Come ogni boomer che si rispetti, se ho una paturnia la scrivo su un social. Potrei tenermela e trasformarla poi in un articolo per (Quasi). Magari un post-it, ché l’editore webmaster ci ha fatto quella bella striscia in home page ed è la parte più statica di un sito che, tutto sommato, è bello dinamico.
Bando alle ciance, cerco di rimediare al mio atteggiamento inopportuno. Che poi, ci tengo, non sono neanche un boomer. Sto in quella terra di nessuno che si chiama Generazione X.
A un certo punto, durante l’agosto appena passato ho comprato “Linus”, come faccio quasi tutti i mesi, e, invece di sfogliarlo, mi sono perso nella copertina. Che è questa.

Ero seduto su una panchina al parco, perché il fatto che non sia un boomer mica mi libera dalla vecchiaia, e l’ho fotografata. Poi, inforcando gli occhiali e cercando di spippolare i tastini giusti, ho condiviso quella foto, con questo commento:
«È giusto. Una rivista che ha attraversato sessant’anni di storia deve cambiare continuamente nello strenuo tentativo di sopravvivere a sé stessa e alle relazioni che intreccia con il mondo e con i suoi lettori. Questa copertina, per esempio, dice tantissimo dell’attuale forma di “Linus”.
Certo, una copertina dedicata a Sio è assolutamente coerente con la storia del mensile milanese. Ma scegliere di mettere il ritratto di un autore, che ha come cifra stilistica la semplificazione assoluta del segno e del racconto, significa che, oggi, per “Linus” gli individui riconoscibili, presenti nel mondo e nelle reti sociali, sono molto più importanti delle loro opere. Che è meglio esaltarsi per il viso sorridente di un autore (uso il maschile non a caso) che per i suoi film, i suoi fumetti, i suoi romanzi, le sue canzoni… Quelli, al massimo, diventano cornice.
Una rivista così mi dà fastidio proprio dal punto di vista ideologico e progettuale. La compro, certo. Dentro ci sono anche delle cose che mi piacciono molto. Ma la guardo con sospetto, la sfoglio con insofferenza.
A proposito di Sio, mi pare proprio che la sola rivista di fumetti in edicola, capace di portare un’idea assimilabile a quella della “Linus” (e delle riviste) che ho amato, sia “Scottecs Gigazine”. Quella la tengo tra le mani senza imprecare.»
E senza vergognarmi, avrei voluto aggiungere. Perché sfogliare “Linus” oggi mi fa sentire più vecchio di quanto mi produca il chiedere all’edicolante un paio di quotidiani. Nei commenti a quel post, mi si è fatto notare che ho peccato di enorme semplificazione. Che il ritratto in copertina, indipendentemente da Sio, è la cosa che dà forma oggi alla rivista. Ogni numero ha una corposa sezione monografica dedicata all’autore ritratto (uso il maschile non a caso, di donne ce n’è – e forse sbaglio per eccesso – una l’anno).
Questo discorso merita un approfondimento. Come di consueto la prendo un po’ alla larga. Una decina di anni fa ho pubblicato, con Rizzoli Lizard, un libro dedicato al mezzo secolo di quella rivista: Linus: Storia di una rivoluzione nata per gioco. Per raccontarla mi sono concentrato quasi esclusivamente sul periodo della fondazione. Ho parlato di Milano, dell’Italia del post Miracolo, delle tensioni sociali e culturali che hanno attraversato gli anni Sessanta e dell’incredibile clima di cazzeggio che ha generato “Linus”. Mi sono concentrato sulle figure di Giovanni Gandini e di tutti quelli che gli si muovevano attorno. Mi sono divertito molto. Il volume si conclude quando la casa editrice viene venduta a Rizzoli e la direzione passa a Oreste del Buono. Ho inserito, come epilogo del libro, una lettura di quella rivista come spettro attraverso il quale leggere Milano e, forse, l’intero paese. Ne copio uno stralcio.

