Cose che solo in un albo a fumetti!

Boris Battaglia | E l'ultimo chiude la porta |

«Viva il libero Soviet della torre di poppa della corazzata Admiral Nachimov»

Bonvi – L’Uomo di Tsushima

Distesa nel proprio sonnolento benessere ai piedi dell’appennino tosco-emiliano, Bologna negli anni Settanta non era altro che un paesone provinciale; ma a chi arrivava da fuori sembrava, come dice Guccini, una Parigi in minore. È vero, non c’era Sartre a pontificare né Baudelaire a cantare (per la saccenza dovevi accontentarti di Umberto Eco e per il canto di Lucio Dalla), ma il fermento culturale che la animava era reale e diffuso. Per darti un’idea della portata di questo fermento, pensa che, per tutto il decennio e pure un po’ oltre, L’Ente del Turismo della Provincia di Bologna, invece dei soliti opuscoli promozionali per attirare turisti, dava alle stampe ogni mese una rivista dedicata alla storia culturale della città: “Bologna Incontri”. Ci collaboravano tutti i più importanti intellettuali nazionali, da Giulio Carlo Argan a Renzo Renzi, passando per Luigi Malerba. Nel 1976, esattamente nei numeri di gennaio e di maggio vengono pubblicati due articoli, a cura degli storici Cesarino Volta e Mario Gandini, che raccontano della scuola vperiëdista fondata proprio a Bologna tra il 1910 e il 1911 dal bolscevico in esilio Aleksandr Malinovskij e nella quale insegnarono persino Lev Davidovič Bronštejn (in arte Trotzki) e Aleksandra Michajlovna Kollontaj.

Medico brillante e membro della fazione bolscevica del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, nel 1903 Malinovskij ne divenne membro del Comitato Centrale. Per conto del partito andò in missione in Svizzera a prendere contatto con Vladimir Il’ič Ul’janov (in arte Lenin) con il quale fondò la prima rivista bolscevica: “Vperiëd” (“Avanti”) da cui prenderà il nome la scuola che fonderà a Bologna. Adesso però te la faccio breve, perché altrimenti dovrei scriverci un romanzo su Malinovskij (e non avrebbe senso visto che, nel caso, puoi leggerti l’ottimo Proletkult dei Wu Ming, Einaudi, 2018). Durante la rivoluzione del 1905 è il membro del partito meglio conosciuto, per il suo impegno di medico, dagli operai di Pietroburgo, che lo considerano il capo dei bolscevichi. Fallita la rivoluzione viene arrestato e poi esiliato a Kuokkala in Finlandia, accolto nella stessa casa dove viveva Lenin. Nel 1907 sono entrambi a Londra per il V Congresso del POSDR, dove entrano in aperto contrasto. Lenin, raffinato pianificatore, vede le posizioni massimaliste di Malinovskij come un impedimento alla momentanea e necessaria collaborazione con i menscevichi. Tanto si adopera che nel 1909 riesce a farlo espellere dalla corrente bolscevica e nel 1911 addirittura dal Partito. Malinovskij si rifugia in Italia, prima a Capri e poi a Bologna dove fonda la scuola politica vperiëdista. Allo scoppio della guerra torna in Russia e va al fronte come medico militare. Poi arriva la rivoluzione del 1917 e lui, di nuovo in contrasto con il gruppo dirigente bolscevico, fonda a Pietrogrado (così nel 1914, in un’ottica slavista e antitedesca lo zar Nicola II ha fatto ribattezzare Pietriburgo) il movimento proletkult, fautore dell’autonomia intellettuale e culturale delle masse popolari rispetto alle direttive del Partito. La sua battaglia per una cultura originalmente popolare fu sconfitta dal realismo socialista (se l’argomento ti affascina ti consiglio una lettura fondamentale: il saggio di Lynn Mally, Culture of the Future: The Proletkult movement in Revolutionary Russia, University of California Press, 1990). Non comprendere l’importanza di una vera cultura POP proletaria, temendone i risvolti libertari, fu probabilmente uno degli errori più grandi di Lenin e dei dirigenti sovietici e la principale causa della debolezza del comunismo, che ne decretò il crollo nel 1989 quando la pressione della cultura Pop capitalista divenne inarginabile. Sconfitto in quella che considerava la battaglia decisiva, dal 1921 Malinovskij abbandona la lotta politica per dedicarsi solo alla ricerca medica. Era un geniale ematologo. Alcuni biografi sostengono che la sua morte (avvenuta nel marzo del 1928 dopo una lunga agonia causata da una trasfusione di sangue che aveva sperimentato – con una macchina di sua invenzione – tra sé e un malato di tubercolosi) non fu un incidente ma un suicidio programmato. Come i suoi avversari politici anche lui aveva un nome d’arte: Bogdanov.

