Eh, No! Quest’anno ad Angoulême non ci si va.
«L’edizione 2026 del Festival non potrà materialmente avere luogo, causa il venire meno delle appropriate condizioni».
Con questa formula anodina e sostanzialmente ipocrita, la mattina del primo dicembre 2025, 9eArt+ (la società che, dal 2007, organizzava e controllava praticamente in regime di monopolio il Festival International de la Bande Dessinée) annunciava che la 53a edizione del festival di fumetti culturalmente più rilevante d’Europa non si sarebbe tenuta. Avvenimento senza eguali, perché – se si esclude l’edizione del 2021 cancellata in seguito all’emergenza sanitaria dovuta al Covid – dal 1974 a oggi ogni fine gennaio è stata caratterizzata, per chi si occupa di fumetti, da quel primo appuntamento dell’anno.
«Il venire meno delle appropriate condizioni» è sostanzialmente il fatto che le due istituzioni che hanno sempre finanziato il festival con fondi pubblici, la municipalità di Angoulême e la regione della Charante, hanno deciso, in seguito alla polemica che da dopo l’estate è cresciuta in modo esponenziale, di sospendere i soliti finanziamenti. Lo hanno fatto adducendo la necessità che sia garantita la trasparenza nella loro gestione. Oh! Pare proprio che non avvenga proprio tutto tutto alla luce del sole. E i due finanziatori, che negli ultimi vent’anni hanno garantito l’esecuzione di quel festival, se ne sono accorti. Gente onesta ma non velocissima di comprendonio: meglio tardi che mai.
Il fatto, che i finanziatori pubblici si sono tirati indietro dopo aver fatto finta che tutto fosse regolare per quasi un ventennio, non è una cosa che stupisce e scandalizza. E non è la cosa più interessante di tutta la faccenda. Siamo gente di mondo, pur senza i canonici tre anni di militare a Cuneo, e immaginiamo benissimo come può funzionare la gestione di un evento culturale di tale portata, dove interessi pubblici e privati si fondono costruendo strutture burocratiche necessarie a eludere le responsabilità personali. È la gestione della cosa pubblica nei regimi democratici, baby.
La cosa interessante che emerge dalla vicenda la troviamo nella dichiarazione ufficiale dei finanziatori pubblici per giustificare la loro decisione di non arricchire più 9eArt+: «La società 9eArt+ è l’unico motivo per cui questa edizione del Festival è stata annullata. È riuscita a raccogliere contro di sé l’unanimità dei professionisti del settore, con il conseguente boicottaggio degli autori e degli editori e addirittura di alcuni dei partner commerciali più importanti.»
Capisci? Non gli hanno più dato i soldi mica perché 9eArt+ non rendicontava in modo trasparente l’uso che ne faceva. non glieli danno più perché una rivolta… «No, Sire, questa è una rivoluzione!» Va bene: Non glieli danno più perché una rivoluzione che ha unito fumettisti, editori e sponsor, ha portato la malagestione sotto lo sguardo dell’intero paese.
Tutto è cominciato il 23 gennaio dell’anno scorso quando, mentre buttavamo nello zaino l’ultima maglia termica (che ad Angoulême a fine gennaio fa sempre un freddo assassino) prima di prendere l’aereo per Bordeaux, è uscito il numero 938 del settimanale “L’Humanité magazine” sulle cui pagine, in una lunga inchiesta intitolata “Gros sous et mal-être: enquête sur un festival d’Angoulême en pleine dérive”, l’ottima giornalista Lucie Servin rendeva di pubblico dominio ciò che tutti sapevano ma facevano finta di no: la società di Franck Bondoux (9eArt+), che dal 2007 avrebbe dovuto collaborare con l’ente pubblico (partecipato dal comune e dal ministero della cultura) Association du Festival International de la BD d’Angoulême (AFIBD) per l’organizzazione e la gestione del Festival, in realtà lo controllava come fosse una sua proprietà: dalla selezione degli autori ospiti, all’allestimento delle mostre, fino alla cosa più importante: la vendita degli spazi espositivi e la gestione degli sponsor. I finanziamenti pubblici finivano in un circuito chiuso e controllato, la cui struttura finanziaria era così ramificata, attraverso subappalti interni, fatturazioni incrociate e spostamenti non giustificati (decisi unilateralmente dallo stesso ente che li aveva ricevuti) delle destinazioni dei finanziamenti pubblici, da renderne difficile il tracciamento fino alla destinazione finale.
Sostanzialmente il festival internazionale, finanziato con denaro pubblico, si era trasformato in una macchina commerciale controllata da una società privata cui il Conseil départemental de la Charente, ente che avrebbe dovuto farsi garante di come venivano spesi i soldi dei contribuenti, non ha mai chiesto – fino allo scorso dicembre – veri rendiconti.
Negli stessi giorni in cui pubblicava quella inchiesta, Servin portava all’evidenza della pubblica opinione – sulle colonne del quotidiano per cui scrive: “L’Humanité” – uno scandalo ben più grave: il licenziamento, da parte di 9eArt+, di una dipendente che aveva denunciato uno stupro avvenuto durante l’edizione 2024. Questo episodio ha fatto esplodere critiche sommerse da anni su un ambiente di lavoro “tossico” e privo di garanzie.

C’è da dire che gli autori da anni lamentavano questa situazione di opacità e precariato con cui la società di Bondoux gestiva il festival. Negli ultimi mesi, in seguito alle inchieste di Servin e alla polemica montante, circa 400 autori e i principali editori francesi (tra cui giganti come Dargaud, Dupuis e Glénat) hanno annunciato che non avrebbero partecipato all’edizione 2026. Senza gli autori e le novità editoriali, ovviamente, il festival ha perso la sua ragion d’essere, ma questo non aveva ancora fatto desistere Bondoux, che si dichiarava determinato a tenerlo in programma. Nel momento in cui il Ministero della Cultura francese, per voce della ministra Rachida Dati ha revocato il suo patrocinioe gli enti locali, che finanziano circa la metà del budget del festival, hanno ritirato – con il comunicato di cui ti abbiamo detto prima, il loro sostegno, Bondoux ha dovuto finalmente dichiarare forfait. La politica che taglia i fondi è solo il coroner che arriva sulla scena del crimine per dichiarare il decesso. Certo, il taglio è stato il colpo di grazia, ma il cuore del festival aveva smesso di battere al ritmo giusto già da un pezzo. La verità è che il Festival è morto di setticemia. Infezione che colpisce tutti i festival dedicati al fumetto. Una gangrena che in questo caso specifico si chiama 9e Art+, ma che potrebeb avere il nome di tutte le società che da anni gestiscono i festival europei con lo spirito di un salsamentiere di provincia. Con la loro ghigliottina i francesi arrivano sempre per primi, chissà se poi ci sarà una Grande Armée a portare lo spirito rivoluzionario agli altri festival di uguale importanza in Europa (ah, già, di quelle dimensioni ce n’è solo un altro… ed è in Italia).
Il 2026 sarà l’anno più bello della storia del Festival di Angoulême. Perché per la prima volta, dopo mezzo secolo, non ci sarà nulla da vedere, se non una abbacinante verità: quella idea di festival con cui si ammanta da cattedrale un mercato rionale ha esaurito il suo ciclo vitale. Il festival è morto, viva il festival!