If I Can't Dance, It's Not My Revolution

This Playlist Kills Fascists

«A tutti i comandi zona. Comunicasi il seguente telegramma: ALDO DICE 26 x 1 Stop Nemico in crisi finale Stop Applicate piano E 27 Stop Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga Stop Fermate tutte macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette Stop Comandi zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strade Genova-Torino et Piacenza-Torino Stop 24 aprile 1945.»

Nel 1995, per festeggiare per la cinquantesima volta la festa più bella di questo Paese, è uscito il disco Materiale resistente, prodotto dal Consorzio Produttori Indipendenti.Quel disco si apre con la voce di Mara Redeghieri degli Üstmamò: «Siamo i ribelli della montagna / Viviam di stenti e di patimenti / Ma quella fede che ci accompagna / Sarà la legge dell’avvenir». [PI]

Ho voglia di abbassare i toni, inserire la consueta nota di cazzeggio, sbracare nella playlist. Ma, benché QUASI sia un’area giocosa in cui tutte e tutti cerchiamo di concederci quanto più divertimento possibile, per festeggiare il primo compleanno, tra queste due date che più simboliche non si può, non riesco a non inserire canzoni che mi strappano il cuore. Avrei voluto straziarmi con Sesto San Giovanni, denuncia scagliata dai Gang contro l’alienazione indotta da lavoro, ma alla fine soffro di più (molto di più) con questa. [PI]

Ivan Della Mea canta L’Internazionale in tutte le versioni fatte da Franco Fortini. E questa canzone si trasforma progressivamente perdendo la connotazione di inno politico corale e acquisendo un’impronta forte di ribellione privata. [PI]

«This song is Copyrighted in U.S., under Seal of Copyright #154085, for a period of 28 years, and anybody caught singin it without our permission, will be mighty good friends of ourn, cause we don’t give a dern. Publish it. Write it. Sing it. Swing to it. Yodel it. We wrote it, that’s all we wanted to do.»

Nella notte tra il 25 e il 26 aprile del ’44 i partigiani della IV brigata di Giustizia e Libertà sono acquartierati in una grandia sulle Alpi Cozie. Sono in nove. Tra loro ci sono anche Nuto Revelli e Livio Bianco. Per ingannare l’immobile attesa, Livio comincia a intonare dei versi antimonarchici sull’aria di una canzonetta allora in voga (e oggi dimenticata), Poco a poco tutti gli altri gli vanno dietro, e alla fine, con qualche aggiustamento, viene fuori questa canzone che io amo nella versione che ne hanno fatta i Friser. [BB]

Io invece penso a come tutto è cominciato (o Quasi…). E così facendo riesco pure a salutare due amici, che in questo periodo di assenze e distanze può avere un senso. Uno, Alessio, canta. L’altro, Matteo, è l’autore del ritratto del primo, che vi appare nell’anteprima del pezzo. [FB]

Non ho mai chiarito a me stesso se il cinema di Ettore Scola mi piace oppure no. Però. In C’eravamo tanto amati, c’è però un momento che amo. Quando i tre amici si ritrovano fuori da un presidio davanti a una scuola – non ricordo, un’occupazione o qualcosa di simile – e cantano una canzone di quando erano partigiani. La canzone era stata scritta apposta per il film da Armando Trovajoli. Anche se postuma di quasi 30 anni è una delle più belle canzoni della resistenza italiana. [BB]

Il fascismo è un palo marcio a cui siamo tutti incatenati. ma se tiriamo tutti insieme, prima o poi crolla. questo il succo della più bella canzone di Luis Llach scritta nel 1968 contro il regime franchista. [BB]

Qualcuno, sicuro, metterà The Partisan di Leonard Cohen. e allora lasciatemi mettere la canzone che ispirò Cohen. [BB]

Boris immagina bene. Dal percorso di anglicizzazione del Complaint du Partisan, inno della Resistenza francese, Cohen, da bravo quebecois, restituisce una versione che appaia l’inglese e il francese in quello che è un canto di guerra vero e proprio che non la manda a dire a nessuno: i nazisti ammazzano, la lotta appare impari, nondimeno la Libertà con l’iniziale maiuscola la spunterà e i partigiani torneranno nell’ombra. Cohen segue una traduzione inglese intermedia che invece ci dice che torneranno dall‘ombra. Questo slittamento evoca non poca tristezza al pensiero di quanto, probabilmente, la direzione vera è stata la prima – verso l’ombra e non il contrario, almeno a giudicare dal mondo che ci circonda. Versione dal vivo dalla lunga stagione finale di tour permanente di Cohen, con musicisti stellari. Alla bandurria Javier Mas, monumentale. [LC]