Se sono sicuro che, quando chiama Boganov (per i motivi che tra poco ti dico) l’ufficiale russo che si intrettiene con London sulla veranda della locanda di mister Shashtra a Nossi Bé, Bonvi ha presente proprio l’intellettuale bolscevico di cui probabilmente ha scoperto la battaglia culturale su quei due numeri di “Bologna Incontri”, c’è invece una cosa che non mi è chiara. E te ne voglio rendere partecipe perché anticipa alcune problematiche che incontreremo più avanti, affrontando un’altra sua opera.

Bogdanov, quello vero, fu anche un originale scrittore di fantascienza. Stella Rossa, pubblicato nel 1908 è sicuramente il suo capolavoro. In questo romanzo Bogdanov prefigura una società comunista marziana i cui membri vivono in un’utopia di salute e abbondanza grazie a innovative tecnologie, tra le quali rivoluzionari metodi di agricoltura idroponica. Se ti ricordi quello che ti ho raccontato quando Bonvi incontra per la prima volta Guido De Maria per farsi assumere alla Vimder Film, hai sicuramente presente la sua battuta riguardo alle culture idroponiche su Marte. Come faceva Bonvi a conoscere, a metà degli anni Sessanta, un romanzo di cui, in Italia nessuno conosceva, almeno fino al 1976, nemmeno l’autore? La prima edizione inglese di Stella Rossa è del 1984 (quella italiana del 1989), che Bonvi avesse letto l’unica traduzione occidentale disponibile, quella in francese del 1936 pubblicata da Colette Peignot (un giorno te la racconto la vita breve, incredibile e dolorosa di questa bravissima scrittrice, compagna di Georges Bataille)? Mi sembra improbabile, perché uscì a puntate sul quotidiano parigino “Le Populaire” diretto da Leon Blum. Comunque, lo conoscesse o meno, della passione di Bonvi per la fantascienza ne riparliamo nel capitolo dedicato a Storie dello spazio profondo. Qui tocca concentrarsi sul Bogdanov teorico culturale.

Sono le primissime ore di domenica 13 marzo 1977. È ancora buio pesto. Il telefono suona improvvisamente nell’appartamento bolognese immerso nel sonno di Giancarlo Governi, giornalista RAI, svegliando lui e sua moglie di soprassalto. È il suo amico Bonvi, concitato. «Devi dare tu la notizia ai giornali, io non posso che già mi hanno segnalato per la radiocronaca di ieri… in via Zamboni sono arrivati i carri armati!» Governi, ancora assonnato ma già abbastanza lucido chiede: «Ne sei proprio sicuro? Carri armati? Non sono autoblinda?» «Cazzo Giancarlo! Sono stato ufficiale carrista, vuoi che non sappia distinguere un carrarmato da un’autoblinda?! Li sto vedendo dal mio balcone! Adesso vado… addio, ci rivediamo in montagna!»

In realtà erano autoblinda e dal balcone della casa-studio di Bonvi (che stava in via Rizzoli 24) non si poteva vedere via Zamboni e probabilmente i militari nemmeno ci erano passate da via Rizzoli, perché per raggiungere l’università era più comodo scendere per via Emilia (la SS9 che fa da circonvallazione di Bologna). Ma non sono le esagerazioni e le balle dell’autore delle Sturmtruppen a interessarci qui (altrove sì!), quelle facevano parte della sua natura (Una vita inventata, si intitola infatti la biografia che Governi gli dedicò nel volume Bonvi – Senza makkien und senza pauren, edito da Comic Art l’anno dopo la sua morte). Quello che ci interessa è quella frase finale: «ci rivediamo in montagna!» Il riferimento alla Resistenza e alla clandestinità era ironico, certo, ma coglieva il senso di quanto stava accadendo meglio di come fecero tanti altri. Con questa frase Bonvi dichiarava di essere consapevole che l’esperienza collettiva della rivolta che aveva infiammato quei giorni era terminata. Era stato l’ultimo sprazzo di un vento che soffiava dall’inverno del 75. Un vento spontaneo e creativo, ironico e irriverente che, attraverso uno straordinario rovesciamento dei metodi, creava strutture culturali alternative. Questo, come da subito aveva intuito il critico d’arte Maurizio Calvesi nel suo Avanguardia di massa (Feltrinelli, 1978), era stato il portato più innovativo del movimento del ’77 e lo strumento più rivoluzionario con cui i giovani avevano sferrato il loro attacco all’immaginario dominante. Questo metodo era quello a cui Bonvi, imbevuto di anarchia, dadaismo e situazionismo, era sicuramente più sensibile: le riviste indipendenti, le radio libere, l’eversione del linguaggio, il contropotere immaginista. È questa nuova idea di rivoluzione che viene schiantata quella mattina del 13 marzo dalle autoblinde e dai 3.000 agenti (tra poliziotti e carabinieri) che assediano, con il beneplacito del PCI, Bologna. Come la flotta giapponese assediava Port Arthur. Eccoci al punto, perché è di questa sconfitta del movimento che racconta L’Uomo di Tsushima ed è per questo motivo che a raccontarla è un personaggio di nome Bogdanov.

