Autobiografia del lettore da cucciolo – 5

Quasi | Memorie e cuccioli |

di Massimo Galletti

(Dove eravamo rimasti? Primasecondaterza e quarta parte).

Rincorsa

Basta. Qui bisogna essere seri. Che so, confesso che ho vissuto: figlie, case, amici, amori, mica crediate fosse così scontato. E nemmeno ho smesso di cialtronare dopo. Pure se torno li, con tutti i suoi limiti, non penso che al bello che c’era, al miracolo di averlo inaspettatamente messo insieme, alla sua lucida follia.
Quindi: ripartiamo. Millenovecentomillantadue -millenovecentomillantaquattro. “Schizzo – le idee a fumetti”. “Schizzo Posse – la cosa giusta”. Succede che tu scendi dal ponte, ti infili in uno stand con una linea seppur ancora incerta, consapevole di avere amici che sanno scrivere e hanno gusto, e che ci sono intorno fumettini brevi dignitosi. E ti accontenteresti… mica pensavi di fare rivoluzioni.
E invece basta poco e ti viene a trovare gente speciale che ha già in mano e nella testa presenti potenti, storie non brevi, pezzi di futuro… E allora che fai? E allora andiamo (e se bisogna si va) (Giovanna è pronta di là).

Giovanna, si può?

Giovanna Fenti. Giovanna è tantissimo, è quasi tutto. Una grafica azzeccata, come quella: giocate d’artista, su una richiesta di base complicata, resa un pregio per la sua diversità. Ho in casa una cover di prova in bianco e nero. Quelle belle cose artigianali di una volta, caratteri a mano e fotocopie appicciche. Rimando di continuo la cornice e il pantheon. Perfetta.
Richiesta complicata, dicevo: non un disegno in copertina ma tre, si può? Uno pop, uno art sugli articoli uno sui fumetti nostri, si può? E citare tutti i fumettisti e qualche altro pezzo di peso, si può? Ah, non A4… è banale e non mi va. Il titolo non è un granché, ma lo dobbiamo tenere. Si, ma con quel carattere snello e stiloso e “le idee a fumetti” appoggiato sopra diventa un’altra cosa. E uno spazio grande per segnalare la Graphic Novel non lo troviamo? Nobilitiamo il retro! Graphic Novel e editoriale!
Giovanna che non solo può, ma usa tutto, non solo i disegni, ma ogni nome carattere numero, come un pezzo d’insieme di un elegantissimo equilibrio, senza perdere nulla in significato.
Ah, però ci vuole una copertina a colori, ma non abbiamo i soldi per una copertina a colori… ci sarà un modo? Si, quelle otto incredibili scelte di uniformi colori Pantone, questo insieme così diverso dal fumettomondo di allora e di oggi. (Lezione: Galletti e Ginevra che tornano dalla tipografia con la cover del numero uno, vari ad aspettarli ansiosi, tutti sguardi sconcertati da quel blu azzurro strambo. Non eravamo pronti. Lezione: se scegli un grafico, fidati del grafico, se lo è ha ragione lui, tre giorni dopo giravo per Lucca dicendo e pensando «è un classico, questo colore su questa copertina è un classico ormai!»).
Ecco, voglio una mostra delle undici cover titolari. Voglio una mostra del lavoro di Giovanna su quel giornale (che ricordatelo, è raro raro che senza una grafica un giornale sia). Gio, te ne sarò grato a vita.

