Mortimer: I cerchi del tempo

Paolo Interdonato | Disegnetti per perditempo |

(Quinto e ultimo articolo per rileggere “Mortimer” di Giorgio Pedrazzi e Victor De La fuente. Link al primo, al secondo, al terzo e al quarto)


E, alla fine, ho riletto i dodici numeri di “Mortimer”.

Confidavo nella mia memoria e speravo di trovarci un trattato teorico sul tempo nel fumetto. Invece, mi ricordavo male: è un prodotto seriale mediocre con qualche idea. Il disegno di Victor De La Fuente peggiora progressivamente fino al nono numero. Quando, dal decimo, scompaiono i colori appiccicaticci di Mario Ferrari, il disegnatore sembra riconquistare la pagina. Non costruisce tavole con la cura presente nelle opere maggiori (Haxtur, Haggard, Los gringos, Gli angeli d’acciaio, fino al Texone), ma si ha la sensazione che abbia almeno trovato il tempo di pensare al disegno. E anche le sceneggiature di Giorgio Pedrazzi, negli ultimi tre numeri, trovano una loro misura. Ma niente di particolarmente rilevante. Certo, cento volte meglio di “Cimiteria”, “Il Tromba”, “Lando”, “Biancaneve”, “Ulula”, “Yra”, “Maghella”, “Zora”, “Sukia”, “Jacula” e le altre porcherie le cui ristampe hai trovato in edicola in tempi recenti. Ma mica si fanno gare o classifiche, quando ci si muove a quel livello di bruttezza.

Ho perso tempo e, se mi hai seguito fino a qui, ne ho fatto perdere anche a te. Dovrei chiederti scusa, ma so che, se anche il mio pentimento fosse sincero (e sappiamo che è solo un trucco retorico), questo non riporterebbe indietro le lancette dell’orologio. Perché la vita non è un fumetto: non basta spostare lo sguardo sulle vignette precedenti per riavvolgere il tempo.

La costruzione intorno agli orologi a cucù di Mortimer, alla fine, torna un paio di altre volte, ma è poco più che un gioco. Non si spinge neanche a trasformarsi in un esercizio di stile. Il lettore resta con il sospetto che Franz detto Tic Tac sia un Mefistofele qualunque che porta a spasso il suo patto demoniaco su un carretto trainato da ronzini (per altro Pedrazzi si dimentica il nome che aveva dato al personaggio e lo rinomina al volo chiamandolo Otto, perché tanto è un tedesco e uno di quei due nomi deve avere). Insomma Otto/Franz e i suoi orologi a cucù sono macchiette da muovere sui fogli insieme agli altri personaggi per inserire un elemento dissonante in un western erotico altrimenti molto standard.

Per farmi perdonare, rendere comunque omaggio a questa rubrica e restituirti un po’ del tempo che ti ho rubato, ti dirò di altri disegnetti per perditempo. Li ho trovati nella storia che apre l’ultimo numero di “Topolino” dell’anno scorso, quello datato 31 dicembre 2025.

Non so chi sia Lord Hatequack, il narratore di storie del terrore che presenta, come se stessimo leggendo un albo Warren introdotto da Zio Tibia, il fumetto Orazio, Clarabella e il tredicesimo rintocco scritto da Niccolò Testi e disegnato da Marco Mazzarello. In ogni caso, l’anfitrione ci racconta dell’ultimo giorno dell’anno che Orazio e Clarabella, abbandonati da tutti i loro amici che si sono trovati altri impegni, trascorrono in gita nella città di Clockerville. Un luogo noiosetto che vive intorno alla torre dell’orologio, capace di scandire la vita quotidiana di tutti gli abitanti, sempre presi in attività che hanno a che fare con il tempo e con gli strumenti per la sua misurazione. Per una serie di sfortunate coincidenze, Clarabella e Orazio danneggiano e riparano l’orologio della torre. Nel ripristinare il funzionamento del campanile, introducono un’anomalia nella scansione del tempo e attivano uno di quei paradossi temporali che coinvolgono un anello temporale. Hai presente? Una di quelle situazioni in cui i protagonisti si trovano costretti – consapevolmente – a rivivere un breve arco temporale.

Mi accorgo che ho letto questo fumetto con un’attenzione particolare, nella speranza di trovarci anche una lettura teorica del funzionamento delle storie e del fumetto.

Sorpresa: quella chiave non c’è. E non è un demerito. Orazio, Clarabella e i tredici rintocchi è una storia coerente, funziona bene e addirittura diverte. È una storia che si muove nel solco del film Ricomincio da capo di Harold Ramis. In realtà, speravo di trovarmi di fronte a una sperimentazione narrativa, portata su una pubblicazione destinata a un pubblico più vasto. Avevo in mente un fumetto di Andrea Pasini e Andrea Rossi, autoprodotto dai Cani un quarto di secolo fa, Capitan Loop: Gorgo temporale. Trentuno pagine ottenute rimontando solo sei disegni. Un esercizio di stile che ricorda alcuni lavori del primo Lewis Trondheim e, più in generale, la ricerca condotta da OuBaPo (Ouvroir de Bande dessinée Potentielle), il movimento che costruisce fumetti attorno a un vincolo formale.

Niente di tutto questo. Solo una buona storia per “Topolino”. E non è poco.

Tutta questa vicenda, però, proietta un fascio di luce su una perversione della critica.

Il racconto che, sistematico, riecheggia intorno alla serie “Mortimer” è mosso da memorie di gioventù dei lettori che trovano in quelle pagine un valore affettivo prima che estetico. E chi, come me, si fida di quel racconto mitizzante rilegge un manufatto narrativo con un pregiudizio che orienta la ricerca. Avevo costruito, basandomi sulle informazioni che avevo raccolto su “Mortimer” e su Pedrazzi, un sistema di aspettative: volevo trovare un capolavoro nascosto del fumetto e una macchina narrativa capace di accendersi e spegnersi da sola.

E, invece no: ho solo tentato di operare abuso dell’opera e sovrainterpretazione. Mi sono dimenticato che possiamo godere dei fumetti senza per forza cercare codici per la decodifica ermeneutica (o epistemologica) del mondo. A volte sono solo disegnetti per perditempo.

Per questo li amo così tanto.

(Fine)

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