Come dice Jello Biafra in questo live: ecco un pezzo che farà incazzare tanti rednecks e jocks che portano i loro atteggiamenti razzisti e rissosi agli spettacoli live dei Dead Kennedys. In pratica: quando la band realizza che tra i suoi fan ce ne sono alcuni che non gli piacciono per niente e glielo dice, senza mezzi termini. Un ottimo esempio, perché non ci siano strani fenomeni di appropriazione, ma anche per segnare la rotta – quando suonate dal vivo e vi rendete conto che ci sono fasci e nazi di mezzo, li mandate affanculo pari pari, così, senza sconti. Non è che gli fate l’occhiolino – li sfanculate senza pietà. OK? [LC]
[non è possibile inserire nell’articolo la versione che scelta da Lorenzo per le regole di pubblicazione youtube: se ti interessa, va’ a vederla QUI]

Un po’ una messa in musica di Homage to Catalonia, un po’ di memorie di combattenti gallesi nella guerra di Spagna, di gran lunga il pezzo di maggior successo degli altrettanto gallesi Manic Street Preachers. Il titolo viene da un poster repubblicano dell’epoca in lingua inglese, ma il monito sembra cadere nel vuoto a novant’anni di distanza, mentre si tollera sempre di più e sempre di peggio. E forse non è neppure tolleranza. Wikipedia ci racconta l’episodio grottesco del British National Party che ha usato il pezzo in una campagna mediatica che aveva come obiettivo polemico le politiche di multiculturalismo a Londra. Peccato che uno dei versi del pezzo reciti: «If I can shoot rabbits / I can shoot fascists». Possiamo anche ridere, ma è proprio il combinato disposto tra stupidità e fascismo a creare un cocktail pericolosissimo. [LC]

Se la melodia di Bella Ciao viene da non si sa bene dove all’interno del tessuto ancestrale klezmer, può avere un suo senso riproporla nella versione di un tizio di Sarajevo che attinge a piene mani alla tradizione musicale gypsy. Reietti gli ashkenaziti, reietti questi altri. Ai tempi della Resistenza fu Fischia il Vento ad aver maggiore fortuna, ma la melodia era quella della canzone popolare russa Katjuša e quindi porta un’aura di mistero musicale assai più ridotta (Marc Ribot le ha rimesse insieme in un unico album Songs of Resistance 1942-2018 con Tom Waits che canta Bella Ciao e Meshell Ndegeocello che fa una versione in inglese di Fischia il Vento). Nel video del live di Bregovic il ritmo è decisamente sbuffa-balla-e-suda inframezzato a rallentando pieni di tristezza e struggimento e il mix ci può stare, senza sacrilegi. Fa la sua comparsa tra le quinte, tra l’altro, anche un Eugene Hutz che è sempre una apparizione simpatica. [LC]

C’e’ stato un tempo in cui avevo un’ossessione per Marco Paolini e il suo teatro. Stranamente, soprattutto considerata la mia provenienza geografica, non fu con lo spettacolo dedicato al Vajont, bensì con quello dedicato alla tragedia di Ustica. Fu innamoramento immediato, che crebbe con le sue storie autobiografiche che mi fece fare in parte pace con la mia città di nascita, attribuendo una sorta di alone quasi mitico. Poi il tempo passa, le passioni – come molte cose – si smorzano, probabilmente complice anche uno spettacolo teatrale visto qualche anno fa che mi presentò un autore un po’ distante dal mondo (lavorativo) che voleva rappresentare, probabilmente “incrostato/imprigionato” nella sua figura. Comunque, nel periodo dell'”amore folle”, uscì il CD Sputi, realizzato assieme ai Mercanti di liquori, un disco cantato e parlato, in cui si mescolano tante delle sue passioni (letterarie). Il pezzo Sette fratelli è tra quelli che mi entrò subito dentro e che mi rimescola ancora adesso per quello che riesce a rappresentare con poche parole. E nonostante tutto, anche ora a sentirlo dire «Ettore, vien casa… i fassisti!», con quella cadenza veneta che cerca di riprodurre quella emiliana, mi si apre il cuore di emozione. [OM]