Il ritorno del lettore da cucciolo

Succede così, l’interno di un numero uno è preparato fino all’ultimo dettaglio, ci hai passato mesi a pensarci. Ci sono storie a fumetti di una qualità talmente alta che mi stupisco ancora oggi a guardarlo.
(Che so… C’è una storia adorabile, col segno da illustratrice di allora, di Patrizia Mandanici, con altre sue storie sciolte sta nel bel volume che le ha pubblicato alcuni anni fa Comic Out. Voglio a Patrizia un bene dell’anima ma non le perdonerò mai le decine di bei racconti di allora che giacciono nei suoi ordinatissimi cassetti già in godibili layout mai inchiostrati e mai pubblicati. C’è Carol Swain, il rimpianto di un rapporto solo epistolare interrotto, ma voi recuperate il volume recente di Tunué e capite il fascino. C’è Lewis Trondheim e non vorrei dire altro. C’è un Elettra Gorni vezzosa e creativa, come da saggia incoscienza), (oltre ai tre moschettieri, naturalmente…).
Dal due in poi è una rincorsa, un mix tra promesse mancate e apparizioni incerte, tra fughe incomprese e intuizioni improvvise. Il bello e il brutto del fare le cose gratis avendo davanti autori veri. Veri.
Si naviga a vista, piccole incomprensioni ti abbattono, piccole attestazioni ti danno forza. Se hai una rotta e riesci a tenerla è perché sei stato un buon lettore da cucciolo. Se lo sei stato, e sai ciò che vale, allora sai mixare i Moore grandi autori del momento con gli Altan grandi autori di sempre, lasci spazi ai classici, siano i Puffi o Go Nagai, e trovi spazi per le cose nuove che hanno bisogno di qualcuno che parli di loro.
Se sei stato un buon lettore da cucciolo, ti trovi in mano una cosa a fumetti e, checché ne pensi l’autore, tu capisci che è fumetti, che serve, che crescerà, che serve venga vista.
Che so… Su “Schizzo” e “Posse” ci sono i primi lavori o tra i primi lavori di Gianluca Costantini e di Marco Corona, di Andrea Bruno e di Ausonia, dovreste saper bene chi sono (se no, con voi non parlo più). Sono cose belle, e di cui mi vanterò a vita ma senza esagerare. Acerbi quanto vuoi ma erano già talmente bravi e sicuri che solo un imbecille non gli avrebbe dato spazio (PS: era pieno di imbecilli, comunque).
No, no, no. “Schizzo” aveva l’anima che aveva perché non rinunciava a cose che parevano strambe e invece erano basiche. Paolo Renzi che gridava al mondo pensieri in sequenze elegantemente “ben prima della gleba”, Edoardo Varini che sfidava i concetti con strip tra l’arte e il gioco, Patrizia Lena che con segno elementare si auto opponeva a che i suoi stessi fossero fumetti; e ancora Paolo Marongiu, Enrico Ariis, Mauro Ferrari, sequenze brevi di fumetti anomali, nomi non celebri ma coerenti al fianco di sequenze brevi di fumetti anomali di nomi poi celebri: Trondheim, Chris Reynolds, Matteo Alemanno.
Di Patrizia Lena pubblicammo una storia di due pagine di vignette bianche con parole che sono quasi un manifesto; un altro suo lungo fumetto lo intercettò Costantini e lo rese elegante e ossessivo, comprimendolo in due pagine di una mela ripetuta 96 volte.
Pubblicammo una lettera ricevuta per posta tutta a fumetti, commenti e consigli, disegnata anche bene, efficace. Firmata: Giuseppe. Giuseppe, è passato un quarto di secolo, ti prego manifestati, dicci chi eri, chi sei.

Vogliamo parlarne?

E la critica, le parole? Certo, le interviste, Berardi, Bacilieri, Moebius, Toppi, Schuiten, Breccia, ecc. Ma anche un S. Diego raccontato dalle birre post festival pescato in rete o un Trottolino recensito da un Peruzzo ottenne, Terenghi perché Pedrito el Drito è pop (art), e la morte di Mary Jane perché lì cambia il mondo.
E le parole della critica? Certo, hanno scritto cose Panzeri, Di Nocera, Bruni, Brunori, Corradi, Ginevra, figure note che leggete o  incrociate ancora oggi. Ma di Rudy Bona che vi scrive prima di un fumetto del 1501 in S. Maria Novella, poi di Klee affiancato a Paz, Pratt, Mattotti, Calligaro, Renzi, e infine di Breccia in compagnia di Zappa, Fellini e Cathy Berberian uniti contro l’idiozia commerciale, vogliamo parlarne? Di Mele che si inventa stronzate di metallo e padelle in morte di Kirby, e Brancolini che usa la morte di Galep e lo Zecchino d’oro per attaccare Berlusca vogliamo parlarne? Degli spazi donati ad amici sagaci e di buona scrittura per uscire dal seminato vogliamo parlarne? Di recensioni da non lettori abituali di fumetti e di incursioni molto libere (Cotta, mi senti?) di lettori troppo abituali di fumetti vogliamo parlarne?
Di una cover rossa non casuale nel gennaio ’94 vogliamo parlarne?

Prima dei tre moschettieri

Lo so, non ho scritto una parola, ancora, su Maurizio, su Stefano, su Sandro. Loro che erano “solo” la spina dorsale su cui poggiava tutto il resto.
È che oggi vorrei poter costruire, avere in mano, un volume col meglio di quegli undici spillati costruiti per l’ultima volta possibile da lettore, pieni di fumetti e parole che io per primo avrei voluto leggere, pieni di fumetti e parole in parte non piccola ancora attualissimi. Darveli in mano, venticinque anni dopo, ricostruiti per avere un senso lontano dall’attualità, convinto della roba bella che contengono e per vedere l’effetto che fa.
Due cose ancora. La prima è che serve sapere che.
Niente si costruisce mai da soli. Senza due raffinati ed alti intellettuali di provincia come il mio amico Marco Leoni e quell’uomo dalla scrittura facile e felice e rimpianta che era Andrea Fenti, nei ruoli che collegano il cervello al cuore la mia creatura non sarebbe esistita.
E. Che.
Perché questo sia ancora un pezzo di un’autobiografia di un lettore da cucciolo può esser chiaro solo se arrivo a spiegarvi qualcosa di cosa significassero per me costruttore di rivista ma anche lettore, allora, Maurizio Ribichini, Stefano Fabbri, Sandro Staffa, i loro fumetti, alcuni volumi che nessuno ha mai fatto, persino una storia che non c’è più stata, ma.

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