Rea Irvin, l’uomo che disegnò lo stile

Paolo Interdonato | Disegnetti per perditempo |

Hai mai visto Histoire de monsieur Jabot di Rodolphe Töpffer? È una storia che mescola parole e immagini in un modo indistinguibile dal fumetto, realizzata dal pedagogista svizzero nel 1831 (per gli studenti, pare). Töpffer era un tipo poliedrico ed eclettico: insegnava, disegnava, scriveva, viaggiava. Spesso tutto insieme. Monsieur Jabot è la prima delle storie che il ginevrino, assecondando varie insistenze (alcune, sembra, assai autorevoli), decide di pubblicare, nel 1833. Diventa così, quasi involontariamente, uno dei padri fondatori del fumetto. Di quella forma narrativa (che avrà un Big Bang industriale oltre centocinquant’anni dopo, negli Stati Uniti) diventa anche il primo teorico. Nella prefazione a quel primo fumetto, scrive: «Questo libricino è di natura mista. È composto da disegni autografi al tratto. Ogni disegno è accompagnato da una o due righe di testo. I disegni, senza il testo, avrebbero un significato oscuro; il testo, senza i disegni, non significherebbe nulla. L’insieme forma una sorta di romanzo, tanto più originale in quanto non assomiglia né a un romanzo né a qualcos’altro.»

Ma oggi non ti voglio dire della sintesi cui Töpffer giunge per dare una forma rotonda al mezzo espressivo che sta fondando. Mi interessa proprio guardare il corpo dell’eroe, la figura di monsieur Jabot: la giacca stretta in vita che si allarga sul bacino, le spalle allargate dal taglio dell’abito, le mani sui fianchi, le gambe divaricate strette nei pantaloni, il naso generoso puntato di lato a scrutare un punto lontano. Per mettere in evidenza le fattezze del suo personaggio, Töpffer reitera periodicamente un quadretto: «Dopodiché, monsieur Jabot si rimette in posizione». Questo evento ripetuto lungo tutto il racconto, che si estende per 54 pagine, ha la cadenza di un tormentone: Jabot è un dandy modaiolo, uno sbruffone, sempre in posa, che si ammanta di ridicolo.

Quando un anno dopo, nel 1834, il disegnatore James Fraser pubblica, nell’undicesima edizione dell’Enciclopedia Britannica una caricatura del conte Alfred Guillaume Gabriel Grimod d’Orsay, incarnazione dell’attenzione alle mode e al dandysmo, la posizione che sceglie per la sua vittima è esattamente la stessa. Non voglio suggerire che Fraser conoscesse Töpffer – non ho dati al riguardo e mi sembra decisamente improbabile – ma mi pare evidente che quella rappresentazione del dandysmo – e anche un po’ della stupidità – sia una espressione lampante dello spirito dei tempi.

Ora, sappiamo che quella caricatura ha influenzato direttamente la nascita di un’icona newyorchese: Eustace Tilley. Il 21 febbraio 1925 esce il primo numero di “The New Yorker”, un settimanale che offre ai suoi lettori una miscela di giornalismo, saggistica, critica, narrativa e umorismo. Ha uno stile estremamente riconoscibile: copertine illustrate e articoli lunghi e approfonditi, spesso firmati da nomi importanti. Quello stile è frutto di una progettazione accurata fin dalle origini. Una testata inconfondibile, rimasta quasi immutata in cent’anni, e una selezione tra i migliori illustratori al mondo a gridare bellezza dagli espositori.

La copertina del primo numero è perfetta: c’è un personaggio – poi battezzato Eustace Tilley – che per decenni tornerà nel numero dell’anniversario, e dal 1994 in versioni reinterpretate, che pare essere proprio l’incarnazione dell’attenzione alle mode e al dandysmo.

Quel primo disegno, come la grafica della testata e dell’intera rivista, è firmato da Rea Irvin, di fatto il primo art director del settimanale.

Irvin, nato nel 1881, è stato uno di quei disegnatori sublimi dei quali, nonostante l’impatto sul nostro immaginario visivo, sappiamo veramente poco.