Non te l’ho ancora detto, ma c’è una cosa importante da notare: Bonvi, mentre dà il proprio volto al London personaggio, dà a Bogdanov le fattezze del vero Jack London. Non lo fa per gioco. Lo fa perché è Bogdanov che racconta la seconda parte della storia, quella dedicata alla battaglia di Tsushima, e soprattutto perché London (quello vero) fu probabilmente l’unico narratore a cercare un equilibrio tra l’individualismo radicale, che gli derivava da Ralph Waldo Emerson, e le istanze culturali, sociali e collettive che gli derivavano dal suo socialismo autodidatta e che per molti versi hanno punti di contatto con le teorie bogdanoviane.

Bogdanov, quello vero, considerava la cultura come l’antidoto a ogni degenerazione autoritaria e dirigistica, ma non la cultura accademica (che più autoritaria di quella!), quanto piuttosto la cultura espressa dal popolo: un sistema organizzato di esperienze e lavoro collettivo senza divisioni disciplinari, una cultura libera dagli schematismi positivistici engelsiani. Praticamente una cultura di massa senza però le catene del mercato. I punti di contatto con le pratiche del Movimento del ’77 sono evidenti. Bonvi sapeva di trovarsi, per sua natura ma anche per ragioni storiche e generazionali, in mezzo agli ultimi fuochi di quel conflitto tra individualismo e collettivismo. Lo scrive chiaro, nell’ex-ergo autobiografico che apre l’edizione Cepim dell’Uomo di Tsushima:

«Il Bonvi nasce qualche anno fa, proprio nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale, sul finire dell’epoca dell’individualismo e all’inizio dell’epoca delle masse. Nonostante ciò, il BONVI è convinto che la storia continui ad essere fatta dagli individui; prova ne sia che, la sua propria storia, il BONVI se l’è fatta lui. Il BONVI è alto 1.75, non è sposato nè laureato, e non è ancora stato in galera».

Però a quella cosa, che la storia sia fatta dagli individui non ci crede mica tanto e la contraddice subito. Cioè, circa a metà del fumetto. Durante la notte di San Silvestro del 1908 (la guerra russo-giapponese è finita da più di 3 anni) London/Bonvi e un suo amico con le sembianze di Alfredo Castelli, si stanno godendo gli sfrenati festeggiamenti per le vie di Bahia. Quando scendono alla spiaggia, una bruxa in trance attira la loro attenzione e con la voce di Bogdanov gli racconta la terribile battaglia di Tsushima. Mentre Bogdanov racconta come la flotta del Baltico fu distrutta nello scontro con quella giapponese, Bonvi si prende una terza libertà. La prima era stata quella di piantare London in Madagascar ad aspettare la flotta che doveva arrivare per carbonare; la seconda te la dico dopo; la terza è quella di fare ammutinare varie navi della flotta: l’incrociatore Svjetlana durante la navigazione e poi, durante la battaglia, la corazzata Nachimov e subito dopo la Oscjabja e la Navarin. Ammutinamenti che non sono mai successi. Per lo meno non durante la guerra russo-giapponese.

Nello stesso modo in cui in questa storia non ci sono eroi, in tutta questa seconda parte ci sono solo scene di massa. Lo stesso narratore, Bogdanov, non compare mai, se non alla fine, in quelle incredibili sei vignette in cui, abbandonato dai giapponesi a più di tremila kilometri da Vladivostok, si lascia morire stremato tra le nevi. Lasciate le scene di massa della guerra e della rivoluzione, il segno grottesco di Bonvi torna all’individualismo, ma solo per raccontare una tragedia personale in mezzo alla tragedia collettiva: la fine della speranza.

Perché, si chiede Bonvi nelle pagine introduttive del fumetto, lo zar Nicola II ha mandato consapevolmente a morte i propri marinai?

La risposta gliela da Bogdanov con il suo racconto. La distruzione della flotta serviva a spezzare quello spirito collettivo in cui si formano le rivoluzioni in favore di individualistici eroismi e mantenere il controllo sull’immaginario. Le pagine inventate della “Domenica del Corriere” con cui Bonvi punteggia la storia sono il sigillo retorico del potere sulla narrazione dei fatti.

