Due ragazzi su una Uno FIAT 60 SX…

Mabel Morri | Play du jour |

Due ragazzi su una Uno FIAT 60 SX, l’anticipo del campionato di Serie A del venerdì sera, Angoulême passando da Bologna e un amore grande per il fumetto di Gianni De Luca

C’era una Uno FIAT 60 SX dell’anno di immatricolazione 1992.

C’era un contenitore rettangolare di musicassette registrate, di quelli che stavano sotto il sedile.

C’erano due ragazzi che stavano insieme e che amavano i fumetti.

C’era la lunga strada che passava dal tunnel del Frejus e che portava in Francia, via Lione, via Clermont-Ferrand, via Limoges, per Angoulême.

Una di quei ragazzi ero io.

L’anticipo di campionato di Serie A è Pisa-Atalanta.

Le aspettative di vedere una bella partita sono alte.

Il Pisa allenato da Alberto Gilardino è tornato nella massima serie dopo 30 anni, l’hype intorno al merchandising è alle stelle dalla stagione precedente e la maglia del 2025/26 coi riferimenti in oro è stupenda. Il fatto che sia indossata, per altro, da Filippo Timi nella prima puntata della nuova stagione del Barlume fa capire l’atmosfera vibrante che si vive in città, dell’enfasi che c’è intorno alla squadra, nelle scelte precise e antifasciste della curva.

L’Atalanta ha avuto un inizio di campionato di totale sbandamento: la scelta di sostituire Giampiero Gasperini – l’allenatore che ha portato la Dea a vincere una incredibile Europa League nel maggio del 2024 e difficilmente replicabile negli anni del dopo Gasperini – con Ivan Juric, allenatore croato che dal 2019 ha fatto bene solo a Verona e abbastanza bene a Torino, ma molto male a Roma e a Southampton. Juric regge poco e viene sostituito da Raffaele Palladino che alla fine della scorsa stagione, inaspettatamente, lascia la Fiorentina.

E poi ci sono i due portieri: Marco Carnesecchi da Rimini per l’Atalanta e Simone Scuffet da Udine per il Como. Di solito quando si illustra una partita si va sul sicuro: difficoltà degli allenatori, situazione in classifica, mancanza di un calciatore rispetto a un altro, difficilmente si argomenta dei portieri. Eppure, nel calcio moderno i portieri hanno iniziato ad avere un significato altro rispetto ai portieri degli anni Ottanta e Novanta, quando erano chiamati a parare il meglio possibile. Oggi i portieri sono i primi costruttori del gioco, “dal basso”, che regala anche spesso erroracci che non si vedono nemmeno in Eccellenza. Eppure, Carnesecchi, dopo una gavetta notevole a Cremona, arriva a Bergamo e con lavoro e talento diventa finalmente titolare, nonostante sia uno dei migliori portieri italiani la Nazionale la vede da lontanissimo, chiuso da Gianluigi Donnarumma, Guglielmo Vicario e Alex Meret. E Simone Scuffet era il pre Donnarumma: esordio pazzesco all’Udinese, l’Atletico Madrid lo vuole quando ha appena 17 anni. Dice di no, declinando l’offerta perché vuole studiare, crescere come i ragazzi della sua età, compatibilmente con il mercato di pesce che è il calcio, fa una scelta.

Ma il treno è passato e anche adesso che di anni ne ha 29 quel treno non è più ripassato. Bazzica tra Como e ritorni e ripartenze da Udine, tra campionati stranieri in squadre di terza e seconda fascia, passando da Cipro alla Romania, fino al ritorno in Italia alla Spezia, attraversando Cagliari per stabilirsi al Pisa. Eppure, è un portiere che a vederlo dal vivo (lo vidi nello 0-0 tra Virtus Entella-LaSpezia del 29 dicembre 2019 al Comunale di Chiavari) è assolutamente affidabile, ha senso della posizione, guida la difesa, un professionista senza sbavature.

