UNO. La chiave scivola, senza esitazioni, nella toppa. Due giri e la porta si apre. Mi accoglie l’odore di casa. Le pareti foderate di libri danno al mio mondo un profumo al quale non posso rinunciare. Muoversi lungo le mensole accarezzando la carta. Ne sfilo uno. Solo pochi centimetri e godo della scarica di emozioni inanellate che parte dai polpastrelli e si infigge nell’ipofisi. Il rientro è anche quello.
Boris, al suo meglio, si incazza con chiunque inneggi al potere salvifico della lettura. Per essere davvero efficace, il mio amico dovrebbe provare a spiegare i motivi che scatenano l’Erinni che giace nel torpore del suo torace da intellettuale emaciato. In realtà qualche volta ci prova, ma quel tentativo ci conduce, con geriatrica cadenza, nella sfera dell’incontinenza: a lui scappa la pulsione ontologica e a me scappa il vaffanculo.
Anche a me infastidisce molto chi inneggia al libro come strumento di guarigione: una supposta per l’anima che ti fa passare le pene del vivere. Ma va’ a cagare! E trovo insopportabile chi individua nella forma in cui è stata espressa una storia la chiave per determinare una gerarchia di valori. È la consueta idiozia che ci spinga ad attribuire un numero ordinale alle arti. Anzi, alle Arti: Tutte meritevoli di una maiuscola! Al primo posto l’Architettura e, a seguire, la Scultura, la Pittura, la Musica, la Poesia (e la Letteratura, in generale), la Danza, il Teatro (e il Cinema, che appaiato all’altro gode della settima posizione), la Radio/Televisione (pure loro, sono l’Ottava Arte, ma restano umili e non si vantano), e buon ultimo il Fumetto (che felice della sua posizione in fondo alla classifica, mostra tronfio la targhetta con su scritto “Nona Arte”, in attesa di essere retrocesso a una serie minore). Ho già detto «Ma va’ a cagare!»?

DUE. Vivo nelle storie. Sono convinto siano la cosa più simile a un dio che possiamo avere. Ne godiamo e, subito, vogliamo dirle, cambiarle, mescolarle, contaminarle. Ma mica ci salvano le storie. Si limitano a dirci che siamo. Che esistiamo. Le costruiamo, vivendole e modificandole, inventandole nei fatti, e, poi, ci crediamo. Ci convinciamo che ci abbiano fatto loro. Che ci abbiano creati, curati, salvati. Proprio come facciamo con gli dèi. E, in fondo, pure quelli sono storie.
Il rientro impone l’identificazione di almeno un buon proposito. Quello di quest’anno, per me, è non lasciare che le storie che hanno provato a entrarmi dentro restino inascoltate.

TRE. Carlotta, otto anni, mi porta al cinema. Decide che film vedremo. Ho il diritto di esprimere un’opinione che rimarrà inascoltata. In almeno un’occasione, mi ha concesso un veto. In settembre, finora, abbiamo visto: I Puffi: il film, ennesimo reboot cinematografico statunitense della serie, ed ennesima porcata insultante per grandi e piccini; Grand Prix una robaccia tedesca fatta da gente molto più ingenua del suo pubblico; e Troppo cattivi 2 prodotto da Dreamworks e diretto da Pierre Perifel con JP Sans, l’unico che meriti la menzione di alcuni degli individui che lo hanno fatto.
Escono ogni anno decine di film d’animazione. Nella quasi totalità dei casi sono schifezze immonde. Perché dovremmo illuderci che il Teorema di Sturgeon – che dice che nel 90% dei casi qualsiasi produzione umana è merda – sia più clemente con i bambini. In fondo l’educazione è il sistema malato che generazioni sconfitte mettono in atto per perpetrare il loro sistema di valori malato. Quella cosa che ci permette di giudicare malamente chi è più giovane di noi, perché non ha raccolto la nostra eredità e i nostri insegnamenti.
Infatti, i film per bambini sono indistinguibili da quelli destinati agli adulti. Schifezze reazionarie che insegnano a diventare elettori responsabili, alla ricerca di quella singola caratteristica che ci renderà cittadini utili alla struttura sociale, economica, produttiva, militare. Per fortuna che, di tanto in tanto, esce un Troppo cattivi 2. Un film che fa ridere e che mostra che, solo quando ti va bene, a governare il mondo c’è un cattivo buono. Negli altri casi, i cattivi buoni devono agire nell’ombra, nascondendosi ai cattivi cattivi.


QUATTRO. In libreria è tornato Buonanotte, Punpun di Inio Asano. Non se n’era mai andato, ma questa nuova edizione, in formato più grande e con più pagine in ogni volume, mi dà vero piacere. Mi piace molto l’idea di poter alternare la lettura di Mujina Into the Deep, l’ultima serie di Asano, con questa rilettura. Per ragioni tutte mie, mi ero convinto che Asano e Taiyo Matsumoto fossero coetanei. Tra i due ballano tredici anni. Una differenza di età che, pur non essendo proprio una generazione, è comunque ragguardevole. Mentre usciva Tekkon Kinkreet, Asano aveva tredici anni. E allora, mi sento meno in colpa mentre leggo Mujina, con i corpi in caduta in una città a sviluppo verticale, a sentire continue dichiarazioni d’amore a un altro gigante del fumetto nipponico. Se non hai mai letto Buonanotte, Punpun, sei stato baciato dalla fortuna. Procuratelo e godine.

CINQUE. Infine, sul “Comics Journal” online c’è il nuovo capitolo del seguito di “War on Gaza” di Joe Sacco. Sono due pagine uscite in francese per “Le Monde Diplomatique” e qui proposte in inglese. Che bello, ai tempi del “graphic novel”, quando i fumetti non si vergognano di essere belli con sole due pagine a disposizione: “L’angelo ride”.
SEI. Buon rientro.

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).