Il 25 aprile 1974, in Portogallo comincia la rivoluzione dei garofani contro il regime fascista di Salazar, morto da quattro anni ma il cui regime, a differenza di quello franchista, gli era sopravvissuto. Il segnale che diede il via all’insurrezione di Lisbona fu una canzone trasmessa alla mezzanotte in punto da Rádio Renascença. La canzone era questa. [BB]

Ci ho pensato un po’ prima di scegliere le canzoni per questa Playlist perché ne volevo trovare di recenti. Ma non mi è stato possibile. Nessuno scrive canzoni sulla resistenza né canzoni resistenti, al di fuori dei soliti noti (poco in realtà) che comunque, se va bene, sono appena sotto i cinquant’anni. Non ho trovato pezzi rap, hip hop o trap, non dico sulla resistenza o sui partigiani, ma almeno contro il fascismo (spero comunque di essere smentito alla svelta). C’è poco da fare: in Italia è normale essere fascisti, inneggiare al duce, alzare braccia tese, rimpiangere il ventennio. Per questo, credo, chi fa musica a grande diffusione non tocca mai l’argomento, nemmeno se si considera antifascista. Perché sa che almeno metà dei suoi potenziali ascoltatori è fascio e non può rischiare di perderli. Ma è sempre più evidente che la resistenza e il 25 aprile non sono storie di ieri. Perciò torno ad ascoltare quei soliti noti che ormai hanno cinquant’anni e più. [FP]

…E anche la ripresa col Bersagliere. [FP]

Le storie di ieri é comunque il titolo di uno dei rari brani (rari anche allora, nel 1975) che due “big” della musica italiana hanno dedicato al delicato tema del fascismo che non è mai scomparso, ma che ha semplicemente smesso la camicia nera in cambio del doppiopetto parlamentare. Il pezzo è di Francesco De Gregori dal disco Rimmel, ma lo stesso anno l’ha inciso anche Fabrizio De Andrè in Vol. 8, cambiando però alcune parole. Complessivamente è più bella la versione del secondo, ma quella dell’autore originale conserva qualche momento più tagliente. In nessuna delle due è però rintracciabile la frase cambiata che si dice cantasse De Andrè dal vivo, probabilmente sbronzo: invece che “il gran capo ha la faccia serena”, “Almirante ha la faccia da culo”. [FP]

È fin troppo facile, ma Bruce Springsteen che fa We Shall Overcome con The Seeger Session Band, con la sua voce nasale e la sua chitarrina arpeggiata per me è festa della liberazione. Cammineremo mano nella mano, un giorno: brrrrrr, che emozione incontenibile. [AS]

E più facile ancora è ricordarsi dei Chumbawamba che fanno Bella ciao, con la loro pronuncia ridicola. Incredibile come questa canzone sia diventata mondiale: l’hanno suonata qualche giorno fa anche ai funerali di Jovan Divjak, Zio Jovo, il comandante serbo delle forze di difesa di Sarajevo che si è sempre definito Bosniaco, non “di Sarajevo”. [AS]

E per ultima una canzone di Adam & The Ants, quando ancora lui era splendido, dandy, potentissimo, bipolare in up, e mi ha regalato pellerossa, pirati e briganti di strada: parlava di orgoglio e diversità con la sfrontatezza di un principe (charming). Io avevo 16 anni e lo ascoltavo e sognavo proprio la libertà, come regina delle frontiere selvagge, perché soffrivo di secoli di addomesticamento. A new royal family, a wild nobility! Senza vergogna, tamburi, cori, popoli di formiche ribelli… [AS]

Per questi due 25 aprile pandemici, gli Archivi della Resistenza di Fosdinovo hanno organizzato due lunghe maratone video con decine di artisti ad animarle. Entrambe le giornate sono state anticipate da una cantata collettiva a distanza, alla quale ho avuto il piacere di partecipare. L’anno scorso era Bella ciao, quest’anno è Fischia il vento. [FP]

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