Il primo tempo scivola ingabbiato in un buon equilibrio.

Ma è un po’ noioso, è una partita sporca, spigolosa, dura, nonostante una paratona di Carnesecchi e un buon Pisa che tiene testa a un’Atalanta molto ordinata in campo.

E, allora, mi perdo nei pensieri.

Sono passati quasi vent’anni dall’ultima volta che sono andata ad Angoulême, i sogni che avevo non si sono mai realizzati: sono rimasti in quel ricordo, in quella piega della memoria, quando chiudo gli occhi e rivedo le tensostrutture enormi dai corridoi rossi di feltro, gli stand con le code ordinate per gli autori (anche allora di autrici ce n’erano poche) e strutturati come piccole librerie.

C’è nebbia sul mare in questi giorni di gennaio. Un’aria umida, sfocata, addormentata.

La mia Angoulême è come questa nebbia: non esiste più, avvolta nei contorni indefiniti di un sogno mai realizzato.

Nel 2016 in Francia si svolgevano gli Europei di calcio. Furono i primi eventi con una sicurezza spietata dopo un 2015 di stragi nei locali, nelle redazioni, nelle strade francesi.

Al Carrefour di Riquier nel reparto libreria ancora oggi c’è un corridoio ampio pieno zeppo di fumetti: i manga nel tempo hanno preso il sopravvento, tuttavia le produzioni francesi hanno ancora il grosso dello spazio. In quel lontano 2016 i fumetti sulla Nazionale francese erano tra i più venduti: classici albi cartonati, di 48 pagine a quattro strisce a tavola, in tutti gli stili, dal grottesco al realistico. Il senso delle storie era abbastanza uguale per tutti: l’esaltazione dei Les Bleus, il sogno di un’altra coppa conquistata in casa, Kylan Mbappé come il nuovo Platini.

Non ebbi cuore di comprarne uno e dopo averne sfogliati diversi, li lasciai tutti lì, andandomene a bere una Kronenbourg 1664 da 20 cl.

La Francia uscì ai rigori con la Svizzera, Mbappé sbagliò l’ultimo tiro dagli undici metri, quello decisivo, e si iniziò a dire che i giovani vanno fatti crescere invece di far portare loro sulle spalle le difficoltà di una Nazionale in cambio generazionale.

Ne Gli equinozi di Cyril Pedrosa un anziano comunista incontra il gruppo del comitato “No all’aeroporto” in un bar della ville dove abita. Era uno di quelli militanti che facevano presidii, che bloccavano i lavori con il proprio corpo (come diceva Aldo Capitini, il fondatore della Marcia della Pace Perugia-Assisi: «Anche i nostri corpi sono atti politici»), una persona che credeva davvero nel partito e nelle sue politiche, e come tanti, tantissimi, arrivare a 76 anni e accettare che tutte le lotte politiche e ambientali sono state un fallimento, il suo stesso pensiero politico lo è stato. È uno spaccato di vita e di politica tipica dei francesi, di lotte come quella dei Gilets jaunes– di cui lo stesso Pedrosa sarà il narratore di vite, storie e ritratti per conto del quotidiano “Libération” mostrando la complessità di quelle proteste –, incomprensibile per la pessima qualità della politica italiana e dei suoi cittadini di livello medio che non hanno gli strumenti per capire le notizie, approfondire, discutere, un fallimento della società fondamentalmente, una mediocrità che porta all’astensione o, peggio pure, a votare per i fascisti.

Il bar disegnato da Pedrosa, un bar di paese che lo stesso Pedrosa disegna anche nel suo giovanile Cuori solitari, è uguale a quello che ci capitò a una Angoulême. La città era strapiena e trovammo da dormire solo a Cognac.