Per capire come questo fumetto di Bonvi metta in crisi la narrazione classica sulla guerra basta andarsi a guardare un altro fumetto su Tsushima. Pubblicato il 27 settembre 1970 sulle pagine del “Corriere dei Piccoli” (mica a caso stesso editore della “Domenica”), scritto da Eugenio Ventura (pseudonimo di Mino Milani – uno scrittore e sceneggiatore a mio avviso ingiustamente sopravvalutato – e disegnato da Sergio Toppi, il fumetto che racconta la battaglia conclusiva di quella guerra è di una stucchevolezza retorica farcita solo di eroismi e fascinazione militare.

Tra il fumetto di Milani e Toppi e quello di Bonvi, è accaduta una cosa come il Movimento del ‘77. È naturale che Bonvi, con la sua narrazione, abbia fatto strame di quella retorica reazionaria e militarista. Pure un po’ paradossale, visto il fascino di Bonvi per la storia e la cultura militare; ma (condividendo io quella stessa fascinazione per la militaria e quello stesso disprezzo per il militarismo) è una questione su cui torneremo parlando delle Sturmtruppen.

Adesso invece torniamo alla “fantastica“, perché inventata, rivoluzione disegnata da Bonvi al centro della battaglia: la fantasia che porta la bandiera rossa dei Soviet a sventolare sulla poppa della corazzata Admiral Nachimov viene spazzata via non solo dalle cannonate giapponesi, ma anche da quelle ordinate dall’ammiraglio Rozdestvensky contro i propri marinai. Come la parte migliore del Movimento del ’77, quello creativo (versione nostrana del punk inglese, come ebbe a descriverlo il critico musicale Simon Reynolds nel suo imprescindibile Post-Punk: 1978-1984 tradotto in italiano nel 2006 per ISBN e riproposto nel 2018 da Minimum Fax) che si contrapponeva all’ala più dogmatica vicina al post-operaismo di stampo toninegriano, fu schiacciata da una parte dalle forze del movimento più politicamente intransigenti (gli Autonomi, lo dico fuori dai denti) e dall’altra dalla reazione che vedeva concretizzata nelle autoblinde bolognesi la naturale alleanza tra Francesco Cossiga e Renato Zangheri (tra la DC e il PCI). È sostanzialmente di questa sconfitta che ci racconta, attraverso la rivisitazione di un avvenimento storico poco conosciuto, l’Uomo di Tsushima. Divertente e, ancora una volta paradossale, che venisse pubblicato in una collana che faceva dell’eroismo individuale la sua cifra ideologica ed estetica.

Come? Ah, sì scusa, me ne stavo dimenticando! Ti avevo promesso di dirti qual è la seconda licenza storica che Bonvi si prende in questa storia. Quella di anticipare quasi di un anno, all’autunno del 1904, l’ammutinamento della nave ammiraglia della flotta del Mar Nero, la corazzata Potëmkin, avvenuto in realtà il 27 giugno del 1905. Perché lo ha fatto?  Perché per l’assunto principale della sua storia gli serviva che ci fossero in Russia già i prodromi della Rivoluzione. Certo che c’erano, ma non così collettivamente organizzati come saranno l’insurrezione di Odessa nel giugno del 1905 e gli scioperi di Pietroburgo con la nascita dei Soviet nel settembre dello stesso anno. A Bonvi serviva che la nascita dei Soviet segnasse la fine e non l’inizio della rivoluzione. Così fece. C’è un forte portato simbolico in questo. Anticipare, rispetto alla fantasiosa rivoluzione degli stretti di Tsushima, i fatti della corazzata più famosa (grazie a Luciano Salce e a Paolo Villaggio che nel 1976 l’avevano resa immortale nel Secondo tragico Fantozzi) del nostro immaginario era come ribaltare quell’assunto culturale condiviso (diffuso da quei leaderini che già si stavano integrando nel parlamentarismo, nell’informazione, nell’accademia e nelle attività culturali più normalizzate) che vedeva nel Sessantotto il momento più nobile delle proteste collettive italiane e il Settantasette come sua fine ingloriosa e violenta. Cazzate dice Bonvi: il Sessantotto fu solo il preludio del momento più vitale e divertente della nostra insurrezione, quello in cui la creatività arriva a fondere in una prassi dadaista praticabile l’io e il noi. L’Uomo di Tsushima, capolavoro ideologico di Bonvi, non è una storia di guerra, è un divertito trattato a fumetti di teoria e pratica di individualismo collettivo. E non è una mia sovrainterpretazione, perché lo dichiara lui stesso, nella penultima vignetta, che una cosa del genere «potrebbe essere raccontata soltanto in un albo a fumetti!»

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