridicola Bonvi mostra come la malvagità umana sia spesso inetta, patetica e inadeguata. Ridiamo perché il crimine non funziona, perché le macchinazioni del male sono destinate a fallire, eppure in quella fallibilità si nasconde un giudizio più profondo: l’essere umano è incline al male, ma il male stesso è ridicolo se separato dalla riflessione morale. Anche in Cattivik, quindi, la risata è una lente etica: ogni fallimento, ogni goffaggine criminale, ogni autocelebrazione assurda non solo diverte, ma mostra la fragilità del giudizio morale e sociale. Qui il comico e il cupo si intrecciano in modo più sottile rispetto alle Sturmtruppen: non è la guerra o la gerarchia a essere smascherata, ma l’individuo che tenta di elevarsi attraverso la malvagità, mostrando la vacuità dei suoi sforzi. La riflessione morale è nascosta nel fallimento stesso e il lettore ride consapevolmente, sospeso tra godimento comico e analisi critica.
Non va dimenticata nemmeno la sua produzione più cupa: con Cronache del dopobomba, Bonvi porta alle estreme conseguenze il meccanismo che nelle Sturmtruppen era ancora mediato dalla gag. Qui il riso non scompare del tutto, ma si deforma, diventa una smorfia. È il punto in cui la formula bonviana – ridere per mostrare il buio – entra in crisi e proprio per questo si rivela con maggiore chiarezza. L’effetto è quasi filosofico: come riflettere sul riso dopo Auschwitz, dove ogni risata è carica di consapevolezza del male, della distruzione, della fragilità umana. Tu ridi, ma sai che il mondo mostrato non ha scampo e che il comico non è consolazione, bensì sonda etica e storica. In Cronache del dopobomba il messaggio non è più nascosto: la risata si spegne quasi del tutto, ma il metodo resta lo stesso. Bonvi mostra un’umanità sopravvissuta alla catastrofe atomica che continua a comportarsi come prima: meschina, gerarchica, ottusa, incapace di apprendere. Il mondo è finito, ma l’assurdo no. Ed è proprio questa persistenza a essere moralmente devastante. È la stessa morale, solo senza anestesia. Se nelle Sturmtruppen ridi e solo dopo avverti il gelo, in Cronache del dopobomba il gelo è immediato e il riso, quando arriva, è nervoso, colpevole, quasi improprio. Bonvi sembra dirti che la risata funziona finché c’è ancora qualcosa da salvare; quando tutto è perduto, resta solo la constatazione amara.

Questa doppia cifra – comico che diventa morale, tragico che diventa comico – si rafforza attraverso il linguaggio e la forma. Bonvi crede profondamente nella verosimiglianza dell’ambiente: uniformi corrette, armi plausibili, dettagli accurati. Come in Carl Barks, suo maestro dichiarato, il mondo deve essere credibile perché la gag funzioni. Ma proprio questa aderenza al reale rende la deformazione più efficace: l’assurdo emerge non dal caos, ma dall’ordine portato alle sue estreme conseguenze. La tecnica narrativa di Bonvi è raffinata e rigorosa, pur apparendo all’esterno come semplice comicità. Il suo segreto sta nella costruzione di micro-universi coerenti: ogni vignetta, ogni striscia, è calibrata per operare su più livelli simultaneamente. La trama procede quasi sempre in forma episodica e gag-driven, ma all’interno di questa apparente leggerezza si innestano riflessioni profonde sul potere, sulla disciplina e sull’assurdità della condizione umana. Questa tecnica non è mai gratuita: è un dispositivo complesso che combina realismo visivo, manipolazione linguistica, compressione narrativa e intertestualità per costruire una comicità che è insieme morale, politica e filosofica. Ogni striscia è un microcosmo etico, un laboratorio di riflessione sotto la maschera del riso. Questa tecnica si fonda su una visione morale implicita: ogni gag, ogni deformazione linguistica o visuale, è concepita per far emergere contraddizioni etiche e sociali. Il comico diventa indagine e tu che leggi sei chiamato a decifrare un mondo in cui ridere significa comprendere e comprendere significa giudicare. Ridere non è evasione, ma esercizio di pensiero critico, capacità di vedere la realtà da più prospettive e consapevolezza dell’ineludibile ambiguità del comportamento umano. Sul piano narrativo, Bonvi è maestro della compressione: le gag si svolgono in spazi brevissimi, in cui azione, dialogo e ironia convergono in un unico momento di impatto. La struttura seriale delle strisce permette un lavoro di accumulo e variazione, in cui il lettore sviluppa familiarità con i personaggi e con il sistema comico, fino a riconoscere le regole interne dell’assurdo. Dal punto di vista formale, Bonvi lavora con un segno corrispondente a una grafia corposa, come notato dai critici, ma questo non è un mero vezzo estetico: la sua linea decisa, rotonda e modulata serve a guidare il tuo sguardo attraverso spazi narrativi complessi, spesso con più azioni simultanee. I soldati, le macchine, le armi e le uniformi sono rappresentati con una cura quasi etnografica, un realismo tecnico che permette all’assurdo di emergere con maggiore efficacia.
Il moralismo bonviano è serio quanto un trattato filosofico, ma vestito da camicia a righe e stivali da truppa. È un moralismo che passa sempre dal riso perché sa che il riso è una soglia: abbassa le difese, sospende il giudizio immediato e consente alla verità di passare senza essere respinta. E lo fa con un linguaggio popolare – strip quotidiana, gag rapide, battute ruvide – che paradossalmente gli dà più efficacia: la riflessione morale non giunge come sermone, ma penetra come risata, si insinua come paradosso e resta come taglio.
Bonvi non deride le persone. Deride i sistemi.
E tu, che sistemi abiti? A quali obbedisci? A quali ridi senza metterli in discussione?
Alla fine, non puoi più dirti spettatore. Sei coinvolto. Sei stato educato senza consenso, come accade solo con i grandi moralisti. Tra una caduta e una battuta, qualcosa in te è stato spostato.

Continua pure a ridere. Ma sappi che, da questo punto in poi, ogni risata è una scelta. Bonvi ti ha mostrato il meccanismo. Ora tocca a te decidere se usarlo per pensare o per difenderti. E questa, sì, è una responsabilità etica.

Legge. E legge, legge, legge. Legge fino al soffitto ormai fatto di rami e foglie e pure le pareti si trasformano in foresta.