La Francia disegnata da Pedrosa, la provincia, quella lontana da Parigi che invece è il centro, di tutto, la provincia dei campi, dei vitigni, dei liquori, del lavoro con le mani, degli operai, degli agricoltori, degli impiegati, la gente comune che si ritrova al bar per vedere Les Girondins, il Bordeaux: dita ingiallite tra l’indice e il medio per le sigarette, la seduta al banco sotto la televisione e un cognac o un armagnac nel bicchiere, le noccioline nella ciotolina trasparente, gli stuzzicadenti, i tovagliolini, la vita, il fine giornata mentre si spera che almeno il Bordeaux vinca, almeno questa soddisfazione.

Angoulême è rimasta là, in quella curva della memoria, lungo quelle strade di asfalto scuro, col mangianastri della Uno che a un certo punto era talmente caldo che dovemmo aspettare che si raffreddasse un po’, con tutti i pass che ho conservato e che fino a un decennio fa in ogni studio nel quale ho disegnato appendevo sul muro o sulle stecche della libreria, con ancora qualche franco che penso di avere da qualche parte e con quella prima edizione in euro, quella del 2002, di cui ho vivide le immagini.

Poco oltre quei ricordi, altri ricordi si accavallano ad Angoulême.

Ma è Bologna. Dio, sì, ancora infarcita e innamorata di Enrico Brizzi e del suo Alex che pedala e pedala per la sua Aidi, il Bologna rossoblu di Roberto Baggio e Beppe Signori, la Bologna di Francesco Guccini, di Claudio Lolli, di Lucio Dalla, di Luca Carboni, di un giovane Samuele Bersani e di un giovanissimo Cesare Cremonini, una Bologna che all’epoca frequentavo molto spesso, così come gli amici Luca Genovese e Luca Vanzella che raggiungevo da Rimini e coi quali stavamo vivendo la meravigliosa avventura di Self Comics.

Altri fumetti che esistono nella memoria o nelle librerie di qualche lettore ancora appassionato, un’altra città immersa nella nebbia, un altro festival, BilBolBul, che, di nuovo, non esiste più.

Altri sogni che non si sono mai realizzati.

Ma di buono c’è che con Self Comics pubblicai Fino a qui tutto bene e Ballardini Forever, due storie di sport, che oggi rileggo con immensa gratitudine verso quella me stessa così pura, così fresca, così decisa: la prima, Fino a qui tutto bene, nel baratto tra la danza classica e il calcio e l’arcadia dei 16 anni di un momento, la seconda, Ballardini Forever, nell’avventura di essere ancora spensierate, arrabattate nei primi amori, nel cuore ingrovigliato del poter piacere alla ragazza a cui si pensa giorno e notte, col sottofondo di un’altra avventura, l’esperienza straordinaria di una città, Faenza, e della sua squadra di basket femminile, la Germano Zama, e nella sua icona e regina, Simona Ballardini.

BilBolBul quell’anno tra le sue mostre proponeva anche quella di Gianni De Luca.

Intervallo.

Pubblicità, quote delle scommesse, pubblicità.

Mi alzo, prendo qualcos’altro da bere, scrollo un po’ i social, mi sono dimenticata di fare la stories e il post con la nuova illustrazione che ho disegnato, vado in studio – una stanza dell’appartamento vista mare che è diventata il mio mondo –, devo comprare i pennarelli neri per le campiture e i riquadri delle vignette, osservo i disegni, le tavole, le illustrazioni sparse ovunque, è la vita che ho scelto, non ne posso fare a meno, ora ho anche tutta la collezione dei supereroi DC fatti da Playmobil che si trovavano negli ovetti Kinder e anche il LEGO del Mandaloriano con Grogu da costruire.

Che mostra pazzesca, quella del 2008 a Bologna.

