QUASI

Tre a uno

La cosa più difficile (e in qualche modo anche la più divertente) quando devi dare forma a una periodizzazione storica è stabilire le date di inizio e di fine di quel periodo. Ogni scelta è sempre sindacabile ma non può essere, in alcun modo, arbitraria. Ogni pietra miliare che se ne sta lì, piantata da te, a stabilire quando il periodo che hai messo al centro della tua analisi comincia o finisce, deve essere adeguatamente argomentata.
In un saggio che ho scritto nel 2019 fisso quale data di inizio degli anni Ottanta il 1979 con l’uscita nelle sale di Alien di Ridley Scott. E mi sono divertito a fissare, in una sorta di paradosso escheriano, come anno terminale del decennio precedente il 1982. L’intero saggio mi è servito ad argomentare i motivi per cui quella dell’uscita di Alien sia la data d’inizio del periodo in cui si è formato il nostro attuale immaginario. Molto più facile sostenere, quasi non serve dimostrarlo, che il 1982 sia stato la porta d’uscita degli anni Settanta.

Il 1982 è evidentemente una soglia.
Pensaci. A settembre negli Stati Uniti escono, a distanza di pochi giorni, due film che chiudono definitivamente con il cinema del decennio precedente: E.T. di Steven Spielberg e Blade Runner di Scott. In Italia arriveranno a ottobre. Ad agosto, anche loro a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, vengono commercializzate per la prima volta due novità tecnologiche che cambieranno per sempre il nostro modo di fruire i prodotti culturali: il Commodore 64 e il CD. Il 30 novembre ci piomba nelle orecchie un album che, per quanto già allora ci atteggiassimo a snob, cambia per sempre la nostra concezione del pop: Thriller di Michael Jackson. Anzi, ci introduce per la prima volta proprio nella vera essenza del pop. Che sarà la cifra del decennio alla fine del quale avremmo compiuto 20 anni.

Sì, perché Paolo e io nel 1982 avevamo tutti e due quattordici anni. Queste cose le vivevamo senza capirne subito l’importanza storica, come i cittadini dell’Impero Romano d’Occidente che mica era consapevoli nel 476 d.C. di star assistendo al suo crollo. Erano cose che accadevano e le vivevamo con la superficialità degli adolescenti.
Però nel 1982 accadde un’altra cosa decisamente rilevante, e quella, pur vivendola ognuno dei due a modo proprio – Paolo ad esempio dice che del calcio non gliene frega niente… in realtà anche a me non interessa molto, mi appassiona solo come metafora sartriana (no, non temere, adesso non mi parte una sbrodolata sul primo tomo della Critica della ragion dialettica dove Jean-Paul Sartre usa abbondantemente il calcio per spiegarci i rapporti tra libertà e individuo nelle dinamiche dei gruppi sociali) e all’epoca dei miei quattordici anni lo usavo proprio per gestire la mia presenza nel gruppo sociale in cui avevo deciso di gestire la mia individualità e la mia libertà…

Ecco ho perso il filo, perché non mi hai richiamato all’ordine?

Dicevo: nel 1982 accadde una cosa la cui rilevanza, pur vivendola ognuno di noi in modo diverso, non ci sfuggì. Non poteva sfuggirci, perché quando 40 secondi dopo la fine del tempo regolamentare Nando Martellini, che stava facendo la telecronaca di Italia – Germania dallo stadio Bernabeu di Madrid, dove si giocava la finale dei Mondiali di Spagna, grida: «Palla al centro per Müller, ferma Scirea, Bergomi, Gentile… è finito! Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!», per le strade della penisola scoppia il finimondo. Era l’11 luglio del 1982, poco dopo le 21 e 30 e l’Italia allenata da Enzo Bearzot si ritrovava Campione del Mondo dopo un mondiale cominciato non sotto i migliori auspici, ma che era andato in crescendo dalla splendida partita giocata ai quarti contro il Brasile e vinta per 3 a 2, fino alla dirompente semifinale disputata contro la Polonia e finita 2 a 0.

Proprio a proposito di quella partita contro il Brasile, che riaprì le sorti del mondiale, Paolo Rossi raccontò che al termine, mentre la folla esultava per la vittoria che ci avrebbe portato a incontrare la Germania, pensò: «Guardavo la folla, i compagni e dentro sentivo un fondo di amarezza. Adesso dovete fermare il tempo, adesso, mi dicevo. Non avrei più vissuto un momento del genere. Mai più in vita mia. E me lo sentivo scivolare via. Ecco: era già finito».
Probabilmente senza saperlo si rivelava camusiano, interpretando il calcio (la sua vita) come chiave di lettura della verità della vita stessa. Però in questo frangente, mi dispiace doverlo ammettere – perché lo sai che la mia simpatia va tutta ad Albert Camus – la verità della vita non c’entrava proprio nulla.
Mai come quell’ 11 luglio 1982 il calcio fu sartrianamente metafora della realtà e quella gioia effimera per la vittoria si rivelò ben presto per quello che era, il canto del cigno di ogni gioia e di ogni rivoluzione. Quella sì, finita per sempre insieme al decennio e alla generazione che l’aveva tentata.

Purtroppo o per fortuna stavamo già negli anni Ottanta, te l’ho detto che sono iniziati nel 1979, ricordi?, e come ci avrebbe promesso Balde Runner, che da noi – te l’ho già detto? – uscì nell’ottobre, avremmo visto cose che le generazioni precedenti non potevano nemmeno immaginarsi.

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