C’è chi dice che la grandezza di un manga si misuri dalle sue tavole d’azione, chi dalle sue idee narrative. DanDaDan, invece, sembra voler dimostrare che tutto può essere misurato anche dal numero di parolacce sputate nei balloon. Perché se Yukinobu Tatsu ha deciso di costruire una storia in cui alieni con manie bizzarre e spettri vendicativi convivono nella stessa pagina, certo non poteva che usare un linguaggio altrettanto sgangherato, spinto e, a tratti, osceno.


La prima volta che ho aperto DanDaDan, mi è sembrato che tutta quella volgarità fosse solo un trucco per strizzare l’occhio agli adolescenti. Sarà perché non sono mai stato un grande fan della volgarità da cinepanettone o dei film di Pierino. Forse perché ho sempre detestato l’idea che il “dialetto” romano, abusato in certi film, dovesse ridursi a parolacce gergali sparate a raffica. Come l’ormai celebre «sticazzi» che, trasportato al Nord, perde ogni sfumatura originale – ovvero un insieme di indifferenza, scetticismo e leggero disprezzo ironico – e diventa una caricatura di quello che un vero romano direbbe con il suo inconfondibile e secco «me cojoni».
Poi ho parlato con mia figlia liceale – fan sfegatata di DanDaDan e dell’anime – e ho capito che quella che io vedevo come una semplice battuta scatologica per lei era invece autenticità allo stato puro.
Ed è stato in quel momento che, da cinquantenne che ha sempre apprezzato il realismo linguistico di Pasolini nel raccontare la verità dei suoi borgatari romani, ho iniziato a vedere in Tatsu una coscienza simile nell’uso del linguaggio “sporco” per restituire autenticità ai suoi liceali giapponesi. La volgarità diventa così la colla che tiene insieme questo caos, il registro linguistico che rende credibile una storia assurda. Non è un elemento secondario: è grammatica pura. Come in una frase servono soggetto, verbo e complemento, qui servono azione, suspense e parolacce. Il linguaggio spinto emerge costantemente nei dialoghi e nelle gag visive, diventando parte dell’identità narrativa del manga e dell’essenza dei personaggi.


Gli insulti scandiscono il ritmo delle scene come farebbero i punti e le virgole in un testo scritto. C’è una cadenza precisa, quasi musicale: bestemmie minori, insulti creativi e improvvisi stacchi volgari che rompono la tensione nelle scene horror o aliene. L’effetto comico nasce dal contrasto tra toni seri e battute volgari, producendo sorpresa e alleggerendo i momenti di tensione. È come un controcanto: dove ti aspetteresti il silenzio glaciale, e poi arriva un secco «ma vaff…» e la paura si trasforma in risata nervosa.
La parolaccia diventa così un atto di resistenza: contro i mostri, contro la paura, ma anche contro l’idea che i protagonisti debbano sempre essere eroi composti e “puliti”. Se l’universo di DanDaDan è caotico, sporco, incazzato e invaso da creature che non hanno alcuna intenzione di rispettare il galateo, perché mai i protagonisti, allora, dovrebbero parlare in maniera educata?


Naturalmente, non sempre la formula riesce. Ci sono momenti in cui la battuta volgare arriva stonata, come se l’autore avesse deciso di riempire un vuoto narrativo con un insulto a caso. In quei passaggi, la comicità si inceppa e la volgarità rimane sospesa, quasi imbarazzante. È il rischio più grande di questa scelta stilistica: quando la parolaccia perde la sua funzione grammaticale e diventa solo ripetizione, l’intero meccanismo si incrina.
Ma anche nella sua ridondanza, DanDaDan resta coerente con sé stesso. Non tutti i fumetti devono essere educati, a volte il disagio fa parte dell’esperienza di lettura. E forse, in un mondo dove troppo spesso il linguaggio viene edulcorato e svuotato di ogni forza espressiva, la parolaccia di DanDaDan diventa davvero una forma di resistenza contro i mostri necessaria.


DanDaDan non è un manga che punta a piacere a tutti. È sfrontato, rumoroso, sboccato. Ma è proprio grazie a questo lessico sbilenco che riesce a emergere nella folla di Battle Shonen fotocopia. La sua volgarità è specchio della sua energia: a volte eccessiva, a volte disarmante, spesso irresistibile anche per un cinquantenne romano come me.
Laureato in archeologia del Vicino Oriente Antico alla Sapienza Università di Roma. Ha collaborato con diverse missioni archeologiche in Italia e all’estero (Siria e Turchia). Da sempre appassionato di fumetti, ormai quarantenne, decide di studiare sceneggiatura presso la Scuola di Fumetto Online di ComicOut. Ha all’attivo, nella veste di sceneggiatore, collaborazioni con diverse realtà editoriali, tra cui il settimanale Internazionale. Con Alessio Lo Manto crea i personaggi dellɜ archeologɜ Isa e Melano. I due appaiono prima su un breve articolo a fumetti per la rivista “Ex-NOVO Journal of Archaeology”, poi in alcune vignette per la Confederazione Italiana Archeologi e infine nel Graphic Novel «Diario di Scavo. Considerazioni finali» (Oblò-APS, 2021).
Moglie e figlɜ permettendo, continua a scrivere fumetti.