Ritrovo l’articolo di Alberto Casiraghi per “Lo Spazio Bianco”. Dice:

«Proprio per merito della mostra ottimamente curata da Hamelin si è potuto apprezzare appieno l’intero percorso artistico e stilistico di De Luca, ammirando dal vivo tavole e disegni che la maggior parte di noi non aveva mai avuto l’occasione di vedere. Al di là della bellezza dei lavori più noti, quelli della parte finale della sua carriera, si è potuto quasi scoprire quello che invece è stato il De Luca che non ricordavamo, quello storico, divulgatore e pedagogico al servizio de “Il Vittorioso”, di cui già alla fine degli anni Quaranta e all’inizio dei Cinquanta, all’interno di tavole costruite con i canoni dell’epoca, “risulta evidente un suo occhio attento a inquadrature non convenzionali, a ombreggiature espressive, a particolari non sciattamente raffigurati […] in definitiva al piacere, in generale, di dare al fumetto una dignità quale lo spirito del tempo non gli attribuiva per niente” (Gianni Brunoro, De Luca: Il disegno pensiero, pag. 40).»

Al bar La linea il bicchiere di birra gocciolava copioso nel caldo improvviso della città emiliana. Sigarette fumate fino al filtro stropicciate nel posacenere. Piccioni fastidiosi tutti intorno. Lingue diverse che si incrociavano in quella Bologna che non aveva ancora capito il suo potenziale europeo. Il fumetto che tornava a essere centrale a Bologna dopo gli anni di Penthotal. Un altro festival la cui esperienza si è esaurita e che ha lasciato un grande vuoto.

La Bologna che conosco oggi ha ancora l’anima di quella che frequentavo quando ero giovane, nelle pietre, nelle colonne dei portici, in qualche angolo di un passato conosciuto nel fiore degli anni che si rivede adulto, stanco, diverso. E che in un qualche modo è rimasta lì, nel lungo corridoio bianco dell’ingresso della mostra di Gianni De Luca del 2008.

Ho amato Gianni De Luca dal primo momento in cui su “Il Giornalino” lessi la trasposizione a fumetti de La freccia nera di Robert Louis Stevenson. Ho continuato a innamorarmene sempre di più dopo aver recuperato la trilogia shakespeariana e Il Commissario Spada, fino a ricercare tutto ciò che era stato pubblicato.

Gianni De Luca è il motivo per il quale ho scelto questa vita di sogni infranti, questa vita di gioia nel raccontare le proprie storie a fumetti, questa vita di disegnatrice di fumetti, questa vita di momenti sublimi e indimenticabili, e di cadute mortificanti.

Il secondo tempo riprende accelerato.

L’Atalanta fa la partita ma il Pisa non si abbatte e si riprende, ribattendo, correndo, parando, standoci. Tant’è che l’inerzia si ribalta e nel miglior momento del Pisa passano in vantaggio i bergamaschi. La partita si accende di fatto al 75° del secondo tempo, I nerazzurri toscani non si lasciano sopraffare e giocano fino a pareggiarla. E la pareggiano. Nel dopo partita, persino Raffaele Palladino, allenatore dell’Atalanta, dirà che il pareggio è stato il risultato più giusto.

Sono i minuti di recupero.

Guardo la partita ma non la sto più guardando davvero.

La mente vaga.

E ricorda.

C’era una Uno FIAT 60 SX dell’anno di immatricolazione 1992, e che oggi, dopo un passaggio dallo sfasciacarrozze, non esiste più.

C’era un contenitore rettangolare di musicassette registrate, di quelli che stavano sotto il sedile, di cui solo qualche musicassetta esiste ancora.

C’erano due ragazzi che stavano insieme e che amavano i fumetti, che oggi non stanno più insieme da oltre trent’anni e che amano ancora i fumetti.

C’era la lunga strada che passava dal tunnel del Frejus e che portava in Francia, via Lione, via Clermont-Ferrand, via Limoges, per Angoulême, per un Festival che non esiste più, non nel modo di cui si nutrono i ricordi.

Una di quei ragazzi ero io, e anche quella ragazza non esiste più in questa nuova dimensione di donna di mezza età.

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