La capacità di «Linus» di raccontare l’Italia rischia di diventare una metafora pericolosa che ha un vago sapore reazionario. Il giornale di Gandini, devoto a pratiche oziose e pervaso da un animo un po’ snob appena celato dalla grande simpatia e intelligenza, è un meraviglioso specchio in cui si riflette Milano: una città che riemerge dal miracolo economico con una nuova classe di intellettuali. Hanno simpatie a sinistra, sanno come affiancare letture alte e basse per ottenere diverse sfumature di divertimento, frequentano salotti come quelli raccontati da Valentina di Guido Crepax, ma sono consapevoli della voglia di cambiare degli studenti, dell’acquisita conoscenza politica dei giovani, di una rinata sensibilità femminile, amano il teatro e hanno voglia di giocare.
Dopo piazza Fontana, Milano diventa un posto in cui si respirano tensioni. OdB col suo giornale cattura le fratture interiori della città, le racconta e le analizza rendendole evidenti a tutti: da una parte il movimento studentesco e operaio che rivendica trasformazioni, dall’altra un Paese spaventato dalla strategia del terrore. Tutte queste persone hanno diritto di informarsi, di condividere le proprie idee e di farsi una sana e intelligente risata, leggendo alcuni dei fumettisti più bravi del modo.
Il riflusso conduce agli anni Ottanta e alla «Milano da bere». Per resistere, “Linus” si restringe e acquisisce solidità. Cerca di dare sicurezza ai lettori, fornendo idee e concetti ripetuti e già sentiti. Il pubblico di “Linus” trova, in quelle carte, sicure e immutabili certezze e, qualche volta, addirittura speranze.
L’ultimo periodo di «Linus», sempre identico a se stesso e poco interessante, rischia di essere un epilogo assai duro. Un giornale incapace di cambiare, di raccontare il presente, di attrarre un pubblico di giovani. Un giornale che decide di rinunciare al dialogo con i lettori rimuovendo la rubrica della posta. Un giornale che si perde tra i flutti, alla deriva, in un mare immoto.
La Milano che vivo non è così. Il patto stretto tra “Linus” e la città si è rotto e non abbiamo più una mappa che, ogni mese, ci ricorda la strada percorsa e quella che resta da fare.
Per capire che cosa sta succedendo attorno a noi ci tocca voltare le spalle alle edicole e, anche se a malincuore, guardare altrove.
E “Linus”, nel decennio trascorso dall’uscita di quel libro, ha effettivamente imparato a guardare altrove. La direzione di Igort è stata improntata fin dall’inizio all’identificazione di un nodo tematico capace di fornire un nucleo attorno al quale sviluppare un discorso critico. Dopo un paio di anni, la rivista ha iniziato a concentrarsi unicamente su individui capaci di fornire le coordinate di un immaginario apparentemente molteplice: un regista, un fumettista, un musicista, uno scrittore… Nella scelta dell’eroe da mettere in copertina, con un ritratto che ne mostra con chiarezza le fattezze, si cerca, ovviamente, di enfatizzare la vendibilità del prodotto. Ma è proprio la scelta dei volti a inquietare. Fammi fare un elenco: Hayao Miyazaki, CCCP, Gigi Riva, Akira Toriyama, Zendaya, Corto Maltese, Escher, Alien, Star Trek, Paolo Sorrentino, The Joker, One Piece, Elvis Presley, Oliviero Toscani, Paolo Villaggio, Luca Guadagnino, Hayao Miyazaki, Kentaro Miura, il vampiro, Sio.
Non so tu, ma io – tra complimorto, ricorrenze, riesumazioni e strizzate d’occhio – mi sento come se mi stessi aggirando per le sale di un museo delle cere per boomer che si tengono informati scorrendo reel su Instagram. Non sono un boomer, ma quasi. Sono un X. Mi separa da quella generazione una manciata d’anni. Ma se io – non così distante anagraficamente da Igort – mi sento lontanissimo da questa enumerazione di santi, ritratti e raccontati a metà tra l’agiografia e l’ex voto, come si deve sentire un Millenial? E uno Z? E un Alpha?
Se la mia lettura di “Linus” come metafora di Milano ha un fondo di verità, mi chiedo cosa mi stia dicendo del momento presente quella rivista. Milano è un paese per boomer, completamente assoggettato alla mipiacecrazia, che misura l’ampiezza dei propri passi sulla durata dei reel?
Non voglio crederci.

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).