Tocca di confessarlo. Sono un po’ confuso.
Pareva che il fumetto fosse l’unico segmento dell’editoria italiana a godere di ottima salute. Qualcuno ipotizzava trainasse l’intera filiera. Una certezza albergava nel cuore di tutti: i manga venduti a vagonate; un fenomeno sommerso che – dopo che la pandemia aveva chiuso tutti in casa – era stato costretto a rendersi evidente nel suo mirabile vigore nelle vetrine di Amazon. E, in più, nelle classifiche dei libri hanno iniziato a far capolino nomi di autori insospettabili. Disegnatori, fumettisti… Zerocalcare, soprattutto. Ma anche un sacco di altri. Insomma, pareva che i fumetti vendessero proprio bene.

Ora, Bonelli riduce la produzione. Dopo anni di accumulo, qualcuno, all’interno dell’organizzazione, si è accorto che il magazzino posto al termine della linea produttiva è colmo: sta per tracimare. E, proprio come succede in tutte le catene produttive, da Ford in avanti, quando il magazzino è pieno, si rallenta la catena, si riduce la produzione e si spinge sui canali di vendita. Significa che gli operai stanno a casa per un po’ (è per questo che è stata inventata la “cassa integrazione”, lo strumento con cui lo stato protegge – poco – i lavoratori e – tanto – le aziende) e si pesta su marketing, promozione e strategia di vendita.
Chi non ha avuto un parente, un amico, un conoscente che lavorava in catena in un’azienda automobilistica e, a un certo punto, e stato messo in cassa integrazione?
Sappiamo che l’industria dell’automobile italiana non sta benissimo. Nel corso del 2025, le auto immatricolate in Italia sono state il 2,5% meno di quelle dell’anno precedente. E, se fossi un produttore di automobili, questo dato mi farebbe già guardare con sospetto quella banda di dannati mangiaspaghetti che si tiene più a lungo la vecchia carretta e non se ne compra una nuova. Fanculo loro, le loro pizze e i loro mandolini. Ma, poi, viene fuori che il volume di auto prodotte sul suolo nazionale è crollato del 25% rispetto all’anno precedente. Pare che sia il dato più basso che registriamo dal 1954/1955. Lì c’era stato il Miracolo Italiano e, da quel momento, siamo diventati tutti più ricchi. Ora… ops! Niente Miracolo in vista.
Ma torniamo al fumetto. Sappiamo che, per chi lavora in quell’ambito produttivo, non esistono né l’istituto della cassa integrazione né altre tutele. Chi lavora nella filiera produttiva del fumetto, nella quasi assoluta totalità dei casi, abbraccia la libera professione: un imprenditore di sé stesso, insomma. Che, detta così, risveglia il glorioso sogno della libertà d’azione: senza padroni, si diventa responsabili del proprio successo, del proprio futuro e pure del proprio fatturato. In pratica la situazione è un ciccinino diversa: fatica, insicurezza, trattative economiche continue, ferie e malattia da guardare con sospetto, nessuna tutela.

Comunque, il mercato del libro in generale non sta benissimo. Il dato pubblicato da “Nielsen / Q BookData Panel Market Libri” e reso noto da AIE (Associazione Italiana degli Editori) ne evidenzia lo stato di salute. Nel corso del 2025, le librerie di varia (e i canali digitali) hanno venduto il 3% di copie in meno, fatturando il 2,1% in meno. I fumetti sono andati un po’ meglio dell’intero mercato editoriale, ma non così bene. Hanno perso solo lo 0,8% di copie. C’è una cosa interessante: in controtendenza rispetto all’intero comparto librario, il mercato del fumetto ha perso più fatturato che copie vendute; il denaro speso per i fumetti è diminuito dell’1,6%. Questo significa che ciò che costa meno (per esempio i manga) ha tenuto. A perdere vendite sono stati soprattutto i volumi più costosi: graphic novel, raccolte e strenne. Compresi i volumoni Bonelli, che infatti, incassando una probabile riduzione di fatturato e di marginalità, deve correre ai ripari.
Qui, ad avere gli strumenti, ci sarebbero gli spazi per raccontare cosa sta succedendo. Ma il fumetto, in Italia, vale così poco che “Sole 24 Ore” mica gli dedica dossier e analisi. E, allora, resta spazio perché i cialtroni (come me) che cercano di leggere i numeri senza avere una particolare attitudine possano sbizzarrirsi in ipotesi e voli di Pindaro.
Ti giuro: sarei molto più cialtrone di così se non fosse che, dopo un po’ che mi arrovello con i numeri, mi coglie lo stesso torpore che sta avvolgendo te mentre leggi i miei deliri. E, allora, per cercare di dare un senso al tempo che ti ho fatto perdere fino a qui, non posso che chiudere con una domanda.
Se vendono i fumetti che costano meno, perché le edicole sono sempre più tristi? OK, mi è chiaro: quel canale distributivo ha una tendenza antistorica. Richiede costi di gestione (tanto del punto vendita quanto della catena distributiva) che, se collocati sui nuovi canali di produzione, vendita e distribuzione, paiono roba dello scorso millennio (ah… lo sono). Però, guardale. La roba che sembra mantenere in piedi il mercato, il manga, non c’è. A parte “Scottecs”, le cose che continuano a essere presenti (Disney, mondo Diabolik, Bonelli, “Linus”, pochissimi supereroi, “Lanciostory” e “Skorpio”, un sacco di ristampe) presentano prodotti con almeno mezzo secolo di storia sul groppone.
Che cazzo stanno facendo quelli che dovrebbero innovare il prodotto? A parte guardare il magazzino alla fine della filiera produttiva che si satura? Che novità sta inventandosi quell’industria?
Ci penso un attimo e… Ma che idiota sono: è lampante! Stanno proponendo dei crossover con altri media! Per esempio, i fumetti con Caparezza, CAM Sugar e Vasco Rossi!

Questa sì che è innovazione! Il fumetto è salvo!

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).