Nasce a San Francisco e frequenta un istituto d’arte per il minor tempo possibile. Gli bastano sei mesi al Mark Hopkins Art Institute per decidere che è più importante iniziare a lavorare come disegnatore, anche se nessuno pare disposto a pagarlo, che continuare a studiare. Lavora, senza retribuzione, per “The San Francisco Examiner”, “The Honolulu Advertiser” e “The San Francisco Evening Post”.  Siccome per comprarsi le scarpe e il formaggio bisogna trovare fonti di reddito, Irvin fa l’attore itinerante per il teatro e il cinema (ruoli secondari e comparse), l’illustratore pubblicitario e il pianista dove serve. Nel 1906 abbandona la West Coast e si sposta a est, fino ad approdare a New York. Qui finalmente inizia a illustrare con regolarità. Trova anche un incarico da art director per una rivista umoristica che si chiama “Life” (e che non deve essere confusa con il settimanale storico statunitense che, benché nato nel 1883, non aveva tempo e voglia di far causa a una rivista minore poco fantasiosa con i titoli). Quando viene licenziato da “Life”, Irvin inizia a lavorare con un gruppo di persone che sta pensando un nuovo periodico: si tratta di “The New Yorker”. È convinto che quel progetto strampalato possa durare appena una manciata di numeri. Dopo aver disegnato la copertina del primo numero, ne realizza altre 168, tra il 1925 e il 1958. Irvin muore nel 1972. “The New Yorker” gli sopravvive abbondantemente e continua a uscire con cadenza da metronomo.

Rea Irvin non è solo un ottimo copertinista: realizza anche cartoon e illustrazioni interne. Perfino la font di testata e titoli, oggi nota come “Irvin Type”, nasce dalle lettere dell’incisore Allen Lewis, che Irvin adotta come base e completa, dando al giornale il suo carattere riconoscibile.

A detta di James Thurber (che è un altro illustratore straordinario di cui ti dico un’altra volta): «L’inestimabile Irvin, artista, ex-attore, uomo divertentissimo e viveur, ha fatto più di chiunque altro per sviluppare lo stile e l’eccellenza dei disegni e delle copertine di “The New Yorker”. La sua presenza è stata la ragione principale e più luminosa per la quale i cartoon della rivista, nei primi due anni, sono stati di gran lunga superiori alla prosa umoristica.» Ed è probabilmente questo il motivo per cui le vignette di “The New Yorker” hanno cambiato radicalmente la nostra idea di cartoon.

Ma perché ti parlo di Rea Irvin oggi, nei giorni del rientro settembrino?

Irvin è stato anche un fumettista in un paio di occasioni.

Tra il 15 giugno 1930 e il 25 ottobre 1936 realizza le pagine domenicali della serie The Smythes per “The New York Herald Tribune”. Si tratta di pagine con tono da commedia che raccontano le vicende private di una famiglia borghese (padre, madre, due figli e un cane) costretta a dibattersi tra le difficoltà indotte dalle oscillazioni dell’economia statunitense (Grande Depressione compresa). Quelle pagine sono gioielli di equilibrio grafico che non dovremmo mai stancarci di guardare. E, da metà dicembre, potremo sfogliarle con tutta l’attenzione che meritano grazie a un volume in uscita per New York Review Books. Sul sito dell’editore sono riportate alcune di quelle pagine: guardale e godi.

Ti ho dette che le esperienze di Irvin con il fumetto sono state un paio. La seconda è anche più divertente ed esemplare, ma, purtroppo, non possiamo sollazzarci. Il 27 giugno 1943, “The New York Tribune” pubblica la prima pagina della parodia supereroica Superwoman, firmata da Irvin (e disegnata con quel segno e quella consapevolezza compositiva della pagina). Purtroppo, National Periodicals (che qualche tempo dopo si sarebbe chiamata DC), proprietaria di Superman, ha già registrato quel nome. Le lettere degli avvocati arrivano immediatamente e quella prima pagina di Superwoman è la sola disegnata da Irvin che possiamo guardare.

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